Non è mia abitudine informarmi attraverso il TG1. Ieri sera, con i miei, mi sono fermato a guardarlo. Il TG1 resta una testata storica del servizio pubblico, un giornale televisivo che ha accompagnato la crescita culturale del Paese e che ancora oggi, per milioni di italiani, contribuisce a stabilire la gerarchia delle notizie.
Erano le 20.25, praticamente in coda al telegiornale.
Il servizio mostrava immagini di caldo estremo, terreni aridi, fiumi in sofferenza, raccolti compromessi. Non si parlava mai esplicitamente di “crisi climatica“, ma i fatti raccontavano esattamente questo. E il giornalista sottolineava (mal comune mezzo gaudio, questo era il senso) come situazioni analoghe stessero interessando gran parte dell’Europa.
Per qualche minuto il TG1 ha fatto ciò che il giornalismo dovrebbe fare: ricordarci che esistono problemi destinati a condizionare il nostro futuro molto più di qualsiasi polemica politica o fatto di cronaca del giorno.
Poi è arrivato il cambio di scena.
Un ampio servizio dedicato a Sal Da Vinci, ai suoi spettacoli, ai suoi progetti, alla sua stagione artistica.
Sia chiaro: non c’è nulla di sbagliato nel raccontare la cultura, la musica o lo spettacolo. Ma la successione delle notizie racconta sempre qualcosa. E quella di ieri sembrava suggerire un messaggio implicito: abbiamo parlato abbastanza di ciò che preoccupa, adesso torniamo a ciò che rassicura.
Viva lo show.
È una dinamica che non riguarda soltanto il TG1. Riguarda gran parte dell’informazione contemporanea. Molti media sembrano diventati accondiscendenti verso il bisogno del pubblico di essere distratto più che informato. Dopo una notizia che impone una riflessione, arriva quasi sempre quella che alleggerisce. Dopo il problema, l’evasione.
Forse perché è quello che desideriamo?
Preferiamo sorridere piuttosto che preoccuparci. Preferiamo consumare una notizia invece di lasciarci interrogare da essa. Preferiamo che qualcuno ci accompagni rapidamente verso qualcosa di più leggero, evitando che il pensiero diventi scomodo.
Ma la realtà non segue il palinsesto.
Le temperature continueranno a salire anche quando cambieremo canale. La siccità non si interromperà con la sigla finale del telegiornale. Gli effetti del cambiamento climatico continueranno a incidere sulla nostra economia, sulla salute, sull’agricoltura e sulla qualità della vita, indipendentemente da quanto tempo i media decideranno di dedicarvi.
L’informazione non dovrebbe soltanto raccontare ciò che accade. Dovrebbe anche aiutarci a distinguere ciò che è importante da ciò che è semplicemente interessante.
Una società che preferisce essere continuamente rassicurata finisce lentamente per rinunciare a comprendere il mondo in cui vive.
E forse il rischio più grande non è la crisi climatica in sé. È abituarci a considerarla una notizia come tutte le altre, da archiviare in pochi minuti prima di tornare serenamente allo spettacolo successivo.
Viene naturale pensare alle parole di Francesco Guccini, che oggi tutta Italia commemora. Nelle nelle sue canzoni ha spesso invitato a guardare la realtà senza anestetizzarla, senza rifugiarsi nelle illusioni. Questo che oggi manca al nostro dibattito pubblico: la capacità di restare davanti ai problemi il tempo necessario per comprenderli. Solo ciò che ci costringe a pensare può davvero cambiare il nostro futuro.
E il vecchio diceva, guardando lontano: “Immagina questo coperto di grano, immagina i frutti e immagina i fiori e pensa alle voci e pensa ai colori e in questa pianura, fin dove si perde, crescevano gli alberi e tutto era verde, cadeva la pioggia, segnavano i soli il ritmo dell’ uomo e delle stagioni”
Dalla pelle al cuore propone una lettura integrata dell’anatomia umana. Il libro segue un criterio semplice e concreto: procede dalla superficie ai piani profondi, descrivendo in successione la pelle, la fascia, i muscoli, le ossa, il sistema nervoso, i vasi, gli organi interni e il cuore. Questa organizzazione aiuta il lettore a comprendere non soltanto le singole strutture, ma soprattutto i loro rapporti anatomici e funzionali.
Il volume nasce dalla collaborazione tra due competenze diverse. Ferdinando Paternostro porta nel testo l’esperienza dell’anatomista, del medico e del docente che ha trascorso migliaia di ore nelle sale settorie, osservando direttamente la struttura e la variabilità del corpo umano. Giacomo Catalani contribuisce con una prospettiva legata alla comunicazione scientifica, al movimento, alla formazione e all’applicazione delle conoscenze nelle professioni della salute. Da questo incontro deriva un testo rigoroso nei contenuti fondamentali, ma scritto con un linguaggio accessibile.
Uno dei problemi dello studio anatomico è la necessità di suddividere il corpo in apparati, sistemi, regioni e singole strutture. Questa suddivisione è indispensabile per apprendere, ma può far perdere di vista l’unità dell’organismo. Un muscolo, per esempio, non può essere compreso pienamente senza considerare la fascia che lo avvolge, il nervo che lo controlla, i vasi che lo nutrono, le ossa sulle quali esercita la propria forza e le articolazioni che rendono possibile il movimento.
Il libro cerca di ricomporre queste relazioni. Il corpo viene presentato come un sistema nel quale ogni struttura dipende dalle altre e contribuisce al mantenimento dell’equilibrio complessivo. L’anatomia descrittiva viene quindi collegata alla funzione, alla fisiologia e, quando necessario, alle principali implicazioni cliniche.
Il percorso comincia dalla pelle, analizzata come organo di protezione, percezione, regolazione e comunicazione. Epidermide, derma e ipoderma sono presentati attraverso le loro caratteristiche essenziali. L’epidermide garantisce il rinnovamento e la protezione della superficie; il derma contiene fibre connettivali, vasi, ghiandole, follicoli piliferi e terminazioni nervose; l’ipoderma svolge funzioni meccaniche, termiche, metaboliche ed endocrine.
Particolare attenzione è dedicata alla funzione sensoriale della cute. Corpuscoli di Meissner e di Pacini, dischi di Merkel, terminazioni di Ruffini e terminazioni nervose libere permettono di percepire il tatto, la pressione, le vibrazioni, lo stiramento, il dolore e la temperatura. La distribuzione non uniforme di questi recettori spiega perché alcune regioni, come i polpastrelli e le labbra, possiedano una sensibilità molto maggiore rispetto ad altre.
La pelle è anche il principale punto di contatto fra l’organismo e l’ambiente. Attraverso di essa percepiamo il mondo e rendiamo visibili alcune risposte interne: arrossiamo, impallidiamo, sudiamo, manifestiamo reazioni vasomotorie ed emotive. Il testo utilizza questa realtà anatomica per introdurre il tema del confine corporeo, mantenendo un rapporto diretto tra il dato scientifico e l’esperienza individuale.
