ICLO SUMMER SCHOOL IN ANATOMIA CLINICA E SETTORIA

Dall’Anatomia dei Libri all’Anatomia Reale: dissezione su cadavere per studenti di Medicina e Chirurgia
In partnership con Anatomia per Tutti

ICLO San Marino | 26, 27, 28, 29 luglio 2026
Direzione scientifica: Prof. Ferdinando Paternostro; Prof.ssa Immacolata Belviso
Numero chiuso: max 11 partecipanti
Info: c.romila@iclo.eu

PERCHÉ PARTECIPARE

L’anatomia non si comprende davvero finché non la si osserva nel corpo reale.
Questa Summer School nasce per offrire agli studenti di Medicina un’esperienza formativa unica: vedere, dissecare e comprendere l’organizzazione tridimensionale del corpo umano direttamente sul preparato anatomico.

Un percorso intensivo pensato per trasformare l’anatomia: da materia da studiare → a struttura da comprendere

OBIETTIVI FORMATIVI

Il corso permetterà allo studente di:

  • consolidare l’anatomia macroscopica attraverso osservazione diretta
  • sviluppare una reale comprensione tridimensionale dei rapporti anatomici
  • integrare anatomia, topografia e prime correlazioni cliniche
  • acquisire familiarità con i principali landmarks anatomici di interesse medico
  • prepararsi in modo avanzato agli anni clinici e chirurgici del percorso formativo

IL METODO DIDATTICO

Ogni giornata segue una progressione didattica strutturata:

OSSERVARE → DISSECARE → CORRELARE → COMPRENDERE

Con integrazione continua tra:

  • spiegazione anatomica topografica
  • dissezione guidata
  • correlazioni cliniche essenziali
  • confronto attivo con i partecipanti

PREPARATI ANATOMICI

  • 1 tronco
  • 1 arto superiore
  • 1 arto inferiore
  • 1 testa
  • Orario attività: 09:00 – 16:30

PROGRAMMA

GIORNO 1 – TORACE E ADDOME

Anatomia topografica del tronco e organizzazione delle cavità corporee

Studio progressivo delle grandi cavità del tronco e dei principali rapporti viscerali.

Argomenti principali

  • Parete toracica e spazi intercostali
  • Mediastino e grandi vasi
  • Cuore e pericardio
  • Diaframma
  • Cavità addominale e peritoneo
  • Fegato, stomaco, pancreas, milza
  • Retroperitoneo e grandi vasi addominali

GIORNO 2 – DORSO, COLONNA E ARTO SUPERIORE

Anatomia neuro-muscolare e organizzazione funzionale dell’arto superiore

Dalla colonna vertebrale alle strutture neurovascolari dell’arto superiore.

Argomenti principali

  • Muscolatura del dorso
  • Colonna vertebrale e canale vertebrale
  • Midollo spinale e meningi
  • Plesso brachiale
  • Regione ascellare
  • Compartimenti del braccio e dell’avambraccio
  • Principali nervi periferici dell’arto superiore

GIORNO 3 – ARTO INFERIORE

Anatomia della locomozione e distribuzione neurovascolare

Analisi anatomica dell’arto inferiore in relazione a statica e movimento.

Argomenti principali

  • Regione glutea
  • Nervo sciatico
  • Triangolo femorale
  • Coscia anteriore e posteriore
  • Fossa poplitea
  • Compartimenti della gamba
  • Anatomia del piede

GIORNO 4 – TESTA E NEUROCRANIO

Anatomia integrata della testa: dal volto alla base cranica

Approccio stratigrafico alle regioni più complesse del corpo umano.

Argomenti principali

  • Volto e muscoli mimici
  • Compartimenti adiposi superficiali
  • Arteria faciale
  • Cavità orale e nasale
  • Base cranica
  • Forami cranici
  • Nervi cranici
  • Seno cavernoso e regioni profonde

A CHI È RIVOLTO

Studenti del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia interessati ad approfondire l’anatomia con un approccio pratico, avanzato e tridimensionale.


UN’ESPERIENZA FORMATIVA UNICA

La dissezione anatomica rappresenta uno dei momenti più formativi nel percorso di un futuro medico.

Partecipare significa:

  • comprendere davvero la tridimensionalità del corpo umano
  • fissare in modo duraturo concetti complessi
  • costruire basi solide per clinica, chirurgia e diagnostica
  • vivere l’anatomia come esperienza, non solo come studio

Info: c.romila@iclo.eu

Non c’è trucco!

Appunti riservati agli uomini in attesa: ciò che accade davvero davanti allo specchio.

Sì, esatto: a voi colleghi che aspettate fuori dalla porta del bagno, a voi che guardate l’orologio in macchina o in salotto, chiedendovi cosa stia mai succedendo lì dentro. Questo testo è per voi… noi.
E alle donne chiedo scusa, con sincera benevolenza (ad una in particolare), se ho carpito e ora rivelo, con rispetto e un filo di stupore, qualche piccolo segreto ai colleghi maschietti.

Perché mentre voi aspettate, spesso distratti o impazienti, dentro quel bagno accade qualcosa che somiglia a un piccolo rito. Un rito in cui si intrecciano arte, tecnica, intuizione e, sorprendentemente, una sottile, precisissima conoscenza dell’anatomia del volto.

Ogni donna, in quel momento, diventa un po’ una anatomista.

Tutto comincia con un gesto semplice, quasi rituale: la detersione. Il viso viene lavato con cura, come si prepara una tela prima di dipingerla. Non è solo pulizia: è predisposizione, è creare una superficie omogenea, viva, pronta ad accogliere ciò che verrà.

Poi, dopo la crema idratante, arriva il fondotinta.
Non è steso a caso. È distribuito secondo una logica precisa, quasi geometrica. Punti speculari a destra e a sinistra, poi movimenti circolari, spesso centrifughi, che accompagnano la struttura del volto. La mano segue le curve: zigomi, arcate, mandibola. È una mappa, e chi la percorre la conosce bene.

