FARONOTIZIE.IT ANNO XXI – N° 243 – Luglio 2026
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Una sera di tanto tempo fa, con due amici nottambuli e ostinatamente razionali, provammo a costruire uno schema delle differenze tra il modo di amare degli uomini e quello delle donne. Eravamo giovani e avevamo la convinzione ingenua che ogni cosa potesse essere compresa se osservata a lungo e ridotta a poche righe essenziali.
Con Attilio e Giuseppe non volevamo farci trovare impreparati dalla vita, e così facevamo quello che gli studenti fanno davanti a un esame difficile: studiavamo, prendevamo appunti e ripetevamo insieme.
La prima conclusione a cui arrivammo fu una semplificazione, e lo sapevamo bene. Pensammo che l’amore maschile fosse soprattutto concreto, mentre quello femminile fosse soprattutto ideale.
L’uomo che ama, ci dicevamo, sente il bisogno di fare qualcosa per la donna che ama. Regala fiori, oggetti, attenzioni. All’inizio sceglie cose magari banali, per paura di sbagliare; poi, man mano che conosce davvero chi ha davanti, cerca doni sempre più adatti, sempre più personali. Cerca di capire le situazioni, di risolvere i problemi, di alleggerire i pesi. In una parola: c’è. Concretamente.
L’amore di una donna ci appariva invece come qualcosa di più improvviso e assoluto. Una sorta di travolgimento. Un istante in cui l’immagine custodita dentro di sé si sovrappone alla persona che ha davanti e tutto sembra combaciare. Un colpo improvviso che trasforma il possibile nel necessario. Un tutto che resta tutto e che, finché dura, porta con sé una certa idea di infinito.
Naturalmente era una semplificazione. Lo sapevamo allora e lo so ancora oggi. Ma nelle notti lunghe della giovinezza le semplificazioni sembrano spesso verità.
Ricordo di aver provato perfino a rappresentare quella teoria con un grafico immaginario. Per l’uomo vedevo una linea che cresceva lentamente nel tempo, mentre per la donna una linea altissima, quasi parallela all’orizzonte, come se l’intensità dell’amore comparisse all’improvviso e poi restasse sospesa.
Ma non era quella la parte più importante del ragionamento.
La seconda intuizione arrivò più tardi, verso le due del mattino. Da est si era alzata una luna enorme, prima gialla come la polenta e poi via via più limpida e luminosa. Il sonno ci era passato da un pezzo. Appoggiati ai muri delle nostre case, senza più il timore di essere ascoltati dai grandi, parlavamo con quella libertà che appartiene soltanto alle ore profonde della notte.
Fu allora che facemmo una pensata ancora più strana.
Pensammo che l’uomo, quasi sempre, amasse con uno spirito paterno e protettivo. Non era una questione di età, né di superiorità, né tantomeno di possesso. Era qualcosa di più istintivo, forse un riflesso antico. La persona che sentiamo di poter amare diventa qualcuno di cui prenderci cura, qualcuno la cui felicità ci riguarda direttamente.
Per simmetria ci chiedemmo se, nell’amore di una donna, non esistesse talvolta una traccia dell’amore verso il padre. Non il padre reale, naturalmente, ma quella figura interiore che rappresenta protezione, fiducia, rifugio.
Forse, pensavamo, è anche per questo che spesso una donna riesce a fare la pace prima che un amore finisca. Perdere un padre è doloroso, ma appartiene all’ordine naturale delle cose. Perdere una figlia, ci sembrava allora, era un dolore ancora più difficile da immaginare.
Naturalmente ci interrogammo anche su tutte le eccezioni. Erano ormai le quattro e la luna piena era alta sui tetti di Mormanno.
Sugli amori che assomigliano all’amicizia tra fratelli, in cui la complicità conta più della passione e la confidenza viene prima di ogni altra cosa. Sugli amori tra persone dello stesso sesso, che allora conoscevamo poco e che, proprio per questo, ci costringevano a riconoscere i limiti delle nostre teorie. E capimmo subito che gli schemi che avevamo costruito con tanta cura cominciavano a mostrare crepe.
Forse esistono dinamiche diverse. Forse gli stessi ruoli si alternano. Forse, semplicemente, ogni amore inventa da sé il proprio linguaggio e le proprie regole. Ci sono momenti in cui si protegge e altri in cui si chiede protezione. Giorni in cui si guida e giorni in cui si ha bisogno di essere guidati. Istanti in cui si è rifugio e altri in cui si cerca rifugio.
Forse l’amore più maturo non è quello in cui ciascuno occupa un posto preciso, ma quello in cui i posti possono scambiarsi senza paura. Quello in cui ciascuno, a turno, custodisce e viene custodito. In cui la forza non appartiene sempre allo stesso e la fragilità non è mai una colpa. Perché ogni essere umano, per quanto sicuro possa apparire, porta dentro di sé parti forti e vulnerabili, certezze e timori, il desiderio di autonomia e il bisogno di affidarsi.