Sotto la pelle viene descritta la fascia, definita nel libro “rete invisibile”. Per molto tempo il tessuto fasciale è stato rimosso durante le dissezioni per rendere più evidenti muscoli, vasi e nervi. La ricerca più recente ne ha invece chiarito il ruolo nella trasmissione delle forze, nello scorrimento dei tessuti, nella propriocezione e nella percezione del dolore.
La fascia superficiale e quella profonda sono inserite in un continuum connettivale tridimensionale. Questa continuità consente alle diverse regioni del corpo di comunicare sia sul piano meccanico sia su quello funzionale. Fibre collagene, matrice extracellulare, acqua e acido ialuronico determinano la resistenza, l’elasticità e la capacità di scorrimento del tessuto. L’innervazione fasciale e la presenza di cellule dotate di proprietà contrattili completano il quadro di una struttura attiva, sensibile alle sollecitazioni e capace di adattarsi.
Il capitolo dedicato ai muscoli presenta il movimento come il risultato di un’organizzazione coordinata. Il testo parte dalla struttura della fibra muscolare e dal meccanismo di scorrimento dei filamenti di actina e miosina, per arrivare alla distinzione tra fibre lente e veloci e alla capacità del muscolo di adattarsi in risposta all’allenamento, all’attività e all’inattività.
Il muscolo emerge come un tessuto plastico. L’ipertrofia, l’atrofia e gli adattamenti metabolici mostrano che la sua struttura riflette, almeno in parte, le attività svolte nel tempo. Il volume riserva inoltre attenzione ai muscoli profondi, responsabili della stabilizzazione e del controllo posturale. Multifido, trasverso dell’addome, muscoli vertebrali profondi e pavimento pelvico sono inseriti in un sistema coordinato che garantisce stabilità durante il movimento.
Le ossa sono descritte come organi vivi, vascolarizzati e sottoposti a un continuo rimodellamento. La componente minerale conferisce resistenza alla compressione, mentre il collagene garantisce elasticità e resistenza alla trazione. L’attività coordinata di osteoblasti e osteoclasti consente allo scheletro di rinnovarsi e di adattarsi ai carichi meccanici.
La legge di Wolff consente agli autori di illustrare con chiarezza il rapporto tra la struttura ossea e la sollecitazione funzionale. L’osso sottoposto a un carico adeguato si rinforza; l’assenza di stimoli meccanici ne favorisce l’indebolimento. Le articolazioni vengono quindi presentate come sistemi in cui superfici cartilaginee, liquido sinoviale, capsule e legamenti lavorano insieme per conciliare mobilità e stabilità.
Nel capitolo sul sistema nervoso il libro affronta il tema dell’integrazione delle informazioni. Cervello, midollo spinale, nervi periferici, gangli e plessi formano una rete che collega il centro alla periferia e consente all’organismo di ricevere stimoli, elaborarli e produrre risposte.
La corteccia cerebrale viene descritta in termini dei suoi principali lobi e delle rispettive specializzazioni funzionali, pur precisando che le attività più complesse derivano dalla cooperazione di molte aree. Talamo, ipotalamo, amigdala e ippocampo introducono rispettivamente i temi dell’integrazione sensoriale, dell’omeostasi, delle emozioni e della memoria.
La trattazione del sistema nervoso autonomo permette di collegare il cervello alle funzioni viscerali. Il sistema simpatico e quello parasimpatico regolano il battito cardiaco, la pressione, la digestione, la respirazione e numerosi altri processi che si svolgono senza controllo volontario. Il nervo vago rappresenta uno dei principali collegamenti anatomici tra l’encefalo, il cuore, i polmoni e l’apparato digerente.
Il testo propone così una visione della mente strettamente connessa al corpo. Le emozioni coinvolgono il cervello, ma anche il cuore, la respirazione, la muscolatura, la pelle e i visceri. L’esperienza individuale nasce dall’interazione continua tra l’attività nervosa, le condizioni corporee e l’ambiente.
Il sistema vascolare è rappresentato dall’immagine dei “fiumi di vita”. Arterie, capillari e vene formano una rete estesa in tutto l’organismo, incaricata di trasportare ossigeno, nutrienti, ormoni, cellule immunitarie e prodotti del metabolismo. Le differenze nella struttura delle pareti vascolari si spiegano in relazione alle diverse funzioni: le arterie resistono alla pressione e distribuiscono il sangue; i capillari permettono gli scambi; le vene riportano il sangue verso il cuore.
Un’attenzione specifica è dedicata al sistema linfatico, spesso meno conosciuto rispetto al sistema sanguigno. I vasi linfatici raccolgono il liquido interstiziale e lo riconducono alla circolazione, mentre i linfonodi partecipano al controllo immunitario. Il riferimento al linfedema consente di comprendere le conseguenze cliniche di un drenaggio linfatico insufficiente.
Il capitolo sugli organi interni riunisce polmoni, fegato, reni, stomaco e intestino sotto il principio generale dell’omeostasi. Ogni organo possiede una struttura e una funzione specifiche, ma opera attraverso scambi continui con gli altri organi. Il corpo mantiene il proprio equilibrio grazie a questa attività coordinata, in gran parte silenziosa e indipendente dalla volontà.
La sezione dedicata all’intestino introduce il sistema nervoso enterico, l’asse intestino-cervello e il microbiota. I microrganismi intestinali partecipano alla digestione, alla produzione di metaboliti, alla regolazione immunitaria e alla comunicazione con il sistema nervoso. Il libro affronta questi temi attuali con una sintesi efficace, sufficiente a far comprendere la complessità delle interazioni tra apparato digerente, immunità e cervello.
Il cuore è il punto di arrivo del percorso. La descrizione anatomica comprende le quattro camere, le valvole, il miocardio, le arterie coronarie e il sistema di conduzione. Il nodo senoatriale genera spontaneamente l’impulso che avvia la contrazione, mentre il sistema nervoso autonomo ne modula la frequenza in base alle esigenze dell’organismo.
Il cuore viene presentato anche come un organo inserito in una rete di comunicazioni nervose, ormonali e meccaniche. La sua autonomia elettrica e la capacità di adattare continuamente la gittata cardiaca alle necessità dei tessuti spiegano la posizione centrale che occupa nell’equilibrio dell’organismo.
Accanto al dato scientifico, il capitolo considera il valore simbolico che il cuore ha assunto nella storia e nella cultura. La distinzione tra realtà anatomica e rappresentazione simbolica resta chiara, ma consente di comprendere perché questo organo sia diventato un riferimento costante nel linguaggio delle emozioni.
Il capitolo dedicato al Cadaver Lab completa il progetto educativo del libro. La dissezione permette di osservare la consistenza dei tessuti, la profondità dei piani, il decorso effettivo di nervi e vasi, la disposizione degli organi e le varianti anatomiche individuali. Le strutture apprese attraverso atlanti e immagini acquistano volume, posizione e rapporti concreti.