Subito dopo… il correttore.
Qui si lavora per sottrazione, per equilibrio. Piccole aree, piccoli tocchi. Zone d’ombra che vengono riportate alla luce. È un intervento mirato, quasi chirurgico nella precisione.

E poi il blush (fard è oramai desueto).
Qui succede qualcosa di affascinante: si ricrea la fisiologia. Il rossore naturale della cute viene evocato sugli zigomi, seguendo una direzione mediolaterale che accompagna la struttura ossea e si fonde con l’attaccatura dei capelli e con la zona anteriore dell’orecchio. Non è colore: è vitalità.

Il contouring, invece, è scultura.
Si interviene lungo i margini che definiscono il volto: il solco tra il naso e la guancia, quello tra il naso e il labbro, il bordo della mandibola. Si affina, si modella, si suggerisce una forma. È un gioco sottile tra luce e ombra che richiama, senza dirlo, la tridimensionalità del volto.

Poi arriva l’illuminante.
Punti precisi: palpebra superiore, zone strategiche. Qui spesso la mano si fa più diretta, il dito può sostituire il pennello. La luce viene posata con intenzione, come un accento finale: un riflesso che si accende, un punto che cattura lo sguardo, una piccola scintilla che trasforma la superficie in un racconto.

E a proposito di pennelli: ogni gesto è preceduto da un piccolo movimento quasi invisibile. Il prodotto viene raccolto, quindi il pennello viene leggermente scosso con un elegante e sapiente colpo di polso. Un atto minimo, ma essenziale: resta solo ciò che serve. Né più, né meno.

Le sopracciglia, poi.
Non sono semplici peli: sono architettura. Un gel, una definizione, un rinforzo. Il movimento segue la direzione naturale del pelo, dalla radice verso l’esterno, ordinando, sollevando, dando forma.

E infine, gli occhi.
L’eyeliner disegna con una precisione sorprendente. Segue il margine palpebrale, accarezza il canto laterale, può sfiorare quello mediale, con attenzione ai punti lacrimali. Ma è soprattutto quella linea che, allungandosi verso l’esterno e leggermente verso l’alto, crea l’effetto: uno slancio elegante, relativo alla linea del sopracciglio, che solleva lo sguardo senza confonderlo.

Le labbra chiudono il percorso.
Il contorno viene tracciato esattamente sul bordo del vermiglio. Qui la precisione è tutto: né sopra, né sotto. Solo lì, dove il profilo naturale si esprime. A questo punto si può scegliere: riempire con il rossetto, steso con decisione o tamponato per un effetto più morbido, oppure sfumare la matita per una resa più naturale. Senza rossetto, un velo di burro di cacao può completare, donando luce, morbidezza e presenza.

Sul viso è una danza: ogni gesto ha ritmo, direzione, intenzione. Alla fine lo sguardo si apre, si struttura, prende posizione e, quasi all’improvviso, i capelli si sciolgono.

Ed è lì che succede qualcosa che noi, fuori dalla porta, percepiamo senza capire fino in fondo: la luce si accende sul volto, si riflette, si moltiplica. Lo specchio restituisce più di un’immagine: restituisce un equilibrio. È un gioco di riflessi, un teatro di luce e bellezza.

Non è magia. Non è nemmeno solo estetica. È conoscenza del proprio volto, delle sue proporzioni, dei suoi punti di forza.
È un dialogo continuo tra mano e struttura, tra gesto e forma.

E ora, colleghi maschietti, permettetemi una breve nota finale.
La prossima volta che vi ritroverete fuori da quella porta, potreste adottare un atteggiamento diverso. Niente sospiri teatrali, niente consultazioni ossessive dell’orologio come gentiluomini vittoriani in ritardo per il tè. Piuttosto, assumete quella calma elegante tipicamente britannica: schiena dritta, pazienza composta, magari un leggero sorriso come se foste perfettamente consapevoli di assistere, da fuori, a un’operazione di alta precisione.

Se proprio volete fare qualcosa, evitate frasi del tipo “manca molto?”: non sono mai state storicamente efficaci.
Meglio un silenzio intelligente, o al massimo un diplomatico “prenditi il tempo che serve”, pronunciato con l’aplomb di chi ha capito tutto.

Perché, quando quella porta si aprirà, capirete che l’attesa non è stata tempo perso. Era solo il prezzo, del tutto ragionevole, per assistere all’effetto finale… WOW !

L’anatomia perfetta che sbaglia (e quella imperfetta che insegna)

Tra immagini seducenti ma inesatte e immagini reali costruite con rigore, il rischio è duplice: l’errore che si diffonde e il lavoro che si perde, sottratto senza nome né riconoscimento

C’è una nuova anatomia che conquista.
È lucida, armoniosa, impeccabile. I muscoli sembrano disegnati da un orafo, i nervi scorrono con una grazia quasi artistica, i colori guidano l’occhio in una mappa ben progettata. È l’anatomia generata dall’intelligenza artificiale.

Funziona. Seduce.  Soprattutto, convince. Finché l’osserva chi davvero non deve usarla.

Ad uno sguardo più esperto, qualcosa si incrina. Un vaso che devia senza motivo, un piano fasciale che non esiste, un rapporto anatomico spostato. Errori invisibili ad uno sguardo superficiale…. in anatomia però i dettagli non sono mai dettagli: sono sostanza.

Così, immagini nate per chiarire finiscono per confondere.
E lo fanno nel modo più insidioso: con eleganza.

Chi studia seriamente anatomia lo sa. La disciplina non ammette approssimazioni “graziose”. Non concede scorciatoie visive. È esatta, concreta; se qualcosa o qualcuno introduce una variazione immaginaria, anche minima, la realtà, prima o poi, presenta il conto.

Guardate, ad esempio, i muscoli posteriori e anteriori dell’avambraccio. A sinistra il Prometeus Edises, a destra AI:  aguzzate la vista (come sulla Settimana Enigmistica ) e trovate le differenze!

