L’anatomia perfetta che sbaglia (e quella imperfetta che insegna)

Tra immagini seducenti ma inesatte e immagini reali costruite con rigore, il rischio è duplice: l’errore che si diffonde e il lavoro che si perde, sottratto senza nome né riconoscimento

C’è una nuova anatomia che conquista.
È lucida, armoniosa, impeccabile. I muscoli sembrano disegnati da un orafo, i nervi scorrono con una grazia quasi artistica, i colori guidano l’occhio in una mappa ben progettata. È l’anatomia generata dall’intelligenza artificiale.

Funziona. Seduce.  Soprattutto, convince. Finché l’osserva chi davvero non deve usarla.

Ad uno sguardo più esperto, qualcosa si incrina. Un vaso che devia senza motivo, un piano fasciale che non esiste, un rapporto anatomico spostato. Errori invisibili ad uno sguardo superficiale…. in anatomia però i dettagli non sono mai dettagli: sono sostanza.

Così, immagini nate per chiarire finiscono per confondere.
E lo fanno nel modo più insidioso: con eleganza.

Chi studia seriamente anatomia lo sa. La disciplina non ammette approssimazioni “graziose”. Non concede scorciatoie visive. È esatta, concreta; se qualcosa o qualcuno introduce una variazione immaginaria, anche minima, la realtà, prima o poi, presenta il conto.

Guardate, ad esempio, i muscoli posteriori e anteriori dell’avambraccio. A sinistra il Prometeus Edises, a destra AI:  aguzzate la vista (come sulla Settimana Enigmistica ) e trovate le differenze!

Accanto a questa anatomia brillante e sbagliata, esiste un’altra anatomia.
Meno appariscente, più difficile.

È quella delle immagini settorie, dei video costruiti in sala di dissezione.
Non nascono da un algoritmo, ma da un percorso. Richiedono tempo, studio, manualità. Richiedono conoscenza dei piani, rispetto dei tessuti, capacità di scegliere cosa mostrare e cosa lasciare nell’ombra.

Soprattutto, richiedono responsabilità. Perché lì non si rappresenta un modello ideale.
Si incontra un corpo reale e questo cambia radicalmente la prospettiva.

Un’immagine settoria non è mai neutra. È il risultato di ore di lavoro, spesso invisibile, di decisioni tecniche, di competenza che si costruisce nel tempo. È un atto scientifico, prima ancora che visivo. Eppure, proprio queste immagini (che in anatomia sono le più preziose perché le più difficili da ottenere) sono oggi le più facili da perdere.

Diffuse sui social (come spesso faccio nella Community Anatomia per Tutti) con il solo intento di condividere e divulgare, queste immagini iniziano a circolare senza controllo: vengono riprese, ritagliate, ripubblicate. Talvolta migliorate, più spesso semplificate. E quasi sempre private di ciò che le rende davvero scientifiche: la loro fonte.

“È online, quindi è di tutti.”
Una frase diffusa. E, come spesso accade, comoda.

In scienza  (sia quella più rigorosa delle riviste specialistiche e quella che viaggia nei canali della divulgazione) la comodità non è mai un criterio.
Citare la fonte non è una formalità: è un principio fondante. Assicura tracciabilità, riconosce il lavoro, costruisce fiducia. Senza citazione, il sapere si sradica e perde consistenza. Togliere il nome a un’immagine o a un video significa recidere il legame con chi l’ha creata.
È una sottrazione furba e celata, ma sostanziale.

Chi divulga dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro: divulgare non significa soltanto rendere accessibile. Significa rendere corretto, riconoscibile, onesto.

La differenza, forse, sta tutta qui. Tra chi usa le immagini per apparire, e chi le costruisce per mostrare. Tra chi cerca l’effetto e chi difende il significato.

L’anatomia, in fondo, resta una disciplina essenziale: richiede precisione, tempo e rispetto.
Tutto il resto, per quanto brillante, resta in superficie e, prima o poi, si consuma.

Il canale petrotimpanico: prospettive evolutive, anatomiche e mediche

Papini A, Montemurro N, Paternostro F, Belviso I, Galli M, Martini P, Uccelli L, Moggi-Cecchi J, Oxilia G.
The petrotympanic canal (Huguier canal): Evolutionary, anatomical, and medical perspectives.
Anat Rec (Hoboken). 2026 Apr 22. doi: 10.1002/ar.70199. Epub ahead of print. PMID: 42017511.