L’esperienza settoria modifica anche il modo di interpretare le immagini diagnostiche e di eseguire un gesto clinico. Il medico comprende meglio ciò che osserva in una tomografia computerizzata o in una risonanza magnetica; il fisioterapista riconosce con maggiore precisione i rapporti tra nervi, muscoli e articolazioni; il professionista del movimento acquisisce una visione più concreta dell’organizzazione muscoloscheletrica.
Il corpo donato alla scienza è considerato con rispetto e gratitudine. La dissezione è presentata come un atto formativo fondato sulla responsabilità nei confronti del donatore e dei futuri pazienti. Questo elemento conferisce al capitolo una particolare importanza, poiché collega la conoscenza anatomica all’etica della formazione.
Il Post scriptum poetico introduce infine un linguaggio diverso. Le poesie dedicate alla bocca, ai capelli, al cervello, alle corde vocali, alle coronarie, agli occhi, alle mani, al fegato, al rene e ad altre strutture anatomiche trasferiscono il corpo sul piano della memoria e degli affetti. I termini scientifici diventano immagini capaci di esprimere presenza, desiderio, distanza e ricordo.
Questa sezione è coerente con l’impostazione complessiva dell’opera. Dopo avere descritto il corpo attraverso l’osservazione anatomica, il libro mostra come le sue parti entrino anche nel linguaggio con cui rappresentiamo noi stessi e le nostre relazioni. Anatomia e poesia rimangono distinte, ma condividono lo stesso oggetto: il corpo umano e l’esperienza che, attraverso di esso, prende forma.
Dalla pelle al cuore è un manuale tascabile di anatomia integrata, costruito intorno a una selezione di concetti fondamentali esposti con un linguaggio chiaro. La progressione dalla superficie alla profondità dà ordine alla trattazione e consente di collegare tessuti, organi e sistemi senza perdere la visione complessiva dell’organismo.
Il valore principale del libro risiede nella capacità di stabilire connessioni. Conoscere l’anatomia significa comprendere come la forma di una struttura ne condizioni la funzione e come ogni elemento operi in rapporto con gli elementi circostanti. La pelle, la fascia, i muscoli, lo scheletro, i nervi, i vasi e gli organi sono quindi presentati come componenti di un sistema unitario e dinamico.
Il testo rende accessibili processi complessi attraverso esempi concreti, immagini immediate e riferimenti all’esperienza professionale. Le riflessioni poste al termine dei capitoli ampliano la lettura senza interrompere il percorso scientifico e aiutano a collegare la struttura anatomica all’esperienza individuale.
Dalla pelle al cuore offre una sintesi chiara e coerente dell’organizzazione del corpo umano. È una lettura utile per chi studia anatomia, per i professionisti della salute e per chi desidera comprendere, con rigore e senza inutili tecnicismi, le relazioni che rendono l’organismo una struttura funzionalmente unitaria.
Una sera di tanto tempo fa, con due amici nottambuli e ostinatamente razionali, provammo a costruire uno schema delle differenze tra il modo di amare degli uomini e quello delle donne. Eravamo giovani e avevamo la convinzione ingenua che ogni cosa potesse essere compresa se osservata a lungo e ridotta a poche righe essenziali.
Con Attilio e Giuseppe non volevamo farci trovare impreparati dalla vita, e così facevamo quello che gli studenti fanno davanti a un esame difficile: studiavamo, prendevamo appunti e ripetevamo insieme.
La prima conclusione a cui arrivammo fu una semplificazione, e lo sapevamo bene. Pensammo che l’amore maschile fosse soprattutto concreto, mentre quello femminile fosse soprattutto ideale.
L’uomo che ama, ci dicevamo, sente il bisogno di fare qualcosa per la donna che ama. Regala fiori, oggetti, attenzioni. All’inizio sceglie cose magari banali, per paura di sbagliare; poi, man mano che conosce davvero chi ha davanti, cerca doni sempre più adatti, sempre più personali. Cerca di capire le situazioni, di risolvere i problemi, di alleggerire i pesi. In una parola: c’è. Concretamente.
L’amore di una donna ci appariva invece come qualcosa di più improvviso e assoluto. Una sorta di travolgimento. Un istante in cui l’immagine custodita dentro di sé si sovrappone alla persona che ha davanti e tutto sembra combaciare. Un colpo improvviso che trasforma il possibile nel necessario. Un tutto che resta tutto e che, finché dura, porta con sé una certa idea di infinito.
Naturalmente era una semplificazione. Lo sapevamo allora e lo so ancora oggi. Ma nelle notti lunghe della giovinezza le semplificazioni sembrano spesso verità.
Ricordo di aver provato perfino a rappresentare quella teoria con un grafico immaginario. Per l’uomo vedevo una linea che cresceva lentamente nel tempo, mentre per la donna una linea altissima, quasi parallela all’orizzonte, come se l’intensità dell’amore comparisse all’improvviso e poi restasse sospesa.
Ma non era quella la parte più importante del ragionamento.
La seconda intuizione arrivò più tardi, verso le due del mattino. Da est si era alzata una luna enorme, prima gialla come la polenta e poi via via più limpida e luminosa. Il sonno ci era passato da un pezzo. Appoggiati ai muri delle nostre case, senza più il timore di essere ascoltati dai grandi, parlavamo con quella libertà che appartiene soltanto alle ore profonde della notte.
Fu allora che facemmo una pensata ancora più strana.
Pensammo che l’uomo, quasi sempre, amasse con uno spirito paterno e protettivo. Non era una questione di età, né di superiorità, né tantomeno di possesso. Era qualcosa di più istintivo, forse un riflesso antico. La persona che sentiamo di poter amare diventa qualcuno di cui prenderci cura, qualcuno la cui felicità ci riguarda direttamente.
Per simmetria ci chiedemmo se, nell’amore di una donna, non esistesse talvolta una traccia dell’amore verso il padre. Non il padre reale, naturalmente, ma quella figura interiore che rappresenta protezione, fiducia, rifugio.
Forse, pensavamo, è anche per questo che spesso una donna riesce a fare la pace prima che un amore finisca. Perdere un padre è doloroso, ma appartiene all’ordine naturale delle cose. Perdere una figlia, ci sembrava allora, era un dolore ancora più difficile da immaginare.
Naturalmente ci interrogammo anche su tutte le eccezioni. Erano ormai le quattro e la luna piena era alta sui tetti di Mormanno.
Sugli amori che assomigliano all’amicizia tra fratelli, in cui la complicità conta più della passione e la confidenza viene prima di ogni altra cosa. Sugli amori tra persone dello stesso sesso, che allora conoscevamo poco e che, proprio per questo, ci costringevano a riconoscere i limiti delle nostre teorie. E capimmo subito che gli schemi che avevamo costruito con tanta cura cominciavano a mostrare crepe.
