Se chiediamo etica e risultati a tutti, perché non ai politici?


C’è una domanda che da tempo mi accompagna e che nasce dalla mia esperienza personale. Non è una riflessione contro la politica. Al contrario, è una riflessione sul valore che la politica dovrebbe avere in una democrazia matura.

Per diventare Medico oggi non basta conoscere l’anatomia, la fisiologia o la farmacologia. È necessario superare anche un percorso dedicato alle Medical Humanities, cioè all’etica medica. La società ritiene, giustamente, che chi avrà tra le mani la salute delle persone debba possedere non solo competenze tecniche.

Quando poi ho scelto la carriera universitaria, ho scoperto un altro sistema di responsabilità. Ogni avanzamento dipende da criteri misurabili: numero di pubblicazioni, qualità delle riviste, Impact Factor – un indicatore dell’influenza scientifica di una rivista –, citazioni ricevute e H-index, che sintetizza produttività e impatto della ricerca. Sono parametri perfettibili, ma hanno un obiettivo preciso: valutare il lavoro sulla base dei risultati.
Lo stesso accade in moltissime professioni.

Pretendiamo competenza, correttezza e risultati da un amministratore di condominio, da un commercialista, da un avvocato, da un dirigente d’azienda, da un primario.

Li scegliamo, li confermiamo o li sostituiamo anche in funzione della loro capacità di risolvere problemi concreti.

Perché questo principio dovrebbe valere meno per chi amministra una città, una regione o un’intera nazione?

Il politico esercita probabilmente la funzione pubblica con il maggiore impatto sulla vita delle persone. Le sue decisioni incidono sulla sanità, sulla scuola, sul lavoro, sull’economia, sulla sicurezza, sulla giustizia, sulle infrastrutture, sui trasporti, sull’ambiente, sulla ricerca, sulla cultura e sul futuro delle nuove generazioni.

Eppure non esiste alcun percorso formativo obbligatorio sull’etica pubblica. Non si tratta di immaginare una “patente di moralità”, ma almeno di riconoscere che chi si candida a guidare una comunità dovrebbe possedere una formazione specifica sui principi della responsabilità pubblica e del servizio alla collettività.

Altrettanto importante è un’altra questione: quella dei risultati.
Un amministratore pubblico dovrebbe poter dimostrare, dati alla mano, che durante il proprio mandato la situazione è migliorata rispetto a quando ha iniziato. Meno liste d’attesa, trasporti più efficienti, conti pubblici più solidi, maggiore occupazione, scuole migliori, infrastrutture più moderne, città più sicure, servizi sociali più efficaci, maggiore tutela dell’ambiente.

Per fare questo non occorre inventare nuovi strumenti. Gli enti che producono statistiche e indicatori esistono già. Ciò che è indispensabile è che siano realmente indipendenti, credibili e percepiti come estranei a qualsiasi appartenenza politica. I numeri devono essere patrimonio dei cittadini, non della maggioranza o dell’opposizione. Solo dati raccolti con criteri rigorosi e condivisi possono diventare la base di una valutazione seria dell’azione di governo.

Oggi, invece, il rapporto tra cittadini e politica è spesso dominato più dalla percezione che dalla verifica. Ed è comprensibile. Le persone hanno lavoro, famiglia e mille responsabilità quotidiane. Non possono trasformarsi in analisti delle politiche pubbliche e finiscono inevitabilmente per delegare.

Ma proprio perché deleghiamo dovremmo pretendere strumenti che consentano di giudicare i nostri rappresentanti con maggiore oggettività.
Negli ultimi anni sembra invece essersi affermato un criterio completamente diverso. Il successo di un politico viene spesso misurato dal numero dei follower sui social network, dalla capacità di occupare il dibattito mediatico, dalla visibilità delle sue dichiarazioni, dalla forza della comunicazione. Tutti elementi che possono essere importanti, ma che non dovrebbero mai sostituire la valutazione delle competenze, dell’etica e dei risultati ottenuti.

La popolarità non coincide necessariamente con la buona amministrazione. Un elevato consenso digitale non dimostra, da solo, che siano diminuiti i tempi di attesa negli ospedali, che l’economia sia cresciuta, che le scuole funzionino meglio o che i servizi pubblici siano diventati più efficienti.

Forse è arrivato il momento di riportare la politica sul terreno che le appartiene: quello della responsabilità.

Perché se chiediamo etica ai medici, risultati ai ricercatori, competenza agli amministratori di condominio e precisione ai commercialisti, è difficile comprendere perché proprio a chi governa il bene comune non si debbano chiedere, con la stessa fermezza, competenza, integrità e risultati verificabili.

La qualità di una democrazia non si misura dal numero di follower dei suoi leader. Si misura dalla qualità delle decisioni che migliorano concretamente la vita dei cittadini.

Un pensiero riguardo “Se chiediamo etica e risultati a tutti, perché non ai politici?”

  1. Caro Ferdi,
    che tu fossi una persona,nonché un professionista estremamente valido, l’avevo già capito da anni, ma devo riconoscere, ora, che hai aggiunto una ulteriore nota di merito al tuo curriculum.

    Si perché, da quanto mi risulta, (posso sbagliarmi) non ricordo che qualcuno abbia avuto la sensibilità e la giusta “cazzimma” di cantargliene quattro a questi politici assolutamente immuni all’ Etica.
    Loro sono abilitati a non avere abilitazione nel proprio lavoro.
    Grazie per il tuo intervento, fermo ,ma educato ( sai il politicamente corretto…)
    Meglio non esagerare con le accuse, anche se si dovrebbe farlo !

    Un caro abbraccio
    Ottavio

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