Accanto a questa anatomia brillante e sbagliata, esiste un’altra anatomia.
Meno appariscente, più difficile.

È quella delle immagini settorie, dei video costruiti in sala di dissezione.
Non nascono da un algoritmo, ma da un percorso. Richiedono tempo, studio, manualità. Richiedono conoscenza dei piani, rispetto dei tessuti, capacità di scegliere cosa mostrare e cosa lasciare nell’ombra.

Soprattutto, richiedono responsabilità. Perché lì non si rappresenta un modello ideale.
Si incontra un corpo reale e questo cambia radicalmente la prospettiva.

Un’immagine settoria non è mai neutra. È il risultato di ore di lavoro, spesso invisibile, di decisioni tecniche, di competenza che si costruisce nel tempo. È un atto scientifico, prima ancora che visivo. Eppure, proprio queste immagini (che in anatomia sono le più preziose perché le più difficili da ottenere) sono oggi le più facili da perdere.

Diffuse sui social (come spesso faccio nella Community Anatomia per Tutti) con il solo intento di condividere e divulgare, queste immagini iniziano a circolare senza controllo: vengono riprese, ritagliate, ripubblicate. Talvolta migliorate, più spesso semplificate. E quasi sempre private di ciò che le rende davvero scientifiche: la loro fonte.

“È online, quindi è di tutti.”
Una frase diffusa. E, come spesso accade, comoda.

In scienza  (sia quella più rigorosa delle riviste specialistiche e quella che viaggia nei canali della divulgazione) la comodità non è mai un criterio.
Citare la fonte non è una formalità: è un principio fondante. Assicura tracciabilità, riconosce il lavoro, costruisce fiducia. Senza citazione, il sapere si sradica e perde consistenza. Togliere il nome a un’immagine o a un video significa recidere il legame con chi l’ha creata.
È una sottrazione furba e celata, ma sostanziale.

Chi divulga dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro: divulgare non significa soltanto rendere accessibile. Significa rendere corretto, riconoscibile, onesto.

La differenza, forse, sta tutta qui. Tra chi usa le immagini per apparire, e chi le costruisce per mostrare. Tra chi cerca l’effetto e chi difende il significato.

L’anatomia, in fondo, resta una disciplina essenziale: richiede precisione, tempo e rispetto.
Tutto il resto, per quanto brillante, resta in superficie e, prima o poi, si consuma.

Il canale petrotimpanico: prospettive evolutive, anatomiche e mediche

Papini A, Montemurro N, Paternostro F, Belviso I, Galli M, Martini P, Uccelli L, Moggi-Cecchi J, Oxilia G.
The petrotympanic canal (Huguier canal): Evolutionary, anatomical, and medical perspectives.
Anat Rec (Hoboken). 2026 Apr 22. doi: 10.1002/ar.70199. Epub ahead of print. PMID: 42017511.

Un “ponticello” dimenticato tra orecchio e mandibola

Immaginate un minuscolo tunnel osseo, largo appena 1-2 millimetri, nascosto all’interno dell’osso temporale del cranio. Collega due mondi apparentemente lontani: l’orecchio medio (dove si trovano i minuscoli ossicini che ci permettono di sentire) e la regione della fossa infratemporale, proprio accanto all’articolazione temporo-mandibolare (l’ATM, cioè l’articolazione della mandibola). Questo è il canale petrotimpanico, noto anche come canale di Huguier (o, in alcuni testi più antichi, di Civinini).

Per secoli è stato descritto in modo confuso, con nomi diversi e descrizioni imprecise. Il nuovo studio fa chiarezza una volta per tutte, riunendo in modo organico tre prospettive: evolutiva, anatomica e medica. Non si tratta di una “scoperta” di una struttura completamente nuova (era già nota), ma di una rivalutazione profonda della sua importanza: un piccolo canale che potrebbe spiegare molti disturbi quotidiani che collegano l’orecchio e la mascella.

Cosa contiene davvero questo canale?

Dentro passano:

  • la corda del timpano (un ramo del nervo facciale) che porta le fibre del gusto ai due terzi anteriori della lingua e stimola la produzione di saliva;
  • piccoli vasi sanguigni (arteria timpanica anteriore);
  • legamenti come il legamento discomalleolare, che collega direttamente l’ossicino del martello (malleus) al disco dell’articolazione della mandibola.

Grazie a dissezioni anatomiche accurate, revisioni storiche e confronti con l’anatomia comparata (in particolare con l’evoluzione), gli autori mostrano che questo canale non è un “residuo inutile”, bensì un ponte funzionale tra due sistemi che si sono evoluti insieme nei mammiferi.

Perché è importante? L’aspetto medico

Fino a oggi molti chirurghi e medici lo considerano poco rilevante. Questo articolo dimostra il contrario:

  1. Dolori “misteriosi” tra orecchio e mandibola Problemi all’ATM (bruxismo, click, artrite) possono trasmettersi all’orecchio medio attraverso questo canale e il legamento discomalleolare. Risultato: otalgie (dolore all’orecchio) senza infezione, acufeni o sensazione di orecchio “pieno” che, in realtà, dipendono dalla mascella.
  2. Rischio in chirurgia: durante interventi sull’orecchio medio, sull’ATM o sulla base del cranio, il canale può essere lesionato per errore. Conseguenze possibili: perdita del gusto, bocca secca cronica o addirittura infiammazioni che si propagano da un distretto all’altro.
  3. Diffusione di infiammazioni e infezioni: un’infezione dell’orecchio medio potrebbe “viaggiare” verso l’articolazione della mandibola (e viceversa) proprio grazie a questo passaggio. Capirlo meglio aiuta a spiegare certi casi di otite che non guariscono o di problemi mandibolari che peggiorano con un raffreddore.

Il valore della ricerca: dal passato al futuro

Gli autori hanno fatto un lavoro da “detective anatomico”: hanno ripercorso la storia degli eponimi (chi era davvero Huguier? E Civinini?), hanno confrontato l’anatomia umana con quella di altri mammiferi e hanno sottolineato come questo canale sia un “fossile vivente” dell’evoluzione dell’orecchio medio dai primi tetrapodi.