Forse esistono dinamiche diverse. Forse gli stessi ruoli si alternano. Forse, semplicemente, ogni amore inventa da sé il proprio linguaggio e le proprie regole. Ci sono momenti in cui si protegge e altri in cui si chiede protezione. Giorni in cui si guida e giorni in cui si ha bisogno di essere guidati. Istanti in cui si è rifugio e altri in cui si cerca rifugio.
Forse l’amore più maturo non è quello in cui ciascuno occupa un posto preciso, ma quello in cui i posti possono scambiarsi senza paura. Quello in cui ciascuno, a turno, custodisce e viene custodito. In cui la forza non appartiene sempre allo stesso e la fragilità non è mai una colpa. Perché ogni essere umano, per quanto sicuro possa apparire, porta dentro di sé parti forti e vulnerabili, certezze e timori, il desiderio di autonomia e il bisogno di affidarsi.
E forse proprio questa alternanza è una delle forme più profonde dell’intimità. Non soltanto vedere il mondo dal punto di vista dell’altro, ma arrivare a sentirlo, per qualche istante, come lo sente lui. Comprendere ciò che lo ferisce, ciò che lo rassicura, ciò che lo fa sorridere, ciò che lo spaventa. Non perché lo si osserva da fuori, ma perché ci si avvicina abbastanza da guardare la realtà attraverso i suoi occhi.
Fu allora che iniziammo a sospettare che l’amore fosse molto meno una questione di ruoli e molto più una questione di reciprocità. Molto meno un equilibrio statico e molto più una danza. Una danza in cui a volte si conduce e a volte ci si lascia condurre, senza perdere sé stessi e senza smettere di essere due persone distinte. Forse era questa la verità che cercavamo quella notte senza riuscire ancora a nominarla: che amare significa anche imparare, lentamente, a passare dall’altra parte dello sguardo.
Alla fine, però, nessuna di quelle considerazioni ebbe davvero importanza. Perché la realtà possiede una forza che le teorie non avranno mai. Le teorie cercano di spiegare la vita; la vita, invece, continua ad accadere. E quasi sempre accade in modo diverso da come l’avevamo immaginata. Così gli schemi che io, Attilio e Giuseppe avevamo disegnato sotto la luna restarono lì, belli e fragili come castelli di carte. Bastò un solo bacio inatteso per farli crollare tutti.
Si…La vita mi mise davanti a un bacio che nessuna delle nostre teorie aveva previsto. Ci sono baci che arrivano all’improvviso e mettono immediatamente due persone su un piano di verità. Senza maschere. Senza strategie. Senza il tempo necessario per costruire difese.
E quando accade, tutte le teorie diventano improvvisamente insufficienti.
Il nostro non avvenne sotto un monumento famoso, né davanti a un panorama da cartolina. Non c’erano tramonti memorabili, né luoghi degni di essere raccontati. Accadde in una piccola piazza della periferia di Roma, in un angolo qualsiasi della città, uno di quei posti che migliaia di persone attraversano senza nemmeno accorgersene.
Per non farci vedere dai passanti ci rifugiammo dietro alcuni cartelloni pubblicitari. Ancora oggi mi viene da sorridere pensando a quella scena. Due adulti che avrebbero dovuto sapere come comportarsi e che invece cercavano un nascondiglio improbabile come farebbero due bambini sorpresi a combinare una marachella.
Probabilmente nessuno, dovendo scegliere il luogo del proprio primo bacio, avrebbe indicato quel pezzo anonimo di periferia. Eppure, se oggi qualcuno mi chiedesse dove si trovi il posto più importante di quella città, saprei rispondere senza esitazione.
È lì. Dietro quei cartelloni. In quell’angolo senza storia né bellezza apparente. Perché i luoghi non diventano indimenticabili per ciò che sono, ma per ciò che accade al loro interno.
Ricorderò sempre la fretta di avvicinarci, la voglia di baciarci che sembrava avere più forza del buon senso, il timore divertito di essere visti, le risate soffocate, la complicità improvvisa di due persone che si conoscevano ancora troppo poco e già si cercavano come se si fossero aspettate da tempo.
Ricorderò il modo in cui il mondo, per qualche minuto, si ridusse a pochi metri quadrati di marciapiede e alla certezza che non avremmo voluto essere in nessun altro posto.
E forse è proprio questo il segreto dei ricordi felici: trasformano l’ordinario in straordinario.
Così quella piazza qualunque della periferia romana è diventata per sempre una delle coordinate segrete della mia memoria e della nostra storia. Nessuno la visiterà per ammirarne la bellezza. Nessuna guida turistica la segnalerà tra i luoghi da vedere. Eppure, per noi, resterà sempre il posto dove due persone, nascondendosi dietro dei cartelloni come due bambini, scoprirono che a volte la felicità sceglie indirizzi che nessuno avrebbe immaginato.
E fu allora che compresi quanto fossero incompleti gli schemi che io, Attilio e Giuseppe avevamo disegnato tanti anni prima sotto la luna. Perché nessuna teoria aveva previsto che due persone potessero essere così felici di nascondersi. Nessuna aveva immaginato che un bacio dato in un luogo improbabile potesse restare nella memoria più a lungo di tanti paesaggi perfetti.
A volte penso che mi piacerebbe raccontarlo a loro, quel bacio. Raccontare come certe cose accadano nonostante tutte le nostre spiegazioni. Come due persone possano ricordare per tutta la vita un angolo di periferia soltanto perché, per qualche minuto, lì dentro è passata la felicità.
Per farlo servirebbero soltanto quella luna e quei muri. Perché i ragazzi che eravamo allora sono ancora qui. Ogni tanto si lasciano nascondere dai casini della vita… ma poi basta un bacio, una risata o un’emozione inattesa, e si risvegliano come se il tempo non fosse mai passato.
Pensieri, battiti di cuore e relazioni tra le cellule. Mentre viviamo, siamo energia. Sempre.
Un’energia concreta, incarnata: è il potenziale elettrico che attraversa le membrane, è il sodio che entra e il potassio che esce, è il calcio che accende la contrazione di una fibra muscolare, è la scarica silenziosa di un neurone che diventa pensiero. È corrente che nasce nel profondo e si traduce in gesto, parola, sguardo.
Siamo ritmo: il cuore che si contrae e si rilascia, sistole e diastole, come un’onda che non smette mai di tornare. Siamo circuiti: sinapsi che si accendono, reti che si rafforzano, memorie che prendono forma nella materia viva. Siamo chimica che si fa emozione: una molecola che attraversa uno spazio infinitesimo e diventa gioia, paura, desiderio.
Ogni cellula è relazione. Nulla esiste da solo. Ogni segnale è una risposta, ogni risposta è un dialogo. Vivere è questo intreccio continuo: correnti che si incontrano, si modulano, si trasformano.