Un “ponticello” dimenticato tra orecchio e mandibola

Immaginate un minuscolo tunnel osseo, largo appena 1-2 millimetri, nascosto all’interno dell’osso temporale del cranio. Collega due mondi apparentemente lontani: l’orecchio medio (dove si trovano i minuscoli ossicini che ci permettono di sentire) e la regione della fossa infratemporale, proprio accanto all’articolazione temporo-mandibolare (l’ATM, cioè l’articolazione della mandibola). Questo è il canale petrotimpanico, noto anche come canale di Huguier (o, in alcuni testi più antichi, di Civinini).

Per secoli è stato descritto in modo confuso, con nomi diversi e descrizioni imprecise. Il nuovo studio fa chiarezza una volta per tutte, riunendo in modo organico tre prospettive: evolutiva, anatomica e medica. Non si tratta di una “scoperta” di una struttura completamente nuova (era già nota), ma di una rivalutazione profonda della sua importanza: un piccolo canale che potrebbe spiegare molti disturbi quotidiani che collegano l’orecchio e la mascella.

Cosa contiene davvero questo canale?

Dentro passano:

  • la corda del timpano (un ramo del nervo facciale) che porta le fibre del gusto ai due terzi anteriori della lingua e stimola la produzione di saliva;
  • piccoli vasi sanguigni (arteria timpanica anteriore);
  • legamenti come il legamento discomalleolare, che collega direttamente l’ossicino del martello (malleus) al disco dell’articolazione della mandibola.

Grazie a dissezioni anatomiche accurate, revisioni storiche e confronti con l’anatomia comparata (in particolare con l’evoluzione), gli autori mostrano che questo canale non è un “residuo inutile”, bensì un ponte funzionale tra due sistemi che si sono evoluti insieme nei mammiferi.

Perché è importante? L’aspetto medico

Fino a oggi molti chirurghi e medici lo considerano poco rilevante. Questo articolo dimostra il contrario:

  1. Dolori “misteriosi” tra orecchio e mandibola Problemi all’ATM (bruxismo, click, artrite) possono trasmettersi all’orecchio medio attraverso questo canale e il legamento discomalleolare. Risultato: otalgie (dolore all’orecchio) senza infezione, acufeni o sensazione di orecchio “pieno” che, in realtà, dipendono dalla mascella.
  2. Rischio in chirurgia: durante interventi sull’orecchio medio, sull’ATM o sulla base del cranio, il canale può essere lesionato per errore. Conseguenze possibili: perdita del gusto, bocca secca cronica o addirittura infiammazioni che si propagano da un distretto all’altro.
  3. Diffusione di infiammazioni e infezioni: un’infezione dell’orecchio medio potrebbe “viaggiare” verso l’articolazione della mandibola (e viceversa) proprio grazie a questo passaggio. Capirlo meglio aiuta a spiegare certi casi di otite che non guariscono o di problemi mandibolari che peggiorano con un raffreddore.

Il valore della ricerca: dal passato al futuro

Gli autori hanno fatto un lavoro da “detective anatomico”: hanno ripercorso la storia degli eponimi (chi era davvero Huguier? E Civinini?), hanno confrontato l’anatomia umana con quella di altri mammiferi e hanno sottolineato come questo canale sia un “fossile vivente” dell’evoluzione dell’orecchio medio dai primi tetrapodi.

In un’epoca in cui la medicina si concentra sempre più su tecnologie ad alta risoluzione (TAC 3D, endoscopia, robotica), riscoprire e rivalutare una struttura “vecchia” di 200 anni diventa fondamentale. Conoscere meglio il canale petrotimpanico significa operare in modo più sicuro, diagnosticare con maggiore precisione e, soprattutto, comprendere meglio il nostro corpo come un sistema integrato, non come pezzi separati.

Un piccolo canale che sembrava irrilevante si rivela invece un vero e proprio “autostrada” nervosa e vascolare tra l’orecchio e la mandibola. Questo studio non solo fa chiarezza su un punto di anatomia finora confuso, ma apre la porta a nuove ricerche cliniche che potrebbero migliorare la qualità della vita di migliaia di persone che soffrono di dolori orecchio-mandibola senza una spiegazione chiara.

