Esiste una domanda che ogni democrazia dovrebbe avere il coraggio di porsi: chi dovrebbe governare un Paese? Non il più abile nel conquistare voti, non il più bravo a parlare davanti a una telecamera, ma il più capace di comprendere la vita delle persone.
Il primo requisito del politico ideale è semplice e, proprio per questo, rivoluzionario: non dovrebbe essere un politico di professione. Prima di sedere in Parlamento o in un consiglio comunale dovrebbe aver vissuto nel mondo reale. Dovrebbe aver fatto il medico, l’operaio, l’insegnante, l’agricoltore, l’imprenditore, il ricercatore, l’artigiano. Dovrebbe conoscere il peso di uno stipendio, l’ansia di pagare le tasse, la responsabilità nei confronti dei propri collaboratori, la fatica di arrivare a fine mese, il valore del sacrificio e della parola data.
Solo chi ha conosciuto la vita civile può trasformare quell’esperienza in servizio pubblico. La politica non dovrebbe essere una carriera, ma una parentesi nella vita di un cittadino. Un tempo limitato durante il quale restituire alla collettività ciò che la vita gli ha insegnato.
Per questo una sola legislatura sarebbe sufficiente. Quattro anni (tempo, secondo me, opportuno) possono bastare per realizzare un progetto, mantenere una promessa, lasciare un segno. Lo slancio iniziale è il momento più fecondo di ogni esperienza politica: è quello delle idee, dell’entusiasmo, del desiderio di cambiare. Quando invece la politica diventa un mestiere permanente, il rischio è che l’obiettivo non sia più migliorare il Paese, ma conservare il proprio posto e magari realizzarne per amici e parenti.
C’è poi un principio che dovrebbe essere scolpito nelle istituzioni democratiche: la scienza non è subordinata alla politica. È vero il contrario. La politica ha il compito di tradurre in decisioni ciò che la migliore conoscenza scientifica mette a disposizione.
Un rappresentante delle istituzioni è libero di discutere le modalità per affrontare un problema sanitario o ambientale, ma non può sostituire il consenso della comunità scientifica con le proprie convinzioni personali. Non dovrebbe proclamare che i vaccini siano inutili senza basi scientifiche, né negare l’esistenza della crisi climatica quando le evidenze accumulate dalla ricerca indicano il contrario. La buona scienza nasce dal dubbio, dalla verifica e dal confronto; ma quando le prove diventano solide, ignorarle significa mettere a rischio il bene comune. La politica deve dialogare con la scienza, non pretendere di sostituirla.
Infine c’è il tema dell’età. Governare non significa soltanto amministrare il presente, ma anche immaginare il futuro. Significa prendere decisioni i cui effetti si vedranno tra venti o trent’anni. È difficile chiedere a chi ha concluso il proprio percorso generazionale di progettare, con la stessa intensità, il mondo che i giovani erediteranno.
Per questo la politica dovrebbe saper lasciare spazio. “A una certa…” si dovrebbe avviare un naturale passaggio di testimone, e il ruolo più prezioso dovrebbe diventare quello del consigliere, del maestro, della memoria storica, non necessariamente quello del decisore. Ogni generazione ha il diritto di costruire il proprio domani con le proprie energie e la propria visione.
Il politico ideale, allora, non è un uomo di potere. È un cittadino temporaneamente chiamato a servire gli altri cittadini. Entra nella vita pubblica dopo aver imparato qualcosa dalla vita, governa per un tempo limitato, ascolta la scienza con umiltà, prepara il futuro senza volerlo possedere e, quando arriva il momento, torna serenamente al proprio mestiere.
Forse è un modello difficile da realizzare. Ma tutte le grandi democrazie sono nate inseguendo ideali che sembravano irraggiungibili. Il problema non è che il politico ideale non esista. Il problema è aver smesso di pretenderlo.