E allora l’energia che siamo non resta chiusa dentro di noi. Si propaga, si trasmette, lascia tracce. Nella voce che vibra nell’aria, nel calore che sfiora un’altra pelle, nello sguardo che modifica quello dell’altro. È una continuità che ci supera, che ci lega, che ci rende parte di qualcosa di più grande.
Siamo energia che prende forma, per un tempo finito e proprio per questo infinitamente prezioso.
Siamo energia… che si allontana nello spazio e sfugge da noi alla velocità che ha l’energia, ovvero a quella della luce. Quanti anni fa siamo nati? 20, 40, 60 anni fa? C’è un punto dallo spazio a 20, 40, 60 anni luce dalla Terra dove adesso il cuore sta dando il primo sangue ai polmoni e il fiato lancia il primo vagito. Il cervello è dapprima spaventato dal ritrovarsi in un posto sconosciuto e poi consolato dall’odore, dalla voce e dal battito della madre.
Il mio primo giorno di scuola materna lo stanno vedendo dal Alfa Centauri, con la mano di papà che mi accompagnava, dalla Stella di Barnard stanno guardando le mie fatiche nell’imparare a leggere, scrivere e fare di conto. Dal Cigno stanno ridendo di come cadevo dalla bicicletta mentre imparavo a pedalare o delle mie acrobazie con la racchetta da tennis. Su Altair sono arrivati gli anni dell’Università, le giornate sui libri e le sere con gli amici…
Io e te ci siamo abbracciati per la prima volta un anno fa, in una notte in cui i pianeti si sono messi d’accordo per guardarci allineati.
E quell’abbraccio non è rimasto qui. La luce che ci sfiorava la pelle, che accarezzava i nostri volti uniti, è partita da noi in quell’istante e da allora viaggia, ostinata e vera, nello spazio.
Da un anno vola alla velocità della luce, portando con sé la traccia di Noi, di quel calore e di quel respiro condiviso. In questo preciso momento quale parte dell’Universo stiamo attraversando insieme?
C’è una formula che abita ormai in fondo alle nostre e-mail, come una firma automatica dell’urgenza: «La prego con cortese sollecitudine».
La leggiamo, la scriviamo, la riceviamo. Eppure, raramente ci fermiamo a riflettere su ciò che davvero stiamo dicendo.
Perché oggi, nel linguaggio corrente, quella frase è diventata una richiesta elegante di fretta. Un modo educato per dire: “rispondimi presto”, “non tardare”, “accelera”. La sollecitudine è stata ridotta a velocità, a pressione gentile, a una forma levigata di impazienza.
Ma la parola, come spesso accade, viene da lontano, e porta con sé un’altra anima.
Dal latino sollicitudo, derivato da sollicitus: interamente mosso, agitato, coinvolto. Non nel senso dell’ansia sterile, ma in quello di chi è toccato profondamente da qualcosa o da qualcuno. Chi è sollecito, nella sua radice più pura, è colui che si prende cura prima ancora che il bisogno venga espresso.
La sollecitudine, dunque, non nasce dalla fretta. Nasce dall’attenzione.
È un gesto anticipato. È uno sguardo che vede prima. È una presenza che si accorge.
In questo senso, la nostra formula epistolare contemporanea è quasi un paradosso: usiamo una parola che indica cura per chiedere rapidità. Chiediamo attenzione, ma imponiamo tempo. Evocando la sollecitudine, ne tradiamo il significato.
Eppure, altrove, questa idea sopravvive ancora intatta.
In Giappone esiste un termine difficile da tradurre, ma densissimo: omotenashi. Non è semplice ospitalità. È una forma di accoglienza che si fonda su un principio sottile e profondo: prendersi cura dell’altro prima ancora che l’altro formuli una richiesta.
È il gesto invisibile che prepara, anticipa, armonizza. È l’acqua già versata prima che venga chiesta. È il silenzio rispettato prima che venga chiesto. È la presenza che non invade, ma comprende. L’omotenashi non è servizio. È attenzione incarnata.
E allora, forse, il confronto è inevitabile. Da un lato, una parola antica (sollecitudine) che, nel nostro uso quotidiano, si è svuotata, piegandosi alla logica dell’urgenza. Dall’altro, un concetto (omotenashi)che continua a custodire, quasi intatto, il senso originario del prendersi cura.
Non si tratta di idealizzare un mondo lontano. Ma di riconoscere una perdita. Perché quando una lingua cambia, non cambia solo il modo di dire le cose. Cambia il modo di pensarle. E forse anche il modo di viverle.
Abbiamo trasformato la sollecitudine in fretta. E, senza accorgercene, abbiamo perso qualcosa della sua verità più umana. Perché essere solleciti non significa correre. Significa accorgersi, e in un tempo che accelera tutto, forse la vera sollecitudine è proprio questa: fermarsi un istante prima e prendersi cura. E chissà che, mentre noi inseguiamo risposte sempre più rapide, non sia altrove, in un gesto silenzioso, in una tazza di tè preparata senza essere chiesta, che qualcuno stia ancora custodendo, con discrezione, i veri valori dell’uomo.
“Di cui due – Poesie per restare” di Ferdinando Paternostro è un viaggio lirico profondo sulla capacità dell’anima di farsi dimora per l’altro. Attraverso sei sezioni che in un crescendo emotivo tracciano il percorso dall’epifania dell’incontro alla stabilità del “restare”, l’Autore esplora l’amore come forza salvifica e concreta. La poesia qui si fa “fenditura luminosa” che rompe la nebbia dei pensieri, ricordandoci che si può camminare scalzi sulle ferite e sorridere ancora.
Il cuore dell’Opera risiede in un’intesa silenziosa (“verticale”), quel “binario comune” dove due esistenze imparano a conoscersi senza bisogno di rumore: lo sguardo reciproco basta a colmare ogni vuoto. Allo stesso tempo, Paternostro rifiuta un amore astratto o solo sognato; il Poeta invoca invece la “carne”, il “pane spezzato” e il calore materico del gesto quotidiano. La distanza non è mai una vera assenza, bensì uno spazio abitato dalla tensione costante del desiderio che si fa carezza e promessa di un ritorno al “porto sicuro”: l’abbraccio con la propria amata.
In queste poche ma pregnanti pagine, l’amore diventa così un “equilibrio dolce”, un apprendimento continuo simile al volo delle rondini, dove la vulnerabilità si trasforma in forza. Dalle stazioni in cui si consumano “morti piccole” nei saluti fino alla luce di un futuro che nasce nell’anima, il libro celebra la scelta consapevole di esserci.
“Di cui due” è insomma un invito a riscoprire la bellezza viva che respira nel Bene, quella “luce che resta” e che, nonostante le tempeste, restituisce il coraggio di diventare finalmente ciò che siamo, testimoni di resistenza e tenerezza.
Il sacco con i doni era pieno, la slitta tirata a lucido, le renne strigliate, pelo a pelo, e ogni renna montava un campanellino nuovo. Gli Elfi avevano fatto proprio un buon lavoro, paziente e certosino, come ogni anno.