In un’epoca in cui la medicina si concentra sempre più su tecnologie ad alta risoluzione (TAC 3D, endoscopia, robotica), riscoprire e rivalutare una struttura “vecchia” di 200 anni diventa fondamentale. Conoscere meglio il canale petrotimpanico significa operare in modo più sicuro, diagnosticare con maggiore precisione e, soprattutto, comprendere meglio il nostro corpo come un sistema integrato, non come pezzi separati.

Un piccolo canale che sembrava irrilevante si rivela invece un vero e proprio “autostrada” nervosa e vascolare tra l’orecchio e la mandibola. Questo studio non solo fa chiarezza su un punto di anatomia finora confuso, ma apre la porta a nuove ricerche cliniche che potrebbero migliorare la qualità della vita di migliaia di persone che soffrono di dolori orecchio-mandibola senza una spiegazione chiara.

L’immagine mostra un cranio umano in vista frontale, con un’illuminazione che evidenzia la fissura petrotimpanica (fissura di Glaser). Nei dettagli (b e c) si vedono i principali forami vicini: fossa mandibolare, forame ovale, stilomastoideo e canale carotideo. L’ingrandimento (d) mostra chiaramente il piccolo canale di Civinini/Huguier all’interno della fissura.

I due crani provengono dal Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Università di Firenze.
The petrotympanic canal (Huguier canal): Evolutionary, anatomical, and medical perspectives.

Anatomia della Musica

Neuroscienze, movimento ed esperienza motoria
Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Francesco Cappello, Ferdinando Paternostro, Gregorio Oxilia, Antonino Marcello Pilia, Youcanprint 2026

C’è un momento, nella storia della conoscenza, in cui discipline lontane smettono di parlarsi da estranee e iniziano a riconoscersi come parti di un unico sistema. È in questo spazio, ancora poco esplorato, che nasce Anatomia della Musica: un’opera che porta la musica nel corpo e il corpo nella musica, fino a renderli inseparabili.

Per lungo tempo, la musica è stata interpretata come espressione estetica, linguaggio culturale, forma d’arte capace di attraversare epoche e civiltà. L’anatomia, al contrario, ha seguito il percorso della descrizione rigorosa delle strutture, dell’analisi morfologica, della comprensione funzionale del corpo umano. Due territori solidi, ricchi, ma raramente sovrapposti in modo sistematico. Questo libro introduce una prospettiva diversa: la musica come funzione biologica integrata, radicata nella struttura stessa dell’organismo umano.

Il punto di partenza appare semplice e, proprio per questo, rivoluzionario: ogni esperienza musicale prende forma nel corpo. L’ascolto, l’esecuzione, il canto attivano simultaneamente sistemi sensoriali, motori, cognitivi ed emotivi. Il suono emerge da una catena complessa di eventi che coinvolgono la respirazione, il movimento, la postura, la memoria e la previsione. In questa visione, il corpo assume il ruolo di protagonista assoluto, luogo originario in cui la musica si organizza e acquista significato.

L’originalità dell’opera risiede nella capacità di costruire una vera e propria architettura anatomico-funzionale della musica. Ogni capitolo guida il lettore attraverso un percorso coerente e progressivo: dalle basi dell’integrazione multisensoriale fino alle dinamiche neurofisiologiche più sofisticate. Gli strumenti musicali vengono riletti alla luce delle richieste che impongono al corpo: la mano che modula le corde, il respiro che diventa sorgente sonora, il ritmo che si incarna nel movimento globale, la dissociazione digitale che rende possibile la polifonia. In questo modo, la classificazione tradizionale degli strumenti lascia spazio a una nuova mappa, costruita a partire dalle strategie corporee necessarie alla loro esecuzione.

Questa prospettiva consente di osservare fenomeni noti con uno sguardo completamente rinnovato. Il violinista appare come un sistema di coordinazione fine tra le due mani, il pianista come un modello avanzato di dissociazione bimanuale e di anticipazione visuomotoria, il percussionista come espressione pura del tempo biologico, capace di trasformare il corpo in un metronomo vivente. Il cantante, infine, rappresenta la forma più intensa di integrazione: il corpo stesso diventa strumento, in perfetta continuità tra funzione vitale ed espressione sonora.

Uno degli aspetti più affascinanti del volume riguarda la dimensione predittiva del sistema nervoso. La musica viene descritta come un atto anticipatorio: il cervello costruisce modelli interni, prevede sequenze, organizza il gesto prima ancora che il suono si manifesti. Il tempo musicale si rivela profondamente legato ai meccanismi biologici del movimento e della percezione, offrendo una chiave di lettura privilegiata per comprendere la complessità del comportamento umano.

Accanto a questa ricchezza teorica, emerge una scelta didattica di grande forza: l’assenza di immagini. Il testo invita il lettore a un coinvolgimento attivo, stimola la costruzione mentale delle strutture, favorisce un dialogo continuo con l’atlante anatomico. In un contesto culturale dominato dalla sovrabbondanza visiva, questa impostazione restituisce centralità alla parola e al pensiero, trasformando la lettura in un esercizio di consapevolezza e rigore.

Il valore di Anatomia della Musica si misura anche nella sua capacità di parlare a pubblici diversi. Lo studente di medicina trova un terreno concreto in cui osservare l’anatomia in azione; il musicista scopre la dimensione biologica del proprio gesto; il ricercatore individua un modello integrato di straordinaria complessità; il lettore appassionato entra in contatto con una nuova visione del corpo e del suono. L’opera costruisce un ponte tra saperi, mostrando come la comprensione profonda della musica passi attraverso la conoscenza del corpo che la genera.

Nel panorama editoriale contemporaneo, questo libro si colloca come una proposta autenticamente originale. Introduce un linguaggio nuovo, capace di coniugare precisione scientifica e forza evocativa, e apre un campo di riflessione destinato a sviluppi futuri in ambito didattico, clinico e artistico. La musica emerge come una delle espressioni più complete della biologia umana, una funzione che integra sistemi diversi in un’unica esperienza dinamica.

