Non è mia abitudine informarmi attraverso il TG1. Ieri sera, con i miei, mi sono fermato a guardarlo. Il TG1 resta una testata storica del servizio pubblico, un giornale televisivo che ha accompagnato la crescita culturale del Paese e che ancora oggi, per milioni di italiani, contribuisce a stabilire la gerarchia delle notizie.
Erano le 20.25, praticamente in coda al telegiornale.
Il servizio mostrava immagini di caldo estremo, terreni aridi, fiumi in sofferenza, raccolti compromessi. Non si parlava mai esplicitamente di “crisi climatica“, ma i fatti raccontavano esattamente questo. E il giornalista sottolineava (mal comune mezzo gaudio, questo era il senso) come situazioni analoghe stessero interessando gran parte dell’Europa.
Per qualche minuto il TG1 ha fatto ciò che il giornalismo dovrebbe fare: ricordarci che esistono problemi destinati a condizionare il nostro futuro molto più di qualsiasi polemica politica o fatto di cronaca del giorno.
Poi è arrivato il cambio di scena.
Un ampio servizio dedicato a Sal Da Vinci, ai suoi spettacoli, ai suoi progetti, alla sua stagione artistica.
Sia chiaro: non c’è nulla di sbagliato nel raccontare la cultura, la musica o lo spettacolo. Ma la successione delle notizie racconta sempre qualcosa. E quella di ieri sembrava suggerire un messaggio implicito: abbiamo parlato abbastanza di ciò che preoccupa, adesso torniamo a ciò che rassicura.
Viva lo show.
È una dinamica che non riguarda soltanto il TG1. Riguarda gran parte dell’informazione contemporanea. Molti media sembrano diventati accondiscendenti verso il bisogno del pubblico di essere distratto più che informato. Dopo una notizia che impone una riflessione, arriva quasi sempre quella che alleggerisce. Dopo il problema, l’evasione.
Forse perché è quello che desideriamo?
Preferiamo sorridere piuttosto che preoccuparci. Preferiamo consumare una notizia invece di lasciarci interrogare da essa. Preferiamo che qualcuno ci accompagni rapidamente verso qualcosa di più leggero, evitando che il pensiero diventi scomodo.
Ma la realtà non segue il palinsesto.
Le temperature continueranno a salire anche quando cambieremo canale. La siccità non si interromperà con la sigla finale del telegiornale. Gli effetti del cambiamento climatico continueranno a incidere sulla nostra economia, sulla salute, sull’agricoltura e sulla qualità della vita, indipendentemente da quanto tempo i media decideranno di dedicarvi.
L’informazione non dovrebbe soltanto raccontare ciò che accade. Dovrebbe anche aiutarci a distinguere ciò che è importante da ciò che è semplicemente interessante.
Una società che preferisce essere continuamente rassicurata finisce lentamente per rinunciare a comprendere il mondo in cui vive.
E forse il rischio più grande non è la crisi climatica in sé. È abituarci a considerarla una notizia come tutte le altre, da archiviare in pochi minuti prima di tornare serenamente allo spettacolo successivo.
Viene naturale pensare alle parole di Francesco Guccini, che oggi tutta Italia commemora. Nelle nelle sue canzoni ha spesso invitato a guardare la realtà senza anestetizzarla, senza rifugiarsi nelle illusioni. Questo che oggi manca al nostro dibattito pubblico: la capacità di restare davanti ai problemi il tempo necessario per comprenderli. Solo ciò che ci costringe a pensare può davvero cambiare il nostro futuro.
E il vecchio diceva, guardando lontano: “Immagina questo coperto di grano, immagina i frutti e immagina i fiori e pensa alle voci e pensa ai colori e in questa pianura, fin dove si perde, crescevano gli alberi e tutto era verde, cadeva la pioggia, segnavano i soli il ritmo dell’ uomo e delle stagioni”
C’è una domanda che da tempo mi accompagna e che nasce dalla mia esperienza personale. Non è una riflessione contro la politica. Al contrario, è una riflessione sul valore che la politica dovrebbe avere in una democrazia matura.
Per diventare Medico oggi non basta conoscere l’anatomia, la fisiologia o la farmacologia. È necessario superare anche un percorso dedicato alle Medical Humanities, cioè all’etica medica. La società ritiene, giustamente, che chi avrà tra le mani la salute delle persone debba possedere non solo competenze tecniche.
Quando poi ho scelto la carriera universitaria, ho scoperto un altro sistema di responsabilità. Ogni avanzamento dipende da criteri misurabili: numero di pubblicazioni, qualità delle riviste, Impact Factor – un indicatore dell’influenza scientifica di una rivista –, citazioni ricevute e H-index, che sintetizza produttività e impatto della ricerca. Sono parametri perfettibili, ma hanno un obiettivo preciso: valutare il lavoro sulla base dei risultati. Lo stesso accade in moltissime professioni.
Pretendiamo competenza, correttezza e risultati da un amministratore di condominio, da un commercialista, da un avvocato, da un dirigente d’azienda, da un primario.
Li scegliamo, li confermiamo o li sostituiamo anche in funzione della loro capacità di risolvere problemi concreti.
Perché questo principio dovrebbe valere meno per chi amministra una città, una regione o un’intera nazione?
Il politico esercita probabilmente la funzione pubblica con il maggiore impatto sulla vita delle persone. Le sue decisioni incidono sulla sanità, sulla scuola, sul lavoro, sull’economia, sulla sicurezza, sulla giustizia, sulle infrastrutture, sui trasporti, sull’ambiente, sulla ricerca, sulla cultura e sul futuro delle nuove generazioni.
Eppure non esiste alcun percorso formativo obbligatorio sull’etica pubblica. Non si tratta di immaginare una “patente di moralità”, ma almeno di riconoscere che chi si candida a guidare una comunità dovrebbe possedere una formazione specifica sui principi della responsabilità pubblica e del servizio alla collettività.
Altrettanto importante è un’altra questione: quella dei risultati. Un amministratore pubblico dovrebbe poter dimostrare, dati alla mano, che durante il proprio mandato la situazione è migliorata rispetto a quando ha iniziato. Meno liste d’attesa, trasporti più efficienti, conti pubblici più solidi, maggiore occupazione, scuole migliori, infrastrutture più moderne, città più sicure, servizi sociali più efficaci, maggiore tutela dell’ambiente.