Sulla terra cominciava a imbrunire e scendevano le prime ombre della notte, quella più magica dell’anno, eppure Babbo Natale non voleva decidersi a partire. Girava a vuoto per la stanza inventandosi di tutto: riallacciava gli stivali, pettinava la barba ordinatissima, apriva la cintura… per richiuderla sempre sullo stesso buco; accendeva e spegneva le luci dell’albero a ritmo di “Jingle Bells”, che oramai risuonava nell’aria da una buona mezz’ora, da quando cioè era prevista l’ora della sua partenza per la Terra. Sentiva che in quella notte mancava qualcosa e che per questo il suo lungo viaggio non sarebbe stato lo stesso di sempre: presentimento, sesto senso… non si era mai sentito così in vita sua e per la prima volta era un po’ malinconico. Gli bussarono alla porta: era Jorg, l’Elfo più anziano: “Babbo Natale, che succede, non ti senti bene?”…gli dette una pacca sulle spalle e alla fine lo convinse, di malavoglia, a partire.
Ecco la Notte: amava annusare l’aria di dicembre. Scendendo da nord c’era prima l’odore del ghiaccio di mare, poi quello degli arbusti delle tundre, dei boschi di conifere. Poi le case; qui i profumi diventavano di legno di camino e ciambelle appena sfornate … aveva con gli anni imparato ad apprezzare anche i profumi delle città, soprattutto quando tra i miasmi di fabbriche e benzine sentiva la vaniglia delle camerette dei bambini, che lo invocavano a gran voce, giuravano di essere stati buoni tutto l’anno, chiedendogli i regali più semplici e fantasiosi.
Un camino dopo l’altro, un albero dopo l’altro, un bimbo dopo l’altro … “È un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare”, si disse Babbo Natale per strapparsi un sorriso e in quell’attimo si rese conto di essere un po’ solo e che da sempre, in quella notte magica, nessuno aveva mai pensato a lui. Continuava il suo viaggio e ovunque scorgeva distintamente, accanto a ogni uomo, donna, vecchio o bambino del pianeta, un Angelo; ognuno aveva il suo e ogni Angelo accompagnava gli uomini, le donne, i bambini e i vecchi nel loro cammino, proteggendoli, certo, ma più spesso facendoli sorridere. Si fermò e capì, in un attimo, perché talvolta gli Uomini sorridono senza motivo, come a rincorrere un pensiero felice: è la carezza del loro Angelo.
Allora Babbo Natale cominciò con agitazione anzi con foga crescente a cercare il suo: rovistava in tutti i presepi delle case, delle chiese, nei grandi negozi che stavano chiudendo, nei libri delle biblioteche, nei racconti e nelle poesie .. cercava una traccia, un indizio. Non sarebbe ripartito, quella notte, dalla terra senza il suo Angelo.
A un certo punto sentì, nel coro delle voci che lo invocavano (che cominciavano a sembrargli querule e petulanti), una voce sottile ma ferma… di bimba, sicuramente… che diceva: “Babbo Natale, ti voglio bene!” Corse in quella direzione e la trovò.
Non alta ancora, ma sottile come un ramo giovane, con i capelli scuri che le cadevano sugli occhi senza mai stare davvero in ordine. Aveva lo sguardo curioso di chi osserva il mondo come se fosse sempre la prima volta: occhi grandi, castani e profondi, capaci di cambiare colore a seconda della luce e delle emozioni, come l’acqua quando riflette il cielo.
Sorrideva con timidezza, un sorriso non costruito, di quelli che arrivano prima delle parole e restano anche dopo. Aveva mani piccole, sempre in movimento, come se volessero toccare tutto per capire meglio. C’era in lei una dolcezza naturale, non appresa, una fiducia istintiva che faceva venire voglia di proteggerla senza sapere perché.
Era una bambina che sembrava portare già dentro tutto: delicatezza, intelligenza, eleganza, forza, immaginazione.
“Babbo Natale, voglio venire con te.”
Babbo Natale parcheggiò le renne in doppia fila, scese dalla slitta, poggiò a terra il sacco dei regali, si tolse il cappello e la bimba gli fece una carezza; in quell’istante cominciò a sentirsi diverso … prima gli scomparve la lunga barba bianca, poi il pancione, adesso i vestiti addosso gli stavano larghi e lunghi, la pelle delle mani tornava liscia … in un istante e si ritrovò bambino… si avvicinò, le dette un bacino in fronte e disse “vengo io con te”.
Da quel Natale tutti i genitori e i nonni della terra furono costretti, loro, a comprare e comprarsi i regali, qualcuno travestendosi da Babbo Natale, per continuare la tradizione e cercare di rendersi felici.
Dalle galassie ai vasi sanguigni, dalle nebulose agli alveoli polmonari: la stessa geometria governa il cosmo e il nostro corpo. È la geometria frattale, una firma nascosta dell’organizzazione della natura.
Quando osserviamo il cielo stellato, vediamo un ordine che nasce dal caos: galassie che si ripetono in strutture sempre più grandi, filamenti cosmici che si intrecciano come una gigantesca ragnatela. Ma lo stesso tipo di organizzazione esiste anche dentro di noi. Il corpo umano, a ogni livello — macroscopico, microscopico e molecolare — obbedisce alle stesse leggi di autosimilarità e di complessità organizzata che regolano l’Universo.
Questa legge ha un nome: frattalità.
Che cos’è un frattale?
Un frattale è unastruttura geometrica che ripete la propria forma su scale diverse.In altre parole, osservando un frattale da lontano o da vicino, ritroviamo lo stesso schema. Una costa marina, una felce, una nuvola, una galassia: tutte queste strutture appaiono irregolari, ma seguono regole matematiche precise.
Nel 1975 il matematico Benoît Mandelbrot dimostrò che la natura non ama le forme perfettamente euclidee (sfere, cubi, cilindri), bensì quellefrattali, capaci di ottimizzare lo spazio, gli scambi energetici e la resistenza meccanica.
Ed è proprio questa geometria che ritroviamo nel corpo umano.
Il corpo umano: una perfetta macchina frattale
1. Sistema vascolare: il fiume dentro di noi
Le arterie si ramificano in arteriole, che a loro volta si ramificano in capillari, con una struttura che si ripete sempre uguale. Questo permette di:
Massimizzare la superficie di scambio.
Ridurre il consumo energetico del cuore.
Distribuire uniformemente ossigeno e nutrienti.
È lo stesso principio con cui un grande fiume si divide in affluenti sempre più piccoli, oppure con cui i filamenti dell’Universo trasportano materia tra le galassie.
2. Alberi respiratori e alveoli: l’aria come una galassia
I bronchi si dividono in bronchioli, che a loro volta si dividono in dotti alveolari, fino agli alveoli: minuscole “stelle” biologiche dove avviene lo scambio gassoso.
