Eduard Pernkopf: il genio dell’anatomia che costringe ancora oggi la medicina a interrogarsi sulla propria coscienza

Belviso, I., Paternostro, F. and Ribatti, D. (2026)
Eduard Pernkopf’s Atlas: Morphological innovation and ethical legacy in the history of anatomical illustration’,
Romanian Journal of Morphology and Embryology, 67(1), in press. doi:10.47162/RJME.67.1.y.

Nella storia della medicina esistono opere che superano il loro tempo e continuano a influenzare generazioni di studiosi molto dopo la scomparsa dei loro autori. Alcune diventano pietre miliari perché introducono nuove conoscenze. Altre perché trasformano il modo stesso di osservare il corpo umano. L’Atlante di Anatomia Topografica di Eduard Pernkopf appartiene a entrambe le categorie. A quasi un secolo dalla pubblicazione delle sue prime tavole, esso continua a essere considerato una delle più straordinarie realizzazioni nella storia dell’illustrazione anatomica. Allo stesso tempo, rappresenta uno dei casi più complessi e dolorosi del rapporto tra progresso scientifico ed etica.

Per comprendere il significato di quest’opera occorre tornare alla Vienna della prima metà del Novecento. In quegli anni la città era uno dei principali centri culturali e scientifici del mondo occidentale. Le università viennesi attiravano studiosi da tutta Europa e la tradizione anatomica austriaca godeva di una reputazione internazionale fondata su rigore metodologico, accuratezza descrittiva e grande attenzione alla dissezione. In questo ambiente si formò Eduard Pernkopf, nato nel 1888, studente brillante e successivamente allievo di Ferdinand Hochstetter, uno dei più autorevoli anatomisti dell’epoca.

Fin dagli anni della formazione emerse una caratteristica che avrebbe accompagnato tutta la sua carriera: la convinzione che l’anatomia dovesse essere osservata nella sua realtà tridimensionale. Molti atlanti dell’epoca presentavano il corpo come una successione di strutture isolate, ordinate secondo criteri didattici che spesso sacrificavano la complessità dei rapporti anatomici reali. Pernkopf perseguì una strada diversa. Il suo obiettivo era mostrare il corpo così come appariva sul tavolo anatomico, mantenendo la continuità tra le strutture e restituendo al lettore la percezione dello spazio anatomico.

Da questa visione nacque il progetto destinato a renderlo celebre. A partire dagli anni Trenta iniziò la realizzazione di un’opera monumentale che avrebbe richiesto oltre vent’anni di lavoro. Il risultato finale fu un atlante composto da centinaia di tavole anatomiche realizzate con una precisione mai raggiunta. Ogni immagine era il frutto di una strettissima collaborazione tra anatomisti e illustratori. Le dissezioni venivano eseguite con estrema accuratezza e successivamente trasferite sulla carta mediante dipinti che univano rigore scientifico e straordinaria qualità artistica.

Ancora oggi, osservando quelle immagini, si rimane colpiti dalla loro capacità di restituire la profondità dei tessuti. I muscoli appaiono voluminosi e consistenti. Le fasce mantengono la loro trasparenza naturale. I nervi emergono dal contesto anatomico con una chiarezza sorprendente. Le arterie seguono il loro decorso in modo così realistico da sembrare quasi palpabili. Ciò che colpisce maggiormente è la capacità di rappresentare il corpo come un sistema stratificato, in cui ogni piano anatomico mantiene un rapporto preciso con i piani sovrastanti e sottostanti.

Questa attenzione alla stratificazione anatomica rappresenta probabilmente il contributo più originale di Pernkopf. Le sue tavole consentivano di seguire progressivamente il passaggio dagli strati superficiali a quelli profondi, offrendo una comprensione spaziale che anticipava, in molti aspetti, il modo in cui oggi interpretiamo le immagini ottenute mediante tomografia computerizzata, risonanza magnetica e ricostruzioni tridimensionali digitali. Molto prima dell’avvento dell’imaging moderno, Pernkopf aveva compreso che la vera difficoltà dell’anatomia non consiste nell’identificare una struttura, ma nel comprenderne le relazioni con le altre.

Per i chirurghi dell’epoca l’Atlante rappresentò una risorsa senza precedenti. Le immagini offrivano una rappresentazione dei piani anatomici estremamente vicina a quella che il medico avrebbe riscontrato durante un intervento. In numerosi ambiti chirurgici, soprattutto in quelli caratterizzati da anatomie particolarmente complesse, le tavole di Pernkopf divennero rapidamente un punto di riferimento. Molti professionisti continuarono a consultarle anche decenni dopo la loro pubblicazione, ritenendole superiori a numerosi atlanti contemporanei.