Per fare questo non occorre inventare nuovi strumenti. Gli enti che producono statistiche e indicatori esistono già. Ciò che è indispensabile è che siano realmente indipendenti, credibili e percepiti come estranei a qualsiasi appartenenza politica. I numeri devono essere patrimonio dei cittadini, non della maggioranza o dell’opposizione. Solo dati raccolti con criteri rigorosi e condivisi possono diventare la base di una valutazione seria dell’azione di governo.
Oggi, invece, il rapporto tra cittadini e politica è spesso dominato più dalla percezione che dalla verifica. Ed è comprensibile. Le persone hanno lavoro, famiglia e mille responsabilità quotidiane. Non possono trasformarsi in analisti delle politiche pubbliche e finiscono inevitabilmente per delegare.
Ma proprio perché deleghiamo dovremmo pretendere strumenti che consentano di giudicare i nostri rappresentanti con maggiore oggettività. Negli ultimi anni sembra invece essersi affermato un criterio completamente diverso. Il successo di un politico viene spesso misurato dal numero dei follower sui social network, dalla capacità di occupare il dibattito mediatico, dalla visibilità delle sue dichiarazioni, dalla forza della comunicazione. Tutti elementi che possono essere importanti, ma che non dovrebbero mai sostituire la valutazione delle competenze, dell’etica e dei risultati ottenuti.
La popolarità non coincide necessariamente con la buona amministrazione. Un elevato consenso digitale non dimostra, da solo, che siano diminuiti i tempi di attesa negli ospedali, che l’economia sia cresciuta, che le scuole funzionino meglio o che i servizi pubblici siano diventati più efficienti.
Forse è arrivato il momento di riportare la politica sul terreno che le appartiene: quello della responsabilità.
Perché se chiediamo etica ai medici, risultati ai ricercatori, competenza agli amministratori di condominio e precisione ai commercialisti, è difficile comprendere perché proprio a chi governa il bene comune non si debbano chiedere, con la stessa fermezza, competenza, integrità e risultati verificabili.
La qualità di una democrazia non si misura dal numero di follower dei suoi leader. Si misura dalla qualità delle decisioni che migliorano concretamente la vita dei cittadini.
Una sera di tanto tempo fa, con due amici nottambuli e ostinatamente razionali, provammo a costruire uno schema delle differenze tra il modo di amare degli uomini e quello delle donne. Eravamo giovani e avevamo la convinzione ingenua che ogni cosa potesse essere compresa se osservata a lungo e ridotta a poche righe essenziali.
Con Attilio e Giuseppe non volevamo farci trovare impreparati dalla vita, e così facevamo quello che gli studenti fanno davanti a un esame difficile: studiavamo, prendevamo appunti e ripetevamo insieme.
La prima conclusione a cui arrivammo fu una semplificazione, e lo sapevamo bene. Pensammo che l’amore maschile fosse soprattutto concreto, mentre quello femminile fosse soprattutto ideale.
L’uomo che ama, ci dicevamo, sente il bisogno di fare qualcosa per la donna che ama. Regala fiori, oggetti, attenzioni. All’inizio sceglie cose magari banali, per paura di sbagliare; poi, man mano che conosce davvero chi ha davanti, cerca doni sempre più adatti, sempre più personali. Cerca di capire le situazioni, di risolvere i problemi, di alleggerire i pesi. In una parola: c’è. Concretamente.
L’amore di una donna ci appariva invece come qualcosa di più improvviso e assoluto. Una sorta di travolgimento. Un istante in cui l’immagine custodita dentro di sé si sovrappone alla persona che ha davanti e tutto sembra combaciare. Un colpo improvviso che trasforma il possibile nel necessario. Un tutto che resta tutto e che, finché dura, porta con sé una certa idea di infinito.
Naturalmente era una semplificazione. Lo sapevamo allora e lo so ancora oggi. Ma nelle notti lunghe della giovinezza le semplificazioni sembrano spesso verità.
Ricordo di aver provato perfino a rappresentare quella teoria con un grafico immaginario. Per l’uomo vedevo una linea che cresceva lentamente nel tempo, mentre per la donna una linea altissima, quasi parallela all’orizzonte, come se l’intensità dell’amore comparisse all’improvviso e poi restasse sospesa.
Ma non era quella la parte più importante del ragionamento.
La seconda intuizione arrivò più tardi, verso le due del mattino. Da est si era alzata una luna enorme, prima gialla come la polenta e poi via via più limpida e luminosa. Il sonno ci era passato da un pezzo. Appoggiati ai muri delle nostre case, senza più il timore di essere ascoltati dai grandi, parlavamo con quella libertà che appartiene soltanto alle ore profonde della notte.
Fu allora che facemmo una pensata ancora più strana.
Pensammo che l’uomo, quasi sempre, amasse con uno spirito paterno e protettivo. Non era una questione di età, né di superiorità, né tantomeno di possesso. Era qualcosa di più istintivo, forse un riflesso antico. La persona che sentiamo di poter amare diventa qualcuno di cui prenderci cura, qualcuno la cui felicità ci riguarda direttamente.
Per simmetria ci chiedemmo se, nell’amore di una donna, non esistesse talvolta una traccia dell’amore verso il padre. Non il padre reale, naturalmente, ma quella figura interiore che rappresenta protezione, fiducia, rifugio.
Forse, pensavamo, è anche per questo che spesso una donna riesce a fare la pace prima che un amore finisca. Perdere un padre è doloroso, ma appartiene all’ordine naturale delle cose. Perdere una figlia, ci sembrava allora, era un dolore ancora più difficile da immaginare.
Naturalmente ci interrogammo anche su tutte le eccezioni. Erano ormai le quattro e la luna piena era alta sui tetti di Mormanno.
Sugli amori che assomigliano all’amicizia tra fratelli, in cui la complicità conta più della passione e la confidenza viene prima di ogni altra cosa. Sugli amori tra persone dello stesso sesso, che allora conoscevamo poco e che, proprio per questo, ci costringevano a riconoscere i limiti delle nostre teorie. E capimmo subito che gli schemi che avevamo costruito con tanta cura cominciavano a mostrare crepe.