L’immagine mostra un cranio umano in vista frontale, con un’illuminazione che evidenzia la fissura petrotimpanica (fissura di Glaser). Nei dettagli (b e c) si vedono i principali forami vicini: fossa mandibolare, forame ovale, stilomastoideo e canale carotideo. L’ingrandimento (d) mostra chiaramente il piccolo canale di Civinini/Huguier all’interno della fissura.

I due crani provengono dal Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Università di Firenze.
The petrotympanic canal (Huguier canal): Evolutionary, anatomical, and medical perspectives.

Anatomia della Musica

Neuroscienze, movimento ed esperienza motoria
Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Francesco Cappello, Ferdinando Paternostro, Gregorio Oxilia, Antonino Marcello Pilia, Youcanprint 2026

C’è un momento, nella storia della conoscenza, in cui discipline lontane smettono di parlarsi da estranee e iniziano a riconoscersi come parti di un unico sistema. È in questo spazio, ancora poco esplorato, che nasce Anatomia della Musica: un’opera che porta la musica nel corpo e il corpo nella musica, fino a renderli inseparabili.

Per lungo tempo, la musica è stata interpretata come espressione estetica, linguaggio culturale, forma d’arte capace di attraversare epoche e civiltà. L’anatomia, al contrario, ha seguito il percorso della descrizione rigorosa delle strutture, dell’analisi morfologica, della comprensione funzionale del corpo umano. Due territori solidi, ricchi, ma raramente sovrapposti in modo sistematico. Questo libro introduce una prospettiva diversa: la musica come funzione biologica integrata, radicata nella struttura stessa dell’organismo umano.

Il punto di partenza appare semplice e, proprio per questo, rivoluzionario: ogni esperienza musicale prende forma nel corpo. L’ascolto, l’esecuzione, il canto attivano simultaneamente sistemi sensoriali, motori, cognitivi ed emotivi. Il suono emerge da una catena complessa di eventi che coinvolgono la respirazione, il movimento, la postura, la memoria e la previsione. In questa visione, il corpo assume il ruolo di protagonista assoluto, luogo originario in cui la musica si organizza e acquista significato.

L’originalità dell’opera risiede nella capacità di costruire una vera e propria architettura anatomico-funzionale della musica. Ogni capitolo guida il lettore attraverso un percorso coerente e progressivo: dalle basi dell’integrazione multisensoriale fino alle dinamiche neurofisiologiche più sofisticate. Gli strumenti musicali vengono riletti alla luce delle richieste che impongono al corpo: la mano che modula le corde, il respiro che diventa sorgente sonora, il ritmo che si incarna nel movimento globale, la dissociazione digitale che rende possibile la polifonia. In questo modo, la classificazione tradizionale degli strumenti lascia spazio a una nuova mappa, costruita a partire dalle strategie corporee necessarie alla loro esecuzione.

Questa prospettiva consente di osservare fenomeni noti con uno sguardo completamente rinnovato. Il violinista appare come un sistema di coordinazione fine tra le due mani, il pianista come un modello avanzato di dissociazione bimanuale e di anticipazione visuomotoria, il percussionista come espressione pura del tempo biologico, capace di trasformare il corpo in un metronomo vivente. Il cantante, infine, rappresenta la forma più intensa di integrazione: il corpo stesso diventa strumento, in perfetta continuità tra funzione vitale ed espressione sonora.

Uno degli aspetti più affascinanti del volume riguarda la dimensione predittiva del sistema nervoso. La musica viene descritta come un atto anticipatorio: il cervello costruisce modelli interni, prevede sequenze, organizza il gesto prima ancora che il suono si manifesti. Il tempo musicale si rivela profondamente legato ai meccanismi biologici del movimento e della percezione, offrendo una chiave di lettura privilegiata per comprendere la complessità del comportamento umano.

Accanto a questa ricchezza teorica, emerge una scelta didattica di grande forza: l’assenza di immagini. Il testo invita il lettore a un coinvolgimento attivo, stimola la costruzione mentale delle strutture, favorisce un dialogo continuo con l’atlante anatomico. In un contesto culturale dominato dalla sovrabbondanza visiva, questa impostazione restituisce centralità alla parola e al pensiero, trasformando la lettura in un esercizio di consapevolezza e rigore.