Se gli alveoli fossero disposti in modo regolare, non basterebbero mai a garantire l’ossigenazione. Grazie alla struttura frattale, invece:
La superficie respiratoria dell’uomo è compresa tra 70 e 100 m².
Il flusso dell’aria resta efficiente anche a bassi volumi.
Un’espansione cosmica in miniatura.
3. Sistema nervoso: una rete come l’Universo
I neuroni si ramificano con dendriti sempre più piccoli, secondo un’architettura frattale che consente:
Massima connettività con minimo volume.
Velocità di trasmissione ottimizzata.
Grande resilienza ai danni localizzati.
La rete neuronale ricorda sorprendentemente la struttura a filamenti del cosmo, in cui vuoti e nodi si alternano in un equilibrio dinamico.
4. Ossa e muscoli: frattali anche nella biomeccanica
Non solo vasi e nervi: anche osso e muscolo sono frattali.
La trabecolatura ossea segue linee di forza che si ripetono a diverse scale.
I fascicoli muscolari si organizzano in unità autosimili che conferiscono forza, elasticità e precisione.
Dal punto di vista biomeccanico, questa geometria consente:
Distribuzione uniforme dei carichi.
Assorbimento ottimale degli stress.
Adattamento continuo agli stimoli meccanici.
È la stessa logica con cui le galassie distribuiscono masse enormi mantenendo la stabilità.
A conferma scientifica di questa visione, una recente e autorevole revisione pubblicata su Clinical Anatomy da Belviso, Branca, Guarnieri, Morelli, Pacini, Della Posta, Ribatti e Paternostro (2025, DOI: 10.1002/ca.70052) ha dimostrato che l’organizzazione frattale è una caratteristica costante di numerosi organi umani — dai polmoni al cuore, dal cervello ai reni, dal fegato alla pelle. Analizzando decenni di letteratura internazionale, gli autori mostrano che la “dimensione frattale” non è solo una curiosità matematica, ma un vero indicatore quantitativo di funzione e malattia: per esempio, nei polmoni è collegata alla gravità dell’ostruzione respiratoria, nei vasi della retina riflette lo stato della microcircolazione sistemica, nel cervello è associata alle capacità cognitive e alla progressione delle malattie neurodegenerative, mentre nell’intestino diminuisce nei processi infiammatori e tumorali. Grazie alle moderne tecniche di imaging e di analisi computazionale, la frattalità emerge oggi come un nuovo linguaggio per descrivere in modo oggettivo la complessità anatomica, aprendo scenari concreti per la diagnosi, il monitoraggio clinico e la medicina del futuro.
Il principio universale: massima efficienza con minimo dispendio
Il frattale non è solo una “forma bella”: è una soluzione funzionale. In biologia esso serve a:
Ridurre il consumo energetico.
Aumentare la superficie di scambio.
Garantire ridondanza e sicurezza.
Favorire l’adattamento e la riparazione.
Lo stesso principio governa:
Le leggi dell’idrodinamica nei fiumi.
I flussi magnetici solari.
La distribuzione della materia nell’Universo.
Il corpo umano, dunque, non è un’eccezione alla legge cosmica: ne è una raffinata espressione.
Frattali e malattia: quando l’ordine si spezza
Oggi la medicina studia la frattalità anche come biomarker diagnostico:
La perdita di frattalità nel battito cardiaco è indice di scompenso.
L’alterazione frattale del tessuto polmonare indica fibrosi.
Nei tumori, il grado di crescita frattale correla con l’aggressività.
La salute, in fondo, è un’armonia frattale. La malattia è una rottura dell’autosimilarità.
Un essere umano fatto della stessa geometria delle stelle
L’idea più affascinante è questa: non siamo separati dall’Universo. Ne siamo una piccola replica geometrica.
Le stesse leggi matematiche che organizzano:
Ammassi di galassie,
Nuvole cosmiche,
Filamenti di materia oscura,
organizzano anche:
I nostri polmoni,
Il nostro cuore,
Il nostro cervello.
Ogni respiro è una piccola espansione cosmica. Ogni impulso nervoso è un viaggio attraverso una galassia invisibile.
L’uomo, un frattale vivente dell’Universo
Il corpo umano non è una somma di organi, ma una struttura frattale dinamica, in cui ogni parte riflette il tutto. La moderna anatomia, integrata con la biomeccanica, la fisiologia e la matematica, ci mostra che siamo costruiti secondo le stesse leggi che governano le stelle.
Studiare la frattalità significa quindi non solo capire meglio la medicina, ma anche riscoprire il nostro posto nel cosmo: non come spettatori dell’Universo, ma come una sua intima, straordinaria ripetizione.
Erick Sola, è il nome d’arte di Federico Sola, originario di Mormanno, in provincia di Cosenza. Artista musicale ispirato, da adolescente inizia a suonare e a cantare; da ragazzo si trasferisce a Bologna per studiare e dedicarsi completamente alla musica. Cantautore e chitarrista acustico, ha all’attivo diversi album e singoli tra cui Tipo Reggae (2022), Distante (2021), Dammene ancora un po’ (2023), Forse parlo troppo di me e Hangover (entrambi 2024).
Molto introspettivo, racconta di considerare la musica “come un amico” capace di comprenderlo più di molte persone. Eick preferisce esibirsi in strada, dove il contatto con il pubblico è diretto e autentico: considera le piazze di Bologna il suo vero palco, un luogo dove ogni emozione arriva “cruda” e immediata. La musica per lui è anche una sorta di terapia personale: dopo un periodo difficile, suonare per le persone è stata una forma di guarigione, trasformando l’arte in dialogo e condivisione. Nei suoi testi si alternano momenti nostalgici, riflessioni sull’identità, l’incertezza del futuro e un’attitudine libera e spontanea. Il suo stile è spesso descritto come “cantautorato indie pop” con influenze rock e atmosfere emotive e sincere.
Qualche mese fa, per la Donna che amo, ho scritto un testo che mi è subito parso adatto a essere trasformato in canzone. Così è stato, grazie alla musica, all’interpretazione e all’arte di Erick !
C’è una linea dolce che ti disegna il viso, come un confine che mi fa sognare, mi invita a sognare.
Le tue labbra morbide, sono proprio dove il tempo si ferma a guardare te Quando sorridi, il mondo tace,
tutto resta attorno a Quel tuo gesto lieve. Io mi perdo e mi ritrovo, come se il cuore trovasse un sentiero
Le tue labbra sono il centro del mondo, dove ogni mio pensiero torna a casa. Nel loro disegno il mio rifugio profondo, Sai, mi basta un tuo respiro, e tutto il resto scompare pian piano. Le tue labbra sono il centro del mondo, e io ci vivo, e io ci rimango.
I tuoi occhi sembrano un cielo sereno i capelli danzano intorno al tuo viso mi accenni un sorriso
La tua voce mi sfiora lievemente l’anima è un sussurro dolce che accende il destino, dove mi perdo ma poi mi avvicino.