Forse esistono dinamiche diverse. Forse gli stessi ruoli si alternano. Forse, semplicemente, ogni amore inventa da sé il proprio linguaggio e le proprie regole. Ci sono momenti in cui si protegge e altri in cui si chiede protezione. Giorni in cui si guida e giorni in cui si ha bisogno di essere guidati. Istanti in cui si è rifugio e altri in cui si cerca rifugio.
Forse l’amore più maturo non è quello in cui ciascuno occupa un posto preciso, ma quello in cui i posti possono scambiarsi senza paura. Quello in cui ciascuno, a turno, custodisce e viene custodito. In cui la forza non appartiene sempre allo stesso e la fragilità non è mai una colpa. Perché ogni essere umano, per quanto sicuro possa apparire, porta dentro di sé parti forti e vulnerabili, certezze e timori, il desiderio di autonomia e il bisogno di affidarsi.
E forse proprio questa alternanza è una delle forme più profonde dell’intimità. Non soltanto vedere il mondo dal punto di vista dell’altro, ma arrivare a sentirlo, per qualche istante, come lo sente lui. Comprendere ciò che lo ferisce, ciò che lo rassicura, ciò che lo fa sorridere, ciò che lo spaventa. Non perché lo si osserva da fuori, ma perché ci si avvicina abbastanza da guardare la realtà attraverso i suoi occhi.
Fu allora che iniziammo a sospettare che l’amore fosse molto meno una questione di ruoli e molto più una questione di reciprocità. Molto meno un equilibrio statico e molto più una danza. Una danza in cui a volte si conduce e a volte ci si lascia condurre, senza perdere sé stessi e senza smettere di essere due persone distinte. Forse era questa la verità che cercavamo quella notte senza riuscire ancora a nominarla: che amare significa anche imparare, lentamente, a passare dall’altra parte dello sguardo.
Alla fine, però, nessuna di quelle considerazioni ebbe davvero importanza. Perché la realtà possiede una forza che le teorie non avranno mai. Le teorie cercano di spiegare la vita; la vita, invece, continua ad accadere. E quasi sempre accade in modo diverso da come l’avevamo immaginata. Così gli schemi che io, Attilio e Giuseppe avevamo disegnato sotto la luna restarono lì, belli e fragili come castelli di carte. Bastò un solo bacio inatteso per farli crollare tutti.
Si…La vita mi mise davanti a un bacio che nessuna delle nostre teorie aveva previsto. Ci sono baci che arrivano all’improvviso e mettono immediatamente due persone su un piano di verità. Senza maschere. Senza strategie. Senza il tempo necessario per costruire difese.
E quando accade, tutte le teorie diventano improvvisamente insufficienti.
Il nostro non avvenne sotto un monumento famoso, né davanti a un panorama da cartolina. Non c’erano tramonti memorabili, né luoghi degni di essere raccontati. Accadde in una piccola piazza della periferia di Roma, in un angolo qualsiasi della città, uno di quei posti che migliaia di persone attraversano senza nemmeno accorgersene.
Per non farci vedere dai passanti ci rifugiammo dietro alcuni cartelloni pubblicitari. Ancora oggi mi viene da sorridere pensando a quella scena. Due adulti che avrebbero dovuto sapere come comportarsi e che invece cercavano un nascondiglio improbabile come farebbero due bambini sorpresi a combinare una marachella.
Probabilmente nessuno, dovendo scegliere il luogo del proprio primo bacio, avrebbe indicato quel pezzo anonimo di periferia. Eppure, se oggi qualcuno mi chiedesse dove si trovi il posto più importante di quella città, saprei rispondere senza esitazione.
È lì. Dietro quei cartelloni. In quell’angolo senza storia né bellezza apparente. Perché i luoghi non diventano indimenticabili per ciò che sono, ma per ciò che accade al loro interno.
Ricorderò sempre la fretta di avvicinarci, la voglia di baciarci che sembrava avere più forza del buon senso, il timore divertito di essere visti, le risate soffocate, la complicità improvvisa di due persone che si conoscevano ancora troppo poco e già si cercavano come se si fossero aspettate da tempo.
Ricorderò il modo in cui il mondo, per qualche minuto, si ridusse a pochi metri quadrati di marciapiede e alla certezza che non avremmo voluto essere in nessun altro posto.
E forse è proprio questo il segreto dei ricordi felici: trasformano l’ordinario in straordinario.
Così quella piazza qualunque della periferia romana è diventata per sempre una delle coordinate segrete della mia memoria e della nostra storia. Nessuno la visiterà per ammirarne la bellezza. Nessuna guida turistica la segnalerà tra i luoghi da vedere. Eppure, per noi, resterà sempre il posto dove due persone, nascondendosi dietro dei cartelloni come due bambini, scoprirono che a volte la felicità sceglie indirizzi che nessuno avrebbe immaginato.
E fu allora che compresi quanto fossero incompleti gli schemi che io, Attilio e Giuseppe avevamo disegnato tanti anni prima sotto la luna. Perché nessuna teoria aveva previsto che due persone potessero essere così felici di nascondersi. Nessuna aveva immaginato che un bacio dato in un luogo improbabile potesse restare nella memoria più a lungo di tanti paesaggi perfetti.
A volte penso che mi piacerebbe raccontarlo a loro, quel bacio. Raccontare come certe cose accadano nonostante tutte le nostre spiegazioni. Come due persone possano ricordare per tutta la vita un angolo di periferia soltanto perché, per qualche minuto, lì dentro è passata la felicità.
Per farlo servirebbero soltanto quella luna e quei muri. Perché i ragazzi che eravamo allora sono ancora qui. Ogni tanto si lasciano nascondere dai casini della vita… ma poi basta un bacio, una risata o un’emozione inattesa, e si risvegliano come se il tempo non fosse mai passato.
Esiste una domanda che ogni democrazia dovrebbe avere il coraggio di porsi: chi dovrebbe governare un Paese? Non il più abile nel conquistare voti, non il più bravo a parlare davanti a una telecamera, ma il più capace di comprendere la vita delle persone.