Il valore di Anatomia della Musica si misura anche nella sua capacità di parlare a pubblici diversi. Lo studente di medicina trova un terreno concreto in cui osservare l’anatomia in azione; il musicista scopre la dimensione biologica del proprio gesto; il ricercatore individua un modello integrato di straordinaria complessità; il lettore appassionato entra in contatto con una nuova visione del corpo e del suono. L’opera costruisce un ponte tra saperi, mostrando come la comprensione profonda della musica passi attraverso la conoscenza del corpo che la genera.

Nel panorama editoriale contemporaneo, questo libro si colloca come una proposta autenticamente originale. Introduce un linguaggio nuovo, capace di coniugare precisione scientifica e forza evocativa, e apre un campo di riflessione destinato a sviluppi futuri in ambito didattico, clinico e artistico. La musica emerge come una delle espressioni più complete della biologia umana, una funzione che integra sistemi diversi in un’unica esperienza dinamica.

Alla fine della lettura, resta una consapevolezza chiara e profonda: ogni suono porta con sé il segno del corpo che lo ha generato. Ogni gesto musicale racconta una struttura, una funzione, una relazione. In questa prospettiva, la musica si rivela per ciò che realmente è: una forma di anatomia vivente, capace di rendere visibile, attraverso il suono, la straordinaria complessità dell’essere umano.

Coopertina del libro Anatomia della Musica

ANATOMIA DELLA MUSICA
Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Francesco Cappello, Ferdinando Paternostro, Gregorio Oxilia, Antonino Marcello Pilia
EBOOK YOUCANPRINT 2026
ISBN: 9791224074137
Pagine: 84

NERVI CRANICI E ATM: una prospettiva anatomica e settoria

L’Anatomia del distretto cranio-cervico-facciale rappresenta un sistema altamente organizzato in cui strutture nervose, muscolari, articolari e vascolari operano in modo coordinato per sostenere funzioni complesse quali sensibilità, motricità, espressione, masticazione e integrazione sensoriale.

In questo contesto si inserisce il volume “Nervi Cranici e Articolazione Temporo-Mandibolare: Una Prospettiva Anatomica e Settoria”, che ho curato con la Prof.ssa Immacolata Belviso, che propone una lettura sistematica e tridimensionale dell’anatomia cranio-facciale attraverso un approccio integrato tra neuroanatomia, dissezione e applicazione clinica.

Il percorso prende avvio dall’encefalo, analizzato nelle sue principali componenti: telencefalo, diencefalo, tronco encefalico e cervelletto, fornendo le basi strutturali e funzionali necessarie per comprendere l’origine e l’organizzazione dei nervi cranici, includendo aspetti fondamentali quali vascolarizzazione, meningi e sistema ventricolare cerebrale, elementi che definiscono il contesto anatomico entro cui i nervi cranici si sviluppano e si distribuiscono.

La trattazione dei dodici nervi cranici segue uno schema rigoroso e coerente che comprende l’origine reale e apparente, i forami di emergenza, il decorso intracranico ed extracranico, i rami, i territori di distribuzione, i componenti funzionali e le implicazioni cliniche, offrendo una visione integrata tra morfologia e funzione e facilitando l’applicazione delle conoscenze nella pratica.

Un ruolo centrale viene attribuito al nervo trigemino e al nervo faciale, che rappresentano i principali sistemi di integrazione sensitivo-motoria del volto: il trigemino come principale via della sensibilità somatica e componente motoria dei muscoli masticatori attraverso il ramo mandibolare, organizzato nelle tre branche oftalmica, mascellare e mandibolare che definiscono una precisa mappa territoriale, e il faciale come sistema motorio dei muscoli mimici con componenti sensitive e parasimpatiche, caratterizzato da un decorso complesso attraverso la ghiandola parotide e da una distribuzione terminale di grande rilevanza clinica.

L’approccio dissettivo costituisce un elemento metodologico fondamentale del volume, guidando il lettore nell’identificazione dei punti di repere superficiali, nell’accesso ai piani fasciali, nell’isolamento delle strutture nervose e nel riconoscimento dei rapporti anatomici, sviluppando una competenza spaziale tridimensionale essenziale per l’attività clinica e chirurgica.