Alla fine della lettura, resta una consapevolezza chiara e profonda: ogni suono porta con sé il segno del corpo che lo ha generato. Ogni gesto musicale racconta una struttura, una funzione, una relazione. In questa prospettiva, la musica si rivela per ciò che realmente è: una forma di anatomia vivente, capace di rendere visibile, attraverso il suono, la straordinaria complessità dell’essere umano.

Coopertina del libro Anatomia della Musica

ANATOMIA DELLA MUSICA
Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Francesco Cappello, Ferdinando Paternostro, Gregorio Oxilia, Antonino Marcello Pilia
EBOOK YOUCANPRINT 2026
ISBN: 9791224074137
Pagine: 84

ENERGIE E CORRENTI…

Pensieri, battiti di cuore e relazioni tra le cellule. Mentre viviamo, siamo energia. Sempre.

Un’energia concreta, incarnata: è il potenziale elettrico che attraversa le membrane, è il sodio che entra e il potassio che esce, è il calcio che accende la contrazione di una fibra muscolare, è la scarica silenziosa di un neurone che diventa pensiero. È corrente che nasce nel profondo e si traduce in gesto, parola, sguardo.

Siamo ritmo: il cuore che si contrae e si rilascia, sistole e diastole, come un’onda che non smette mai di tornare. Siamo circuiti: sinapsi che si accendono, reti che si rafforzano, memorie che prendono forma nella materia viva. Siamo chimica che si fa emozione: una molecola che attraversa uno spazio infinitesimo e diventa gioia, paura, desiderio.

Ogni cellula è relazione. Nulla esiste da solo. Ogni segnale è una risposta, ogni risposta è un dialogo. Vivere è questo intreccio continuo: correnti che si incontrano, si modulano, si trasformano.

E allora l’energia che siamo non resta chiusa dentro di noi. Si propaga, si trasmette, lascia tracce. Nella voce che vibra nell’aria, nel calore che sfiora un’altra pelle, nello sguardo che modifica quello dell’altro. È una continuità che ci supera, che ci lega, che ci rende parte di qualcosa di più grande.

Siamo energia che prende forma, per un tempo finito e proprio per questo infinitamente prezioso.

Siamo energia… che si allontana nello spazio e sfugge da noi alla velocità che ha l’energia, ovvero a quella della luce.
Quanti anni fa siamo nati? 20, 40, 60 anni fa?
C’è un punto dallo spazio a 20, 40, 60 anni luce dalla Terra dove adesso il cuore sta dando il primo sangue ai polmoni e il fiato lancia il primo vagito. Il cervello è dapprima spaventato dal ritrovarsi in un posto sconosciuto e poi consolato dall’odore, dalla voce e dal battito della madre.

Il mio primo giorno di scuola materna lo stanno vedendo dal Alfa Centauri, con la mano di papà che mi accompagnava, dalla Stella di Barnard stanno guardando le mie fatiche nell’imparare a leggere, scrivere e fare di conto.
Dal Cigno stanno ridendo di come cadevo dalla bicicletta mentre imparavo a pedalare o delle mie acrobazie con la racchetta da tennis.
Su Altair sono arrivati gli anni dell’Università, le giornate sui libri e le sere con gli amici…

Io e te ci siamo abbracciati per la prima volta un anno fa, in una notte in cui i pianeti si sono messi d’accordo per guardarci allineati.

E quell’abbraccio non è rimasto qui. La luce che ci sfiorava la pelle, che accarezzava i nostri volti uniti, è partita da noi in quell’istante e da allora viaggia, ostinata e vera, nello spazio.

Da un anno vola alla velocità della luce, portando con sé la traccia di Noi, di quel calore e di quel respiro condiviso. In questo preciso momento quale parte dell’Universo stiamo attraversando insieme?


Le religioni nel mondo: fede, società e spirito

È difficile non restare colpiti dalla straordinaria capacità dell’umanità di costruire, nel corso dei millenni, sistemi di senso complessi e profondi per rispondere alle domande più radicali dell’esistenza. Chi siamo? Da dove veniamo? Qual è il nostro destino?

Nel 2026, circa l’85% della popolazione mondiale si riconosce in una tradizione religiosa. Un dato che, al di là delle cifre, racconta qualcosa di più profondo: la religione non è un residuo del passato, ma una dimensione viva e strutturante dell’esperienza umana. Attraverso di essa, individui e comunità cercano orientamento, significato e, non meno importante, un senso di appartenenza.

Oggi, sei grandi tradizioni raccolgono la maggior parte dei credenti del pianeta. Il Cristianesimo guida questa mappa globale con circa 2,4 miliardi di fedeli, seguito dall’Islam con circa 2 miliardi. L’Induismo, profondamente radicato nel subcontinente indiano, conta circa 1,2 miliardi di praticanti, mentre il Buddhismo ne raccoglie oltre 500 milioni. Più contenuti, ma storicamente e culturalmente rilevantissimi, sono il Sikhismo e l’Ebraismo.

Queste tradizioni, pur nella loro diversità, condividono una funzione fondamentale: offrire un quadro interpretativo del mondo e della vita umana. Si tratta di veri e propri universi simbolici che strutturano il pensiero, il comportamento e le relazioni sociali.


Perché nascono le religioni

Se osserviamo le religioni con lo sguardo lungo della storia, emergono tre grandi bisogni che ne spiegano l’origine.

Il primo è il bisogno di comprendere l’origine del mondo e dell’uomo. In ogni cultura, l’essere umano ha cercato di rispondere alla domanda sull’inizio: un atto creativo divino, un ciclo eterno, una realtà originaria. Questi racconti non sono semplici miti, ma strumenti con cui le società organizzano il proprio rapporto con il cosmo.