Il primo requisito del politico ideale è semplice e, proprio per questo, rivoluzionario: non dovrebbe essere un politico di professione. Prima di sedere in Parlamento o in un consiglio comunale dovrebbe aver vissuto nel mondo reale. Dovrebbe aver fatto il medico, l’operaio, l’insegnante, l’agricoltore, l’imprenditore, il ricercatore, l’artigiano. Dovrebbe conoscere il peso di uno stipendio, l’ansia di pagare le tasse, la responsabilità nei confronti dei propri collaboratori, la fatica di arrivare a fine mese, il valore del sacrificio e della parola data.
Solo chi ha conosciuto la vita civile può trasformare quell’esperienza in servizio pubblico. La politica non dovrebbe essere una carriera, ma una parentesi nella vita di un cittadino. Un tempo limitato durante il quale restituire alla collettività ciò che la vita gli ha insegnato.
Per questo una sola legislatura sarebbe sufficiente. Quattro anni (tempo, secondo me, opportuno) possono bastare per realizzare un progetto, mantenere una promessa, lasciare un segno. Lo slancio iniziale è il momento più fecondo di ogni esperienza politica: è quello delle idee, dell’entusiasmo, del desiderio di cambiare. Quando invece la politica diventa un mestiere permanente, il rischio è che l’obiettivo non sia più migliorare il Paese, ma conservare il proprio posto e magari realizzarne per amici e parenti.
C’è poi un principio che dovrebbe essere scolpito nelle istituzioni democratiche: la scienza non è subordinata alla politica. È vero il contrario. La politica ha il compito di tradurre in decisioni ciò che la migliore conoscenza scientifica mette a disposizione.
Un rappresentante delle istituzioni è libero di discutere le modalità per affrontare un problema sanitario o ambientale, ma non può sostituire il consenso della comunità scientifica con le proprie convinzioni personali. Non dovrebbe proclamare che i vaccini siano inutili senza basi scientifiche, né negare l’esistenza della crisi climatica quando le evidenze accumulate dalla ricerca indicano il contrario. La buona scienza nasce dal dubbio, dalla verifica e dal confronto; ma quando le prove diventano solide, ignorarle significa mettere a rischio il bene comune. La politica deve dialogare con la scienza, non pretendere di sostituirla.
Infine c’è il tema dell’età. Governare non significa soltanto amministrare il presente, ma anche immaginare il futuro. Significa prendere decisioni i cui effetti si vedranno tra venti o trent’anni. È difficile chiedere a chi ha concluso il proprio percorso generazionale di progettare, con la stessa intensità, il mondo che i giovani erediteranno.
Per questo la politica dovrebbe saper lasciare spazio. “A una certa…” si dovrebbe avviare un naturale passaggio di testimone, e il ruolo più prezioso dovrebbe diventare quello del consigliere, del maestro, della memoria storica, non necessariamente quello del decisore. Ogni generazione ha il diritto di costruire il proprio domani con le proprie energie e la propria visione.
Il politico ideale, allora, non è un uomo di potere. È un cittadino temporaneamente chiamato a servire gli altri cittadini. Entra nella vita pubblica dopo aver imparato qualcosa dalla vita, governa per un tempo limitato, ascolta la scienza con umiltà, prepara il futuro senza volerlo possedere e, quando arriva il momento, torna serenamente al proprio mestiere.
Forse è un modello difficile da realizzare. Ma tutte le grandi democrazie sono nate inseguendo ideali che sembravano irraggiungibili. Il problema non è che il politico ideale non esista. Il problema è aver smesso di pretenderlo.
Le unghie raccontano una lunga storia evolutiva. Le abbiamo davanti agli occhi ogni giorno, le tagliamo, le curiamo, le coloriamo, ma raramente ci chiediamo perché esistano.
I nostri antenati più lontani possedevano artigli. Erano strumenti di difesa, di attacco, di arrampicata. La natura non costruisce nulla per caso: ciò che serve rimane, ciò che non serve scompare o si trasforma. Nell’uomo gli artigli hanno perso gran parte della loro funzione originaria. Al loro posto sono rimaste le unghie, strutture apparentemente semplici ma straordinariamente sofisticate.
Per comprenderne il significato bisogna osservare la punta delle dita. Il polpastrello è uno dei luoghi più sensibili dell’intero corpo umano. In pochi centimetri quadrati si concentra una quantità impressionante di recettori nervosi capaci di distinguere consistenze, temperature, vibrazioni, pressioni minime. È grazie a questa raffinatissima rete sensoriale che un chirurgo può percepire una differenza di consistenza nei tessuti, che un violinista può controllare la corda, che una madre può riconoscere il volto del figlio semplicemente accarezzandolo.
L’unghia funge da sorta di esoscheletro localizzato. Si trova sulla faccia dorsale della falange distale e costituisce un punto di contrasto contro cui il polpastrello può esercitare la propria sensibilità. Senza questa piccola lamina di cheratina, la precisione della presa e della percezione tattile sarebbero notevolmente ridotte. In altre parole, non serve soltanto a proteggere il dito: contribuisce a renderlo uno strumento sensoriale di straordinaria efficacia.
Poi c’è una funzione che spesso fa sorridere ma che è fondamentale: il grattamento. Il prurito è uno dei sistemi di allarme più antichi dell’organismo. Può segnalare la presenza di un insetto, di una sostanza irritante, di un’infiammazione cutanea. Grattarsi non è una bizzarria né un difetto dell’educazione. È un comportamento biologico profondamente radicato nella nostra storia evolutiva. Le unghie sono gli strumenti che la natura ha conservato per permetterci di rispondere a questo segnale.
Da qualche decennio le unghie hanno acquisito anche un’altra funzione: quella estetica. Le donne, in particolare, hanno trasformato l’unghia in una piccola superficie su cui esprimere creatività, gusto e personalità. Linee eleganti, colori raffinati, decorazioni sempre più sofisticate hanno reso la manicure una forma di linguaggio visivo, un dettaglio capace di raccontare qualcosa di chi la porta.