Le tue labbra sono il centro del mondo, dove ogni mio pensiero torna a casa. Nel loro disegno il mio rifugio profondo
Non c'è distanza che possa spostarmi, non c'è spazio e tempo che sappia ingannarmi. È nel tuo sorriso che trovo il mio nome, E’ nelle tue labbra che trovo il mio cuore.
Le tue labbra… sono il centro del mondo. Per come siamo adesso Dove tutto è canzone, dove trovo me stesso.
“…l’attesa è già amore” fine verso della raccolta magicamente poetica che ho l’onore e l’immenso piacere di commentare.
L’attesa, vissuta nel silenzio dei propri pensieri, la ritengo l’estrema ricerca della parola, che non è mai una fine, piuttosto una condizione sicuramente portatrice di Libertà e di vita. Essa è anche necessità e l’autore lo sa, perché attinge ad una conoscenza in cui il rumore, la cacofonia, la barbarie che tutto pervade, hanno preso il sopravvento. Di conseguenza, alimentando l’incapacità di realizzarlo, questo silenzio diviene un limite insormontabile, a meno che non scaturisca in noi, impellente e violento, il desiderio e il coraggio di approdare alle rive magiche e sconosciute dell’amore.
Oggi siamo in una società che parla troppo o, per eccesso opposto, si chiude nel mutismo, perché, appunto, non conosce il silenzio, per cui raramente accede alle sue pause preziose. Infatti, è proprio grazie a queste che la “parola” diviene canto, poesia, elevato carme. Non a caso, Kavakis, Rilke, Van Gog, parlano del silenzio e della solitudine in maniera sublime, affermando che è proprio questa liturgia interiore che ci darà la capacità di conoscere noi stessi e gli altri, dando ragione al principio secondo cui con le parole, quando divengono poesia, tutto si può raggiungere anche le stelle: queste pagine impresse di “magico amore”, lo dimostrano.
Leggendo il titolo di questa raccolta, un incauto lettore potrebbe male interpretarne il senso: “ma chi si crede di essere questo? Se le poesie sono favolose lo faccia dire ad altri e ponga il suo pensiero nelle mani virtuose di un’umiltà letteraria sempre più rara”.
No!
Quel “favolose” è favoloso, mai termine fu più adatto ai silenzi, alle parole, alle epifanie qui contenute, all’infinita avventura vissuta dai protagonisti, in quanto essi hanno avuto non solo il coraggio e il dono di attingere ad una favola, ma pure la capacità di realizzarla.
Le favole, appunto, quasi per convenzione, iniziano sempre con un “c’era una volta”, ma in questa occasione occorre fare un’eccezione, un necessario strappo alla regola, e pronunciare sommessamente, in quanto si tratta di un volo leggero: “C’è ora!”
Le favole da sempre incantano, ma qui, con armonia, melodia, concertazione, filigrana musicale legata ad un atto poetico fine e coinvolgente, il pentagramma si fa canto, voce e silenzio che sussurra.
“Il silenzio delle parole apre scrigni segreti”, ci narrano i due protagonisti, coinvolti nell’avventura di “Una vicinanza che li allontana”, di un ossimoro che li imprigiona in un incantesimo composto da bagliori e sfumature di luce, in cui le ombre della fata e dell’uomo che scrive, si confondono in una tavolozza pittorica di colori, senza mai comporre l’affresco del loro desiderio.
E ancora: “I nostri occhi hanno fatto l’amore prima della pelle” ci porta su di una spiaggia dorata e calda che evoca il ventre solare della poesia, mentre il suo verticale sorriso è penetrato dal raggio di un verso cantato dal poeta, affinché l’incontro non divenga ancora fuga, ma connubio di sensi, magma ancestrale di un’entità invocata, desiderata, chiamata amore.
Sì, come afferma l’autore, le fate non hanno bacchetta magica, né i poeti voce per ammaliare, ma solo versi per amare, con cui il poeta, ben ispirato da colei che abita magici boschi e cieli eterei, esprime pure il suo coraggio letterario, “avendo l’ardire” di modificare pure un testo che è pietra miliare di una lingua stupenda, il vocabolario, alleggerendo il suo ricco contenuto della congiunzione “se”, per togliere ogni dubbio non solo all’amore, ma anche assicurare certezze ad una condizione umana che si sorregge spesso su di un precario equilibrio.
Bene.
La meraviglia di queste pagine si riassume in quel lettore che, come un bambino di fronte ad una favola particolare, realizza, ascoltando, che il mordere il cuore di un poeta è il bacio più profondo, più desiderabile.
Che è nel silenzio che si trova il coraggio delle parole aperte all’amore e che pure è terminato il tempo di leggere poesie agli alberi.
Che occorre ritrovare il desiderio di cercare “nella palude delle parole non dette” per recuperare bellezza e che pure nel tenue lume della poesia e dell’amore la notte giunge alla tenerezza dell’alba, aprendo cieli tersi non oppressi da brume.
Che l’amore è distacco, necessaria avventura “anche se mi porta altrove”. Che il bacio è fatato. Che al bruco “non servono ali”, Che esistono gufi parlanti, e rovi e boschi oscuri, fiumi impetuosi, e lisce pietre, e fuochi ed ombre e spiagge dorate baciate dal sole,
Poi, come fiume in piena, le novelle continuano, narrandoci che sulla luna non sono arrivati gli astronauti con un mostro metallico, ma una fata e un poeta, a bordo di una favola che volava con le ali della poesia, realizzando, ancora, che l’amore è Libertà, perché sdogana la coscienza da ogni zavorra che limita il pensiero.
Con “Affida il tuo dolore al respiro della terra, e lei saprà trasformarlo.” ci giunge intatto l’alito della natura che poesia e magia colgono insieme. Poi, “tra le tende smosse dal vento, // nelle lenzuola disfatte” pensiero e parola si fanno carne e volto e carezza e sorriso e respiro affrettato scomposto dall’amore. Poi il canto della Fata, che pervade e incontra una natura intatta in un Eden privo di padrone, dove la voce diviene filigrana per giungere a chi la sa ascoltare e dove “un biglietto per il cielo” non costa niente per un poeta straordinario che riesce pure ad entrare in una valigia per poter viaggiare con la magia.
E’ proprio vero, come afferma lo scrittore e poeta polacco Stanislaw Jerzy Lec, che i poeti sono come i bambini: “quando siedono a una scrivania, non toccano terra con i piedi”. “Specialmente quando incontrano la magia di una fata” aggiungo io.
Concludo con un pensiero dell’autore, che così definisce l’amore: “… un miracolo che accade agli umani una sola volta nella vita. E quando accade, non ha più senso avere paura.” Grazie Fata ! Grazie uomo che scrive!
Per sempre, Francesco
Poesie Favolose La fata e il poeta. Il silenzio sussurra e la parola vibra. Storia d’amore allo soglia del bosco incantato di Ferdinando Paternostro 2025 ATS Giacomo Catalani Editore ISBN-13 979-1280189424 Amazon