Il secondo è la necessità di regolare la vita collettiva. Le religioni hanno fornito codici morali, leggi e valori condivisi, spesso precedendo e influenzando le strutture giuridiche. In questo senso, esse hanno contribuito in modo decisivo alla coesione sociale, offrendo criteri per distinguere il giusto dall’ingiusto, il lecito dall’illecito.

Infine, vi è la dimensione più intima: la ricerca interiore. L’uomo non si accontenta di spiegazioni esterne; cerca pace, equilibrio, trascendenza. Le religioni rispondono a questo bisogno attraverso pratiche come la preghiera, la meditazione e l’ascesi, proponendo percorsi di trasformazione personale.

Sei visioni del mondo a confronto

Le grandi religioni articolano questi tre bisogni in modi profondamente diversi, offrendo visioni del mondo che riflettono contesti storici, geografici e culturali distinti.

Nel Cristianesimo, l’universo è creato da Dio e l’uomo, fatto a sua immagine, vive una storia segnata dal peccato e dalla redenzione. La vita comunitaria è regolata dall’amore per il prossimo, mentre la dimensione interiore si sviluppa nel rapporto personale con Dio attraverso la fede e la grazia.

Nell’Islam, tutto ha origine dalla volontà di Allah. La vita del credente è scandita da pratiche precise, i Cinque Pilastri, che strutturano tanto l’esistenza individuale quanto quella comunitaria. La spiritualità si esprime nella sottomissione totale a Dio, ma anche, in alcune correnti come il sufismo, nella ricerca mistica dell’unione.

L’Induismo propone una visione radicalmente diversa: il tempo è ciclico, l’universo nasce e si dissolve in un eterno ritmo cosmico, e l’anima individuale è destinata a reincarnarsi. La vita sociale è regolata dal dharma, mentre il percorso spirituale mira alla liberazione finale, il moksha.

Il Buddhismo, nato come via di liberazione dalla sofferenza, rifiuta l’idea di un Dio creatore. Al centro vi è l’analisi della sofferenza umana e il cammino per superarla attraverso la consapevolezza, l’etica e la meditazione, fino al raggiungimento del nirvana.

Il Sikhismo unisce un monoteismo e una forte tensione etica: tutti gli esseri umani sono uguali davanti a Dio e la vita comunitaria si fonda sul servizio e sulla condivisione. La spiritualità si esprime nella meditazione continua sul Nome divino.

L’Ebraismo, infine, si fonda su un rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo. La vita è regolata da una legge dettagliata, la Torah, e la dimensione spirituale si sviluppa nello studio, nella preghiera e nell’osservanza dei precetti.

Religione e  pace

Una delle questioni più delicate riguarda il rapporto tra religione e violenza. Se si leggono i testi fondativi e si considerano gli insegnamenti originari, tutte le grandi religioni condannano la violenza gratuita e promuovono la pace.

Il messaggio evangelico invita ad amare persino i nemici. Il Corano insiste sul valore della vita umana e interpreta la “jihad” principalmente come un sforzo interiore. Le tradizioni indiane pongono al centro la nonviolenza, mentre il Sikhismo ammette l’uso della forza solo come ultima difesa. L’Ebraismo, con il comandamento “non uccidere”, sottolinea il valore inviolabile della vita.

Un elemento sorprendente è la presenza, in tutte queste tradizioni, di una formulazione della cosiddetta “regola aurea”: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Questo principio, quasi universale, suggerisce l’esistenza di un nucleo etico condiviso.

Eppure, la storia racconta anche altro. Guerre e persecuzioni sono state spesso giustificate in nome della religione. Le violenze non nascono tanto dalle religioni in sé quanto dal modo in cui esse vengono utilizzate.

Se osserviamo con onestà le grandi tradizioni religiose, al di là delle differenze dottrinali e delle vicende storiche, emerge un filo sottile ma resistente che le attraversa tutte: il riconoscimento dell’altro, il rispetto della vita, la ricerca di un’armonia che non è solo sociale, ma anche interiore. La pace, in questa prospettiva, non è soltanto l’assenza di conflitto, ma una condizione attiva, costruita giorno per giorno attraverso gesti, parole e scelte.

Le religioni, quando tornano alla loro radice più autentica, insegnano a disarmare, prima di tutto, il cuore: a trasformare la paura in fiducia, il giudizio in comprensione, la distanza in relazione. È una pace che nasce dentro l’uomo e da lì si irradia, come un’onda silenziosa, nella famiglia, nella comunità, tra i popoli.

In un mondo segnato da divisioni e tensioni, il contributo più grande delle religioni non è imporre verità, ma ricordare una possibilità: che convivere è più forte che contrapporsi, che ascoltare è più rivoluzionario che gridare, che riconoscersi umani viene prima di ogni appartenenza.

E forse, alla fine, il senso più alto di ogni fede è proprio questo: insegnarci a stare nel mondo non come nemici, ma come custodi gli uni degli altri.

NERVI CRANICI E ATM: una prospettiva anatomica e settoria

L’Anatomia del distretto cranio-cervico-facciale rappresenta un sistema altamente organizzato in cui strutture nervose, muscolari, articolari e vascolari operano in modo coordinato per sostenere funzioni complesse quali sensibilità, motricità, espressione, masticazione e integrazione sensoriale.

In questo contesto si inserisce il volume “Nervi Cranici e Articolazione Temporo-Mandibolare: Una Prospettiva Anatomica e Settoria”, che ho curato con la Prof.ssa Immacolata Belviso, che propone una lettura sistematica e tridimensionale dell’anatomia cranio-facciale attraverso un approccio integrato tra neuroanatomia, dissezione e applicazione clinica.

Il percorso prende avvio dall’encefalo, analizzato nelle sue principali componenti: telencefalo, diencefalo, tronco encefalico e cervelletto, fornendo le basi strutturali e funzionali necessarie per comprendere l’origine e l’organizzazione dei nervi cranici, includendo aspetti fondamentali quali vascolarizzazione, meningi e sistema ventricolare cerebrale, elementi che definiscono il contesto anatomico entro cui i nervi cranici si sviluppano e si distribuiscono.