Dietro un’unghia ben curata c’è un intero mondo professionale fatto di competenze tecniche, aggiornamento continuo, conoscenza dei materiali e attenzione alla salute della lamina ungueale. Le moderne onicotecniche non sono semplicemente artigiane della bellezza: sono professioniste che, con preparazione e responsabilità, prestano grande attenzione alla conservazione dell’integrità dell’unghia naturale.
Negli ultimi anni la ricerca nel settore ha portato allo sviluppo di prodotti sempre più sofisticati, formulati per ridurre il rischio di danni alla lamina ungueale e ai tessuti circostanti. Gel, smalti semipermanenti, basi protettive e materiali di ricostruzione vengono continuamente perfezionati per garantire non soltanto risultati estetici di elevata qualità, ma anche una maggiore sicurezza e il rispetto della fisiologia dell’unghia. Le professioniste più attente conoscono l’importanza di una preparazione non aggressiva, di una corretta rimozione dei prodotti e del rispetto dei tempi biologici necessari al mantenimento di un’unghia sana.
La bellezza, del resto, raggiunge la sua forma più alta quando si accompagna alla cura. Un’unghia esteticamente gradevole ma biologicamente danneggiata rappresenta una sconfitta sia per l’estetica sia per la salute. Al contrario, una manicure eseguita con competenza può contribuire a proteggere la superficie ungueale dalle aggressioni meccaniche quotidiane, a migliorare l’aspetto di unghie fragili o irregolari e ad aumentare il benessere psicologico della persona.
Non bisogna sottovalutare il valore sociale e culturale di queste pratiche. Da sempre gli esseri umani decorano il proprio corpo: gioielli, abiti, acconciature, tatuaggi e cosmetici rappresentano modi diversi attraverso cui ogni individuo costruisce e comunica la propria identità. Le unghie fanno parte di questo linguaggio universale. Attraverso una scelta cromatica, una forma particolare o una decorazione artistica, le donne esprimono eleganza, originalità, appartenenza a uno stile o, semplicemente, il piacere di sentirsi bene con sé stesse. Una manicure può essere un gesto di bellezza, un atto creativo, una forma di autostima o persino una piccola opera d’arte portata nella vita quotidiana.
Esiste tuttavia un confine che merita di essere ricordato. Quando una mano diventa uno strumento professionale di cura, alcune regole dovrebbero prevalere sull’estetica.
Medici, infermieri, fisioterapisti, osteopati, massaggiatori, estetiste, operatori sociosanitari e tutti coloro che lavorano quotidianamente sul corpo di un’altra persona hanno un dovere particolare: mantenere unghie corte, pulite e funzionali.
La ragione non è soltanto igienica, benché l’igiene sia già un argomento sufficiente. La ragione è soprattutto anatomica e relazionale.
La mano che visita deve sentire. La mano che palpa deve percepire. La mano che cura deve adattarsi al corpo dell’altro senza diventare un ostacolo. Un’unghia lunga riduce la sensibilità tattile, modifica il modo in cui il polpastrello entra in contatto con i tessuti e può causare disagio durante l’esame clinico o il trattamento.
L’unghia corta rappresenta, in questi contesti, un gesto di rispetto. È il segnale nascosto che dice al paziente: «La tua salute viene prima della mia immagine. Il tuo comfort viene prima della mia estetica».
Quando vedo un operatore che utilizza sul corpo di un paziente mani adornate da unghie lunghe e ingombranti, non penso alla modernità né all’eleganza. Mi domando se, in quel momento, la bellezza della propria mano non stia pesando più del benessere della persona affidata alle sue cure.
La società contemporanea ci invita continuamente a mostrarci. Le professioni della cura, invece, ci ricordano un’altra verità: esistono momenti in cui bisogna mettere al centro qualcun altro. Il valore di una mano non si misura dalla lunghezza delle sue unghie, ma dalla delicatezza con cui sa toccare un altro essere umano.
Si possono ignorare i dati, screditare la scienza, rinviare le decisioni e continuare a difendere interessi economici di breve periodo, ma non si può fermare la realtà. Il cambiamento climatico è sotto gli occhi di tutti: nelle ondate di calore sempre più frequenti, negli eventi meteorologici estremi, nella perdita di biodiversità, nelle conseguenze sulla salute umana e nei danni all’economia stessa.
Per questo è necessario contrastare ogni forma di negazionismo climatico e accelerare con decisione la transizione verso un’economia più sostenibile. Uno dei pochi modi per fermare chi continua ad arricchirsi alle spalle dell’ambiente e della salute collettiva è promuovere l’innovazione, incentivare l’economia verde, responsabilizzare chi inquina e rendere conveniente ciò che protegge il pianeta.
Siano giudicati dalla storia coloro che, per interesse, convenienza o calcolo politico, continuano a negare o minimizzare l’evidenza scientifica. Ogni ritardo nella transizione ecologica ha un costo che pagano l’ambiente, la salute pubblica e le generazioni future.
Le opinioni sono libere, ma i fatti restano fatti. E mentre il pianeta si surriscalda, troppi politici e opinionisti continuano a pronunciare le loro rassicuranti sciocchezze da uffici climatizzati, lontani dai problemi reali e dalle conseguenze delle proprie parole.
La Terra non ha bisogno di slogan. Ha bisogno di coraggio, di responsabilità e di fatti.
Nel solco degli studi dialettologici dell’Italia meridionale, e in particolare di quell’area straordinariamente complessa e affascinante che la tradizione scientifica identifica come area lausberghiana, tra Calabria settentrionale e Basilicata meridionale, questo libro di proverbi si offre come documento prezioso, vivo e necessario.
Non è soltanto una raccolta di forme linguistiche, ma un vero deposito di memoria culturale. I proverbi rappresentano una delle espressioni più dense della lingua: brevi, incisivi, spesso enigmatici, condensano secoli di esperienza, di osservazione del mondo e di organizzazione simbolica della realtà. Nei territori studiati da Gerhard Rohlfs, dove la continuità tra latino, grecità antica e innovazioni romanze si manifesta con particolare evidenza, il proverbio diventa anche traccia filologica: una reliquia linguistica in cui si colgono echi arcaici e dinamiche evolutive.