E forse proprio questa alternanza è una delle forme più profonde dell’intimità. Non soltanto vedere il mondo dal punto di vista dell’altro, ma arrivare a sentirlo, per qualche istante, come lo sente lui. Comprendere ciò che lo ferisce, ciò che lo rassicura, ciò che lo fa sorridere, ciò che lo spaventa. Non perché lo si osserva da fuori, ma perché ci si avvicina abbastanza da guardare la realtà attraverso i suoi occhi.
Fu allora che iniziammo a sospettare che l’amore fosse molto meno una questione di ruoli e molto più una questione di reciprocità. Molto meno un equilibrio statico e molto più una danza. Una danza in cui a volte si conduce e a volte ci si lascia condurre, senza perdere sé stessi e senza smettere di essere due persone distinte. Forse era questa la verità che cercavamo quella notte senza riuscire ancora a nominarla: che amare significa anche imparare, lentamente, a passare dall’altra parte dello sguardo.
Alla fine, però, nessuna di quelle considerazioni ebbe davvero importanza. Perché la realtà possiede una forza che le teorie non avranno mai. Le teorie cercano di spiegare la vita; la vita, invece, continua ad accadere. E quasi sempre accade in modo diverso da come l’avevamo immaginata. Così gli schemi che io, Attilio e Giuseppe avevamo disegnato sotto la luna restarono lì, belli e fragili come castelli di carte. Bastò un solo bacio inatteso per farli crollare tutti.
Si…La vita mi mise davanti a un bacio che nessuna delle nostre teorie aveva previsto. Ci sono baci che arrivano all’improvviso e mettono immediatamente due persone su un piano di verità. Senza maschere. Senza strategie. Senza il tempo necessario per costruire difese.
E quando accade, tutte le teorie diventano improvvisamente insufficienti.
Il nostro non avvenne sotto un monumento famoso, né davanti a un panorama da cartolina. Non c’erano tramonti memorabili, né luoghi degni di essere raccontati. Accadde in una piccola piazza della periferia di Roma, in un angolo qualsiasi della città, uno di quei posti che migliaia di persone attraversano senza nemmeno accorgersene.
Per non farci vedere dai passanti ci rifugiammo dietro alcuni cartelloni pubblicitari. Ancora oggi mi viene da sorridere pensando a quella scena. Due adulti che avrebbero dovuto sapere come comportarsi e che invece cercavano un nascondiglio improbabile come farebbero due bambini sorpresi a combinare una marachella.
Probabilmente nessuno, dovendo scegliere il luogo del proprio primo bacio, avrebbe indicato quel pezzo anonimo di periferia. Eppure, se oggi qualcuno mi chiedesse dove si trovi il posto più importante di quella città, saprei rispondere senza esitazione.
È lì. Dietro quei cartelloni. In quell’angolo senza storia né bellezza apparente. Perché i luoghi non diventano indimenticabili per ciò che sono, ma per ciò che accade al loro interno.
Ricorderò sempre la fretta di avvicinarci, la voglia di baciarci che sembrava avere più forza del buon senso, il timore divertito di essere visti, le risate soffocate, la complicità improvvisa di due persone che si conoscevano ancora troppo poco e già si cercavano come se si fossero aspettate da tempo.
Ricorderò il modo in cui il mondo, per qualche minuto, si ridusse a pochi metri quadrati di marciapiede e alla certezza che non avremmo voluto essere in nessun altro posto.
E forse è proprio questo il segreto dei ricordi felici: trasformano l’ordinario in straordinario.
Così quella piazza qualunque della periferia romana è diventata per sempre una delle coordinate segrete della mia memoria e della nostra storia. Nessuno la visiterà per ammirarne la bellezza. Nessuna guida turistica la segnalerà tra i luoghi da vedere. Eppure, per noi, resterà sempre il posto dove due persone, nascondendosi dietro dei cartelloni come due bambini, scoprirono che a volte la felicità sceglie indirizzi che nessuno avrebbe immaginato.
E fu allora che compresi quanto fossero incompleti gli schemi che io, Attilio e Giuseppe avevamo disegnato tanti anni prima sotto la luna. Perché nessuna teoria aveva previsto che due persone potessero essere così felici di nascondersi. Nessuna aveva immaginato che un bacio dato in un luogo improbabile potesse restare nella memoria più a lungo di tanti paesaggi perfetti.
A volte penso che mi piacerebbe raccontarlo a loro, quel bacio. Raccontare come certe cose accadano nonostante tutte le nostre spiegazioni. Come due persone possano ricordare per tutta la vita un angolo di periferia soltanto perché, per qualche minuto, lì dentro è passata la felicità.
Per farlo servirebbero soltanto quella luna e quei muri. Perché i ragazzi che eravamo allora sono ancora qui. Ogni tanto si lasciano nascondere dai casini della vita… ma poi basta un bacio, una risata o un’emozione inattesa, e si risvegliano come se il tempo non fosse mai passato.

La foto è di Francesco Aronne