La trattazione dei dodici nervi cranici segue uno schema rigoroso e coerente che comprende l’origine reale e apparente, i forami di emergenza, il decorso intracranico ed extracranico, i rami, i territori di distribuzione, i componenti funzionali e le implicazioni cliniche, offrendo una visione integrata tra morfologia e funzione e facilitando l’applicazione delle conoscenze nella pratica.

Un ruolo centrale viene attribuito al nervo trigemino e al nervo faciale, che rappresentano i principali sistemi di integrazione sensitivo-motoria del volto: il trigemino come principale via della sensibilità somatica e componente motoria dei muscoli masticatori attraverso il ramo mandibolare, organizzato nelle tre branche oftalmica, mascellare e mandibolare che definiscono una precisa mappa territoriale, e il faciale come sistema motorio dei muscoli mimici con componenti sensitive e parasimpatiche, caratterizzato da un decorso complesso attraverso la ghiandola parotide e da una distribuzione terminale di grande rilevanza clinica.

L’approccio dissettivo costituisce un elemento metodologico fondamentale del volume, guidando il lettore nell’identificazione dei punti di repere superficiali, nell’accesso ai piani fasciali, nell’isolamento delle strutture nervose e nel riconoscimento dei rapporti anatomici, sviluppando una competenza spaziale tridimensionale essenziale per l’attività clinica e chirurgica.

L’articolazione temporo-mandibolare viene analizzata nella sua complessità morfologica e funzionale attraverso lo studio delle superfici articolari, del disco, della capsula, dei legamenti, della vascolarizzazione e dell’innervazione, evidenziando la sua natura di sistema articolare specializzato caratterizzato da movimenti combinati di rotazione e traslazione e da una stretta integrazione con il sistema neuromuscolare e con il nervo trigemino.

La muscolatura masticatoria, massetere, temporale, pterigoideo mediale e laterale, viene descritta in termini di origine, inserzione, rapporti, innervazione, vascolarizzazione e funzione, delineando un sistema biomeccanico coordinato che garantisce la dinamica mandibolare e la stabilità articolare.

L’intero impianto del testo si fonda su un’integrazione costante tra Anatomia descrittiva, osservazione al tavolo settorio e applicazione clinica, offrendo uno strumento di elevato valore per medici, fisioterapisti, osteopati, odontoiatri e specialisti dell’area cranio-facciale, con un orientamento diretto alla valutazione, alla pianificazione terapeutica e alla pratica interventistica.

I contenuti multimediali e i video di dissezione ampliano ulteriormente l’efficacia didattica, favorendo lo sviluppo di una rappresentazione tridimensionale accurata delle strutture e di un’immediata trasferibilità delle conoscenze nella pratica professionale. Il volume integra struttura e funzione in un sistema coerente e operativo, offrendo una visione avanzata dell’Anatomia come disciplina applicata e orientata alla clinica.

NERVI CRANICI E ATM: UNA PROSPETTIVA ANATOMICA E SETTORIA
Autori: Ferdinando Paternostro, Immacolata Belviso
Impaginazione, grafica e montaggio video: Ester Galli
Editore: PhisioVit Srl
ISBN: 9791224325802
Pagine: 126
ECM: Si

Il prezzo dell’urgenza: se il diritto di partire diventa un lusso

C’è un momento in ogni stazione che non compare nei dépliant. Non è quello dei trolley lucidi, delle prenotazioni fatte con mesi di anticipo, dei weekend organizzati con una precisione quasi chirurgica. È un altro momento, più silenzioso e più vero: quello di chi arriva con il fiato corto, guarda il tabellone e chiede se c’è un posto per domani. Non per piacere, non per svago, ma perché deve. E in quell’istante, davanti a uno schermo che restituisce numeri sempre più alti, si misura la distanza tra ciò che un servizio dovrebbe essere e ciò che è diventato.

In Italia i prezzi dei treni, soprattutto sull’alta velocità, non sono fissi ma seguono un sistema di tariffazione dinamica: il costo del biglietto varia in base alla domanda, al momento dell’acquisto e alla disponibilità dei posti. In pratica, ogni treno ha un certo numero di biglietti a prezzo più basso che vengono venduti per primi; man mano che quei posti si esauriscono e si avvicina la data di partenza, il prezzo sale progressivamente. A questo si aggiungono fattori come l’orario (le fasce più richieste costano di più), il giorno della settimana e l’anticipo con cui si acquista. Il risultato è che lo stesso viaggio può avere prezzi molto diversi: chi prenota con largo anticipo paga meno, mentre chi compra all’ultimo momento, spesso perché non ha alternative, si trova a pagare molto di più, non perché il viaggio costi di più, ma perché la domanda è più alta in quel preciso istante.

Il treno, in fondo, è una delle più grandi invenzioni collettive. Nasce come infrastruttura pubblica, come promessa di connessione, come diritto implicito al movimento. I binari sono gli stessi oggi e tra due mesi, le carrozze non cambiano pelle, il personale lavora con la stessa dignità, l’energia che muove il convoglio non conosce picchi emotivi. Eppure il prezzo sì. Cambia, oscilla, si gonfia come una vela al vento della domanda. Non è più il costo del viaggio, è il costo del bisogno.

Se prenoti in anticipo, otterrai un premio. Se arrivi all’ultimo momento, sei classificato. Se hai urgenza, sei perfetto: perché sei disposto a pagare. Il sistema non guarda cosa stai facendo, ma quanto sei costretto a farlo. E allora accade qualcosa di profondamente stonato: chi ha tempo risparmia, chi non ne ha paga di più, chi è in difficoltà paga il massimo. Non è una distorsione accidentale, è una logica precisa. Non è il mercato che si adatta al servizio, è il servizio che si piega al mercato.

E dietro quei prezzi non ci sono turisti distratti né manager disorganizzati. Ci sono vite che non possono aspettare. C’è chi deve correre da un familiare ricoverato, chi riceve una chiamata di lavoro all’ultimo momento, chi deve rientrare per un problema improvviso, chi deve essere presente a un addio. Sono persone senza margine, senza elasticità, senza alternative. E proprio per questo che diventano il bersaglio perfetto di un sistema che misura l’urgenza e la trasforma in valore economico. Non pagano il viaggio, pagano la loro necessità di esserci.