L’area Lausberg, così definita dagli studi di Heinrich Lausberg, costituisce uno dei laboratori più raffinati della linguistica romanza. Qui sopravvivono fenomeni fonetici e morfosintattici di grande interesse: vocalismi arcaici, esiti peculiari delle consonanti latine, strutture sintattiche che rimandano a fasi antiche della lingua. Ma ciò che rende questi territori davvero unici è la capacità di custodire, attraverso la lingua, una visione del mondo.
I proverbi raccolti in questo volume appartengono pienamente a questa dimensione. Parlano di lavoro, di relazioni familiari, di tempo atmosferico, di giustizia e di destino; ma soprattutto raccontano una comunità: la sua ironia, la sua durezza, la sua saggezza concreta. In essi si avverte una tensione costante tra necessità e ingegno, tra fatalismo e volontà, tra tradizione e adattamento.
Dal punto di vista linguistico, questi testi richiedono una lettura attenta e stratificata. Ogni forma lessicale, ogni costruzione, ogni variazione fonetica è indizio di una storia lunga e complessa. La compresenza di elementi conservativi e innovazioni locali testimonia una vitalità linguistica che sfugge a ogni semplificazione: il proverbio diventa così non solo oggetto di raccolta, ma vero strumento di indagine.
A questo livello si intreccia una dimensione più profonda, di natura antropologica. Il proverbio non si limita a descrivere il mondo: lo interpreta, lo orienta, stabilisce relazioni, suggerisce comportamenti. È una forma di sapere condiviso, trasmesso oralmente, che resiste nel tempo proprio perché capace di adattarsi senza perdere la propria struttura essenziale.
Questo libro si colloca dunque all’incrocio tra linguistica, filologia e antropologia culturale. Restituisce voce a una tradizione che rischierebbe di disperdersi, e lo fa con la forza della parola autentica, non mediata, non standardizzata. Se questa raccolta possiede una tale densità di voce, è perché nasce da un lavoro lungo, paziente e profondamente radicato nel territorio.
Luigi Paternostro studia il dialetto di Mormanno e dei paesi circostanti da oltre cinquant’anni, con una dedizione rara negli studi contemporanei. Il suo non è un interesse occasionale, ma un esercizio continuo di ascolto, confronto e sedimentazione. In questa prospettiva, ogni proverbio non è soltanto trascritto, ma compreso nella sua funzione, nella sua storia e nel suo uso reale all’interno della comunità.
Come egli stesso ricorda nella dedica, questo libro si colloca in uno spazio insieme affettivo e scientifico: parla a chi appartiene a questa terra, ma anche a chi la studia. È proprio questa duplice tensione, tra appartenenza e analisi, a conferirgli un valore particolare: da un lato la precisione del dialettologo, dall’altro la fedeltà di chi conosce dall’interno ciò che raccoglie.
C’è un proverbio, tra i tanti presenti in queste pagine, che sembra offrire una chiave di lettura dell’intero lavoro: A ddù c’è gùstu non c’è pirdènza. Dove c’è gusto, non c’è perdita.
Questo libro nasce proprio da qui: dal gusto della lingua, dal piacere della parola, dalla necessità di custodire e tramandare un sapere che non vive nei trattati, ma nella voce delle persone. E questo si avverte immediatamente.
Leggendo, si ha la sensazione di trovarsi non davanti a semplici frasi, ma a frammenti di vita compressi. Ogni proverbio è un gesto, una scena, un giudizio: A chiàngi ù mortu su làcrimi pèrsi, poche parole in cui si condensa una concezione del dolore asciutta e concreta; A fùtti a cu non ci stà e a parlà a cu non sènti, ci pèrdisi tèmbu, esperienza, disillusione, lucidità.
Molti proverbi assumono una forma quasi narrativa, come piccole unità di racconto: A criànza d’ù cardalànu: lassài sùlu na mùzzica ‘ntru piàttu. Un gesto minimo diventa educazione, codice sociale, misura del comportamento.
In questa lingua emerge una visione del mondo: A gaḑḑìna i l’àvutri è quànta nna pàpara, l’invidia resa attraverso immagini concrete e domestiche; A cùrta iè bbòna pù marìtu, a lònga pi cògghi ì fìchi, espressione diretta di un sistema di valori che appartiene a un preciso contesto storico e sociale.
Non tutto deve essere condiviso per essere compreso. E questo libro ha il merito di non filtrare né addolcire: lascia che la voce arrivi nella sua autenticità.
Un ultimo proverbio può accompagnare la chiusura di questa lettura: A fà cùmi ti fànu, non ci vò mastrìa. Non serve maestria per restituire ciò che si riceve.
E questo libro, con naturalezza e precisione, restituisce una lingua, una comunità, una memoria. Perché nei proverbi, più che altrove, la lingua non si limita a raccontare il mondo: lo giudica, lo orienta, lo tramanda e così facendo, lo fa durare.
Dall’Anatomia dei Libri all’Anatomia Reale: dissezione su cadavere per studenti di Medicina e Chirurgia In partnership con Anatomia per Tutti
ICLO San Marino | 26, 27, 28, 29 luglio 2026 Direzione scientifica: Prof. Ferdinando Paternostro; Prof.ssa Immacolata Belviso Numero chiuso: max 11 partecipanti Info: c.romila@iclo.eu
PERCHÉ PARTECIPARE
L’anatomia non si comprende davvero finché non la si osserva nel corpo reale. Questa Summer School nasce per offrire agli studenti di Medicina un’esperienza formativa unica: vedere, dissecare e comprendere l’organizzazione tridimensionale del corpo umano direttamente sul preparato anatomico.
Un percorso intensivo pensato per trasformare l’anatomia: da materia da studiare → a struttura da comprendere
OBIETTIVI FORMATIVI
Il corso permetterà allo studente di:
consolidare l’anatomia macroscopica attraverso osservazione diretta
sviluppare una reale comprensione tridimensionale dei rapporti anatomici
integrare anatomia, topografia e prime correlazioni cliniche
acquisire familiarità con i principali landmarks anatomici di interesse medico
prepararsi in modo avanzato agli anni clinici e chirurgici del percorso formativo
IL METODO DIDATTICO
Ogni giornata segue una progressione didattica strutturata:
OSSERVARE → DISSECARE → CORRELARE → COMPRENDERE
Con integrazione continua tra:
spiegazione anatomica topografica
dissezione guidata
correlazioni cliniche essenziali
confronto attivo con i partecipanti
PREPARATI ANATOMICI
1 tronco
1 arto superiore
1 arto inferiore
1 testa
Orario attività: 09:00 – 16:30
PROGRAMMA
GIORNO 1 – TORACE E ADDOME
Anatomia topografica del tronco e organizzazione delle cavità corporee
Studio progressivo delle grandi cavità del tronco e dei principali rapporti viscerali.