L’articolazione temporo-mandibolare viene analizzata nella sua complessità morfologica e funzionale attraverso lo studio delle superfici articolari, del disco, della capsula, dei legamenti, della vascolarizzazione e dell’innervazione, evidenziando la sua natura di sistema articolare specializzato caratterizzato da movimenti combinati di rotazione e traslazione e da una stretta integrazione con il sistema neuromuscolare e con il nervo trigemino.

La muscolatura masticatoria, massetere, temporale, pterigoideo mediale e laterale, viene descritta in termini di origine, inserzione, rapporti, innervazione, vascolarizzazione e funzione, delineando un sistema biomeccanico coordinato che garantisce la dinamica mandibolare e la stabilità articolare.

L’intero impianto del testo si fonda su un’integrazione costante tra Anatomia descrittiva, osservazione al tavolo settorio e applicazione clinica, offrendo uno strumento di elevato valore per medici, fisioterapisti, osteopati, odontoiatri e specialisti dell’area cranio-facciale, con un orientamento diretto alla valutazione, alla pianificazione terapeutica e alla pratica interventistica.

I contenuti multimediali e i video di dissezione ampliano ulteriormente l’efficacia didattica, favorendo lo sviluppo di una rappresentazione tridimensionale accurata delle strutture e di un’immediata trasferibilità delle conoscenze nella pratica professionale. Il volume integra struttura e funzione in un sistema coerente e operativo, offrendo una visione avanzata dell’Anatomia come disciplina applicata e orientata alla clinica.

NERVI CRANICI E ATM: UNA PROSPETTIVA ANATOMICA E SETTORIA
Autori: Ferdinando Paternostro, Immacolata Belviso
Impaginazione, grafica e montaggio video: Ester Galli
Editore: PhisioVit Srl
ISBN: 9791224325802
Pagine: 126
ECM: Si

Il giallo del tessuto adiposo: uno dei pochi colori “veri” dell’Anatomia

All’inizio di ogni Anatomy Lab, quando prepariamo gli studenti a entrare in sala settoria, diciamo sempre una cosa che spesso li sorprende. Molti dei colori che vedono nelle tavole anatomiche sono inevitabilmente convenzionali: il rosso brillante delle arterie, il blu delle vene, il rosa dei muscoli. Sono colori utili per studiare, ma non sempre corrispondono esattamente alla realtà.
Uno dei pochi colori che, invece, appare sorprendentemente simile a quello delle tavole anatomiche è il giallo del tessuto adiposo.

Quando gli studenti osservano per la prima volta il corpo umano durante la dissezione, il grasso sottocutaneo o viscerale mostra davvero quella tonalità giallo-avorio che ricorda molto le rappresentazioni dei manuali di anatomia. Non è una scelta artistica casuale: quel colore ha una spiegazione biologica precisa.

Il tessuto adiposo è composto da cellule specializzate, gli adipociti, che accumulano grandi gocce di lipidi, soprattutto trigliceridi. In questi lipidi tendono a dissolversi e a depositarsi alcune molecole pigmentate provenienti dalla dieta, i carotenoidi. I carotenoidi sono pigmenti naturali presenti in molti vegetali – carote, zucca, pomodori, verdure a foglia verde – e sono liposolubili, cioè si sciolgono nei grassi. Proprio per questa caratteristica vengono facilmente immagazzinati nel tessuto adiposo, conferendogli la tipica colorazione giallastra.

Un secondo fattore contribuisce a rendere evidente questo colore: il tessuto adiposo è relativamente poco vascolarizzato rispetto a muscoli o organi parenchimatosi. Ciò significa che il colore del sangue non domina visivamente il tessuto, e quindi emergono di più le tonalità dei lipidi e dei pigmenti che contiene.

Il risultato è quella tonalità giallo chiaro, talvolta giallo dorato, che gli studenti imparano subito a riconoscere durante le dissezioni. È un piccolo dettaglio, ma ha anche un valore didattico: ricorda che il corpo umano non è fatto solo di strutture e relazioni anatomiche, ma anche di chimica, metabolismo e dieta.

Il colore del grasso negli animali cambia soprattutto per dieta, metabolismo e specie.