Qui il treno smette di essere ciò che era. Non è più un servizio pubblico, è un prodotto dinamico. Non è più un mezzo, è una leva. E allora la domanda non è se sia legale, ma se sia giusto. Perché dire che il prezzo varia “in base alla domanda” è una formula elegante per dire che varia in base alla fragilità di chi compra.

E proprio mentre questa logica si consolida e si normalizza, esiste ancora un altro modo di intendere la stessa cosa. Basta guardare altrove, non per idealizzare, ma per ricordare. In Giappone il treno resta, nella sua essenza, ciò che dovrebbe essere: un servizio che collega, non un’occasione che sfrutta. Il prezzo segue la distanza, la qualità, il tipo di servizio. Non insegue l’ansia del momento, non si arrampica sull’urgenza. Puoi sapere quanto pagherai. Puoi decidere senza sentirti sotto ricatto. Puoi muoverti senza che qualcuno abbia trasformato il tuo bisogno in un’opportunità di guadagno.

Non è un sistema perfetto, ma conserva una cosa che da noi si è lentamente consumata: il rispetto di un principio elementare. Che muoversi non è un privilegio da negoziare all’ultimo minuto, ma una possibilità garantita. Che un’infrastruttura collettiva non dovrebbe comportarsi come un’asta. Che il tempo delle persone non è una debolezza da monetizzare.

La differenza, alla fine, non è tecnica. È morale. Da una parte c’è un modello che dice, senza dirlo: se hai bisogno, paghi di più. Dall’altra, uno che sembra ancora ricordare che proprio quando hai bisogno, dovresti essere messo nelle condizioni di partire comunque. E in questa distanza sottile, quasi impercettibile nei numeri ma enorme nel significato, si intravede qualcosa di più profondo.

In Giappone, il prezzo del treno è stabile e dipende dalla distanza e dal tipo di servizio, non dal momento dell’acquisto.
Paghi più o meno sempre la stessa tariffa per quella tratta, indipendentemente dal momento in cui acquisti il biglietto.
Per molte cose, il Giappone resta una patria residua della vera umanità, non perché sia migliore, ma perché su alcuni punti non ha ancora deciso di vendersi completamente. Noi invece sì. Lo abbiamo fatto poco alla volta, senza dichiararlo, accettando che un algoritmo potesse decidere quanto vale la nostra urgenza. E così oggi, davanti a un tabellone che cambia prezzo mentre qualcuno cerca solo di tornare a casa, non stiamo assistendo a un progresso. Stiamo semplicemente guardando il momento in cui un diritto smette di esserlo e diventa un lusso.

La sollecitudine dimenticata

C’è una formula che abita ormai in fondo alle nostre e-mail, come una firma automatica dell’urgenza:
«La prego con cortese sollecitudine».

La leggiamo, la scriviamo, la riceviamo.
Eppure, raramente ci fermiamo a riflettere su ciò che davvero stiamo dicendo.

Perché oggi, nel linguaggio corrente, quella frase è diventata una richiesta elegante di fretta. Un modo educato per dire: “rispondimi presto”, “non tardare”, “accelera”.
La sollecitudine è stata ridotta a velocità, a pressione gentile, a una forma levigata di impazienza.

Ma la parola, come spesso accade, viene da lontano, e porta con sé un’altra anima.

Dal latino sollicitudo, derivato da sollicitus: interamente mosso, agitato, coinvolto.
Non nel senso dell’ansia sterile, ma in quello di chi è toccato profondamente da qualcosa o da qualcuno.
Chi è sollecito, nella sua radice più pura, è colui che si prende cura prima ancora che il bisogno venga espresso.

La sollecitudine, dunque, non nasce dalla fretta. Nasce dall’attenzione.

È un gesto anticipato. È uno sguardo che vede prima. È una presenza che si accorge.

In questo senso, la nostra formula epistolare contemporanea è quasi un paradosso: usiamo una parola che indica cura per chiedere rapidità. Chiediamo attenzione, ma imponiamo tempo. Evocando la sollecitudine, ne tradiamo il significato.

Eppure, altrove, questa idea sopravvive ancora intatta.

In Giappone esiste un termine difficile da tradurre, ma densissimo: omotenashi. Non è semplice ospitalità. È una forma di accoglienza che si fonda su un principio sottile e profondo: prendersi cura dell’altro prima ancora che l’altro formuli una richiesta.

È il gesto invisibile che prepara, anticipa, armonizza. È l’acqua già versata prima che venga chiesta. È il silenzio rispettato prima che venga chiesto.
È la presenza che non invade, ma comprende.
L’omotenashi non è servizio. È attenzione incarnata.

E allora, forse, il confronto è inevitabile.
Da un lato, una parola antica  (sollecitudine) che, nel nostro uso quotidiano, si è svuotata, piegandosi alla logica dell’urgenza.
Dall’altro, un concetto (omotenashi) che continua a custodire, quasi intatto, il senso originario del prendersi cura.

Non si tratta di idealizzare un mondo lontano. Ma di riconoscere una perdita. Perché quando una lingua cambia, non cambia solo il modo di dire le cose. Cambia il modo di pensarle. E forse anche il modo di viverle.

Abbiamo trasformato la sollecitudine in fretta. E, senza accorgercene, abbiamo perso qualcosa della sua verità più umana. Perché essere solleciti non significa correre. Significa accorgersi, e in un tempo che accelera tutto, forse la vera sollecitudine è proprio questa: fermarsi un istante prima e prendersi cura.
E chissà che, mentre noi inseguiamo risposte sempre più rapide, non sia altrove, in un gesto silenzioso, in una tazza di tè preparata senza essere chiesta, che qualcuno stia ancora custodendo, con discrezione, i veri valori dell’uomo.