Argomenti principali
Parete toracica e spazi intercostali
Mediastino e grandi vasi
Cuore e pericardio
Diaframma
Cavità addominale e peritoneo
Fegato, stomaco, pancreas, milza
Retroperitoneo e grandi vasi addominali
GIORNO 2 – DORSO, COLONNA E ARTO SUPERIORE
Anatomia neuro-muscolare e organizzazione funzionale dell’arto superiore
Dalla colonna vertebrale alle strutture neurovascolari dell’arto superiore.
Argomenti principali
Muscolatura del dorso
Colonna vertebrale e canale vertebrale
Midollo spinale e meningi
Plesso brachiale
Regione ascellare
Compartimenti del braccio e dell’avambraccio
Principali nervi periferici dell’arto superiore
GIORNO 3 – ARTO INFERIORE
Anatomia della locomozione e distribuzione neurovascolare
Analisi anatomica dell’arto inferiore in relazione a statica e movimento.
Argomenti principali
Regione glutea
Nervo sciatico
Triangolo femorale
Coscia anteriore e posteriore
Fossa poplitea
Compartimenti della gamba
Anatomia del piede
GIORNO 4 – TESTA E NEUROCRANIO
Anatomia integrata della testa: dal volto alla base cranica
Approccio stratigrafico alle regioni più complesse del corpo umano.
Argomenti principali
Volto e muscoli mimici
Compartimenti adiposi superficiali
Arteria faciale
Cavità orale e nasale
Base cranica
Forami cranici
Nervi cranici
Seno cavernoso e regioni profonde
A CHI È RIVOLTO
Studenti del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia interessati ad approfondire l’anatomia con un approccio pratico, avanzato e tridimensionale.
UN’ESPERIENZA FORMATIVA UNICA
La dissezione anatomica rappresenta uno dei momenti più formativi nel percorso di un futuro medico.
Partecipare significa:
comprendere davvero la tridimensionalità del corpo umano
fissare in modo duraturo concetti complessi
costruire basi solide per clinica, chirurgia e diagnostica
vivere l’anatomia come esperienza, non solo come studio
Appunti riservati agli uomini in attesa: ciò che accade davvero davanti allo specchio.
Sì, esatto: a voi colleghi che aspettate fuori dalla porta del bagno, a voi che guardate l’orologio in macchina o in salotto, chiedendovi cosa stia mai succedendo lì dentro. Questo testo è per voi… noi. E alle donne chiedo scusa, con sincera benevolenza (ad una in particolare), se ho carpito e ora rivelo, con rispetto e un filo di stupore, qualche piccolo segreto ai colleghi maschietti.
Perché mentre voi aspettate, spesso distratti o impazienti, dentro quel bagno accade qualcosa che somiglia a un piccolo rito. Un rito in cui si intrecciano arte, tecnica, intuizione e, sorprendentemente, una sottile, precisissima conoscenza dell’anatomia del volto.
Ogni donna, in quel momento, diventa un po’ una anatomista.
Tutto comincia con un gesto semplice, quasi rituale: la detersione. Il viso viene lavato con cura, come si prepara una tela prima di dipingerla. Non è solo pulizia: è predisposizione, è creare una superficie omogenea, viva, pronta ad accogliere ciò che verrà.
Poi, dopo la crema idratante, arriva il fondotinta. Non è steso a caso. È distribuito secondo una logica precisa, quasi geometrica. Punti speculari a destra e a sinistra, poi movimenti circolari, spesso centrifughi, che accompagnano la struttura del volto. La mano segue le curve: zigomi, arcate, mandibola. È una mappa, e chi la percorre la conosce bene.
Subito dopo… il correttore. Qui si lavora per sottrazione, per equilibrio. Piccole aree, piccoli tocchi. Zone d’ombra che vengono riportate alla luce. È un intervento mirato, quasi chirurgico nella precisione.
E poi il blush (fard è oramai desueto). Qui succede qualcosa di affascinante: si ricrea la fisiologia. Il rossore naturale della cute viene evocato sugli zigomi, seguendo una direzione mediolaterale che accompagna la struttura ossea e si fonde con l’attaccatura dei capelli e con la zona anteriore dell’orecchio. Non è colore: è vitalità.
Il contouring, invece, è scultura. Si interviene lungo i margini che definiscono il volto: il solco tra il naso e la guancia, quello tra il naso e il labbro, il bordo della mandibola. Si affina, si modella, si suggerisce una forma. È un gioco sottile tra luce e ombra che richiama, senza dirlo, la tridimensionalità del volto.
Poi arriva l’illuminante. Punti precisi: palpebra superiore, zone strategiche. Qui spesso la mano si fa più diretta, il dito può sostituire il pennello. La luce viene posata con intenzione, come un accento finale: un riflesso che si accende, un punto che cattura lo sguardo, una piccola scintilla che trasforma la superficie in un racconto.
E a proposito di pennelli: ogni gesto è preceduto da un piccolo movimento quasi invisibile. Il prodotto viene raccolto, quindi il pennello viene leggermente scosso con un elegante e sapiente colpo di polso. Un atto minimo, ma essenziale: resta solo ciò che serve. Né più, né meno.
Le sopracciglia, poi. Non sono semplici peli: sono architettura. Un gel, una definizione, un rinforzo. Il movimento segue la direzione naturale del pelo, dalla radice verso l’esterno, ordinando, sollevando, dando forma.