Nel bovino il grasso è spesso giallastro perché questi animali accumulano molti carotenoidi dell’erba, che restano nel tessuto adiposo.
Nel maiale e in molti altri mammiferi il grasso è più bianco, perché il loro metabolismo trasforma e degrada meglio questi pigmenti.
Nel pollo il grasso può essere giallo, perché i carotenoidi della dieta si accumulano facilmente nei lipidi.
Nei pesci, invece, il grasso può avere tonalità diverse (giallo o rosato) per la presenza di pigmenti come astaxantina e altri carotenoidi presenti negli organismi marini di cui si nutrono.

Così, quando all’inizio dell’Anatomy Lab parliamo del “giallo vero” del tessuto adiposo, non stiamo solo preparando gli studenti alla dissezione. Stiamo mostrando loro uno dei primi esempi di come l’anatomia macroscopica sia inseparabile dalla biologia molecolare e dalla fisiologia: anche un semplice colore racconta una storia di metabolismo, nutrizione e struttura dei tessuti.

La vera misura dell’intelligenza

Per molto tempo la dimensione del cervello è stata considerata un indicatore della complessità cognitiva. Oggi sappiamo che un parametro molto più informativo è il numero di neuroni presenti nel cervello e la loro densità per unità di massa.
Negli ultimi vent’anni, grazie ai lavori di neuroanatomia quantitativa basati su tecniche come l’isotropic fractionator (metodo quantitativo che dissocia il tessuto cerebrale e consente il conteggio totale delle cellule neuronali), è stato possibile stimare con buona precisione il numero di neuroni in diverse specie.

Nel cervello umano sono presenti circa 86 miliardi di neuroni, di cui circa 16 miliardi nella corteccia cerebrale e circa 69 miliardi nel cervelletto. Con una massa cerebrale media di circa 1,3–1,4 kg, la densità neuronale nei primati, l’uomo incluso, si colloca tra 70 e 90 milioni di neuroni per grammo di tessuto cerebrale.

Un quadro ancora più sorprendente emerge quando si analizzano gli uccelli cognitivamente più complessi, come corvidi e pappagalli. Nonostante cervelli di dimensioni molto ridotte, spesso nell’ordine di 10–20 grammi , questi animali possono possedere 1–2 miliardi di neuroni, concentrati nel pallium, la struttura funzionalmente analoga alla corteccia dei mammiferi. In questi casi la densità neuronale può superare 120–150 milioni di neuroni per grammo, tra i valori più elevati registrati tra i vertebrati.

Quando si confrontano questi dati con quelli di altri mammiferi, emergono differenze interessanti. Gli elefanti, per esempio, possiedono cervelli che possono superare i 5 kg e contenere circa 250 miliardi di neuroni; tuttavia, una grande parte di essi è localizzata nel cervelletto e la densità media risulta inferiore rispetto a quella dei primati. Anche nei cetacei, come delfini e balene, i cervelli possono essere molto voluminosi, ma con una densità neuronale generalmente inferiore.

Considerando insieme la massa cerebrale, il numero totale di neuroni e la densità cellulare, emerge un panorama estremamente variegato. Alcuni animali possiedono cervelli molto grandi con numerosissimi neuroni distribuiti in ampi volumi di tessuto; altri, invece, presentano cervelli piccoli ma con una straordinaria concentrazione neuronale.

Questi dati quantitativi suggeriscono che l’evoluzione del sistema nervoso non segua una semplice relazione lineare tra la dimensione del cervello e la capacità cognitiva, ma coinvolga diversi livelli di organizzazione: numero totale di neuroni disponibili, distribuzione nei diversi compartimenti encefalici, densità cellulare e architettura dei circuiti.

Se guardiamo questi dati in chiave evolutiva, la domanda diventa affascinante: perché l’evoluzione, in alcuni casi, ha premiato cervelli grandi e, in altri, cervelli piccoli ma densissimi di neuroni?

La risposta più profonda è che l’evoluzione non cerca il massimo in assoluto. Non costruisce “il cervello migliore” in senso universale, ma, ogni volta, la soluzione più vantaggiosa entro determinati vincoli: energia disponibile, dimensioni del corpo, tempo di sviluppo, ecologia, predazione, socialità, locomozione, durata della vita.

Un cervello è un organo biologicamente costosissimo. Nel caso umano, consuma una quota significativa dell’energia totale. Avere molti neuroni è vantaggioso, ma comporta anche un costo metabolico elevato. Per questo l’evoluzione si muove sempre in equilibrio tra potenza computazionale e costo biologico.