La grandezza scientifica dell’opera, tuttavia, non può essere separata dal contesto storico in cui venne prodotta. Durante gli anni Trenta e Quaranta l’Austria fu assorbita dall’universo politico e ideologico del nazionalsocialismo. Pernkopf aderì ufficialmente al Partito Nazista e la sua carriera accademica si sviluppò in parallelo al consolidamento del regime. Divenne prima Preside della Facoltà di Medicina e, successivamente, Rettore dell’Università di Vienna. La sua posizione istituzionale lo collocò al centro di un sistema che trasformò profondamente la medicina tedesca e austriaca, subordinandola agli obiettivi ideologici del Terzo Reich.

Dopo la Seconda guerra mondiale emersero progressivamente elementi che modificarono radicalmente la percezione dell’Atlante. Le indagini storiche dimostrarono che l’Istituto di Anatomia di Vienna aveva ricevuto centinaia di corpi provenienti dalle esecuzioni commesse dal regime nazista. Tra questi vi erano oppositori politici, resistenti e altre persone condannate dai tribunali del Reich. Sebbene la documentazione disponibile non consenta di attribuire con assoluta certezza ogni singola tavola a uno specifico preparato anatomico, la ricostruzione storica rende altamente probabile che almeno una parte delle dissezioni utilizzate per la realizzazione dell’Atlante sia stata effettuata su corpi appartenenti a vittime del regime.

Da quel momento il giudizio sull’opera cambiò profondamente. Il problema non riguardava più soltanto la qualità scientifica delle immagini, ma anche il significato morale della loro esistenza. Un’opera straordinaria dal punto di vista anatomico appariva improvvisamente legata a una delle più grandi tragedie del Novecento.

La discussione che ne seguì coinvolse storici, anatomisti, filosofi e bioeticisti. Alcuni sostennero che l’Atlante dovesse essere definitivamente abbandonato, poiché era nato in un sistema fondato sulla violazione dei diritti umani. Altri osservarono che la distruzione o l’occultamento dell’opera avrebbe comportato la perdita di una risorsa scientifica unica e il rischio di cancellare una parte importante della memoria storica.

Nel corso degli anni si è progressivamente affermata una posizione più articolata. L’Atlante continua a essere studiato e occasionalmente utilizzato, ma all’interno di una cornice storica ed etica esplicita. Le sue immagini sono considerate inseparabili dalla vicenda umana delle persone da cui derivano. In questa prospettiva, l’opera assume un duplice significato. Da una parte rimane una delle più alte espressioni dell’anatomia topografica moderna; dall’altra costituisce una testimonianza permanente dei rischi che emergono quando la ricerca scientifica perde il contatto con i principi etici fondamentali.

La storia di Pernkopf possiede quindi un valore che va ben oltre l’anatomia. Essa dimostra che la qualità tecnica di un lavoro scientifico non è sufficiente, da sola, a definirne il valore complessivo. L’eccellenza metodologica e la precisione osservazionale possono convivere con gravi fallimenti morali. Proprio questa coesistenza rende il caso Pernkopf così importante per la formazione delle nuove generazioni di medici.

Ogni studente che oggi entra in una sala settoria, osserva un preparato anatomico o studia un atlante dovrebbe ricordare che dietro ogni rappresentazione del corpo umano c’è una storia umana. L’anatomia non riguarda soltanto muscoli, nervi, arterie e organi. Riguarda persone. Riguarda il rapporto tra conoscenza e responsabilità. Riguarda il modo in cui una società decide di acquisire e utilizzare il sapere.

Per questo motivo l’Atlante di Pernkopf continua ancora oggi a esercitare una straordinaria forza culturale. La sua eredità non risiede soltanto nella bellezza delle immagini o nella precisione delle dissezioni. Risiede soprattutto nella domanda che continua a porre a chiunque lo osservi: fino a che punto il progresso scientifico può essere considerato autentico se perde di vista la dignità dell’essere umano?

Poche opere nella storia della medicina sono riuscite a rappresentare con altrettanta chiarezza la tensione tra conoscenza e coscienza. Ed è probabilmente questa, più ancora della sua perfezione anatomica, la ragione per cui l’Atlante di Eduard Pernkopf continua a essere studiato, discusso e ricordato ancora oggi.

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