E infine, gli occhi. L’eyeliner disegna con una precisione sorprendente. Segue il margine palpebrale, accarezza il canto laterale, può sfiorare quello mediale, con attenzione ai punti lacrimali. Ma è soprattutto quella linea che, allungandosi verso l’esterno e leggermente verso l’alto, crea l’effetto: uno slancio elegante, relativo alla linea del sopracciglio, che solleva lo sguardo senza confonderlo.
Le labbra chiudono il percorso. Il contorno viene tracciato esattamente sul bordo del vermiglio. Qui la precisione è tutto: né sopra, né sotto. Solo lì, dove il profilo naturale si esprime. A questo punto si può scegliere: riempire con il rossetto, steso con decisione o tamponato per un effetto più morbido, oppure sfumare la matita per una resa più naturale. Senza rossetto, un velo di burro di cacao può completare, donando luce, morbidezza e presenza.
Sul viso è una danza: ogni gesto ha ritmo, direzione, intenzione. Alla fine lo sguardo si apre, si struttura, prende posizione e, quasi all’improvviso, i capelli si sciolgono.
Ed è lì che succede qualcosa che noi, fuori dalla porta, percepiamo senza capire fino in fondo: la luce si accende sul volto, si riflette, si moltiplica. Lo specchio restituisce più di un’immagine: restituisce un equilibrio. È un gioco di riflessi, un teatro di luce e bellezza.
Non è magia. Non è nemmeno solo estetica. È conoscenza del proprio volto, delle sue proporzioni, dei suoi punti di forza. È un dialogo continuo tra mano e struttura, tra gesto e forma.
E ora, colleghi maschietti, permettetemi una breve nota finale. La prossima volta che vi ritroverete fuori da quella porta, potreste adottare un atteggiamento diverso. Niente sospiri teatrali, niente consultazioni ossessive dell’orologio come gentiluomini vittoriani in ritardo per il tè. Piuttosto, assumete quella calma elegante tipicamente britannica: schiena dritta, pazienza composta, magari un leggero sorriso come se foste perfettamente consapevoli di assistere, da fuori, a un’operazione di alta precisione.
Se proprio volete fare qualcosa, evitate frasi del tipo “manca molto?”: non sono mai state storicamente efficaci. Meglio un silenzio intelligente, o al massimo un diplomatico “prenditi il tempo che serve”, pronunciato con l’aplomb di chi ha capito tutto.
Perché, quando quella porta si aprirà, capirete che l’attesa non è stata tempo perso. Era solo il prezzo, del tutto ragionevole, per assistere all’effetto finale… WOW !
Tra immagini seducenti ma inesatte e immagini reali costruite con rigore, il rischio è duplice: l’errore che si diffonde e il lavoro che si perde, sottratto senza nome né riconoscimento
C’è una nuova anatomia che conquista. È lucida, armoniosa, impeccabile. I muscoli sembrano disegnati da un orafo, i nervi scorrono con una grazia quasi artistica, i colori guidano l’occhio in una mappa ben progettata. È l’anatomia generata dall’intelligenza artificiale.
Funziona. Seduce. Soprattutto, convince. Finché l’osserva chi davvero non deve usarla.
Ad uno sguardo più esperto, qualcosa si incrina. Un vaso che devia senza motivo, un piano fasciale che non esiste, un rapporto anatomico spostato. Errori invisibili ad uno sguardo superficiale…. in anatomia però i dettagli non sono mai dettagli: sono sostanza.
Così, immagini nate per chiarire finiscono per confondere. E lo fanno nel modo più insidioso: con eleganza.
Chi studia seriamente anatomia lo sa. La disciplina non ammette approssimazioni “graziose”. Non concede scorciatoie visive. È esatta, concreta; se qualcosa o qualcuno introduce una variazione immaginaria, anche minima, la realtà, prima o poi, presenta il conto.
Guardate, ad esempio, i muscoli posteriori e anteriori dell’avambraccio. A sinistra il Prometeus Edises, a destra AI: aguzzate la vista (come sulla Settimana Enigmistica ) e trovate le differenze!
Accanto a questa anatomia brillante e sbagliata, esiste un’altra anatomia. Meno appariscente, più difficile.
È quella delle immagini settorie, dei video costruiti in sala di dissezione. Non nascono da un algoritmo, ma da un percorso. Richiedono tempo, studio, manualità. Richiedono conoscenza dei piani, rispetto dei tessuti, capacità di scegliere cosa mostrare e cosa lasciare nell’ombra.
Soprattutto, richiedono responsabilità. Perché lì non si rappresenta un modello ideale. Si incontra un corpo reale e questo cambia radicalmente la prospettiva.
Un’immagine settoria non è mai neutra. È il risultato di ore di lavoro, spesso invisibile, di decisioni tecniche, di competenza che si costruisce nel tempo. È un atto scientifico, prima ancora che visivo. Eppure, proprio queste immagini (che in anatomia sono le più preziose perché le più difficili da ottenere) sono oggi le più facili da perdere.
Diffuse sui social (come spesso faccio nella CommunityAnatomia per Tutti) con il solo intento di condividere e divulgare, queste immagini iniziano a circolare senza controllo: vengono riprese, ritagliate, ripubblicate. Talvolta migliorate, più spesso semplificate. E quasi sempre private di ciò che le rende davvero scientifiche: la loro fonte.
“È online, quindi è di tutti.” Una frase diffusa. E, come spesso accade, comoda.
In scienza (sia quella più rigorosa delle riviste specialistiche e quella che viaggia nei canali della divulgazione) la comodità non è mai un criterio. Citare la fonte non è una formalità: è un principio fondante. Assicura tracciabilità, riconosce il lavoro, costruisce fiducia. Senza citazione, il sapere si sradica e perde consistenza. Togliere il nome a un’immagine o a un video significa recidere il legame con chi l’ha creata. È una sottrazione furba e celata, ma sostanziale.
Chi divulga dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro: divulgare non significa soltanto rendere accessibile. Significa rendere corretto, riconoscibile, onesto.
La differenza, forse, sta tutta qui. Tra chi usa le immagini per apparire, e chi le costruisce per mostrare. Tra chi cerca l’effetto e chi difende il significato.
L’anatomia, in fondo, resta una disciplina essenziale: richiede precisione, tempo e rispetto. Tutto il resto, per quanto brillante, resta in superficie e, prima o poi, si consuma.