Negli uccelli intelligenti, come corvidi e pappagalli, sembra essersi affermata una strategia particolarmente elegante: non un cervello enorme, ma un cervello miniaturizzato, compatto e ad altissima densità neuronale. È come ottenere una grande capacità di calcolo in poco spazio e con peso ridotto, un vantaggio cruciale per gli animali che devono volare. Il volo impone infatti vincoli severi: ogni grammo conta. L’evoluzione aviaria, almeno in alcune linee, ha quindi favorito cervelli estremamente efficienti ma anche leggeri e concentrati.

Nei grandi mammiferi la situazione è diversa. Un elefante o un cetaceo non ha il vincolo del volo e può permettersi masse encefaliche molto elevate. Tuttavia, ciò non implica automaticamente una maggiore efficienza cognitiva generale. Una grande parte dei neuroni può essere dedicata al controllo sensori-motorio di un corpo gigantesco, alla coordinazione, alla propriocezione e alla vita sociale complessa. Più cervello, dunque, non significa sempre più intelligenza astratta: spesso significa anche più corpo da governare.

Da qui emerge un’idea fondamentale dell’evoluzione: non esiste una sola strada verso la complessità cognitiva. L’intelligenza non è un picco unico in cima a una scala lineare, bensì un insieme di soluzioni convergenti. Uccelli e mammiferi, pur separati da storie anatomiche profondamente diverse, sono arrivati entrambi a forme sofisticate di problem solving, memoria, pianificazione e comportamento sociale. Questo rappresenta uno dei più affascinanti esempi di evoluzione convergente: strutture diverse, pressioni selettive simili, esiti funzionali comparabili.

Forse, allora, l’evoluzione della cognizione non dipende tanto dalla forma esterna del cervello, quanto da alcune proprietà organizzative profonde: numero di neuroni disponibili, densità delle connessioni, architettura dei circuiti, velocità di comunicazione e plasticità sinaptica. In altre parole, l’evoluzione potrebbe aver “scoperto” più volte che, per generare comportamenti intelligenti, conta soprattutto come è organizzata la materia nervosa, non solo quanta ce n’è.

Questa prospettiva rompe anche una vecchia illusione antropocentrica. Siamo portati a pensare all’evoluzione come a una freccia che conduce inevitabilmente all’uomo. Ma corvidi, polpi, delfini e altri animali mostrano che la natura ha sperimentato più volte forme elevate di complessità cognitiva, ciascuna in base alla propria anatomia e al proprio ambiente. L’uomo non è l’unica risposta possibile: è una risposta tra molte, certamente straordinaria, ma non solitaria.

Possiamo allora riassumere così :l’evoluzione non premia il più grande, ma il più adatto; non il più complesso in assoluto, ma il più efficace nel proprio ambiente. E talvolta, per ricordarcelo, basta l’intelligenza racchiusa nel cranio leggerissimo di un corvo.

Arco bovino: variante dell’arco aortico tra anatomia, storia e significato clinico

Le varianti anatomiche dell’arco aortico rappresentano da sempre un ambito di grande interesse per l’anatomia clinica, la radiologia e la chirurgia vascolare. Tra queste, la configurazione comunemente definita arco bovino è una delle più frequenti e, al contempo, fraintesa.

Da molti anni mi occupo in modo continuativo dello studio delle varianti dell’arco aortico, sia dal punto di vista anatomico che clinico, con particolare attenzione alla loro rilevanza pratica. Questo interesse si riflette sia nella mia attività di ricerca sia nella didattica, dove le varianti non vengono trattate come eccezioni, bensì come parte integrante dell’anatomia umana.

Nel video YouTube inserito in questo articolo è possibile osservare in modo immediato come si presenta l’arco bovino dal punto di vista anatomico e comprendere perché questa configurazione ha un significato concreto nella pratica clinica quotidiana.

Cos’è l’arco bovino: definizione anatomica

Con il termine arco bovino si indica una variante dell’arco aortico umano caratterizzata da un’origine comune del tronco brachiocefalico e della carotide comune sinistra, oppure dalla nascita della carotide comune sinistra direttamente dal tronco brachiocefalico.

Questa configurazione differisce dall’anatomia “classica”, in cui dall’arco aortico originano separatamente:

  1. tronco brachiocefalico
  2. carotide comune sinistra
  3. arteria succlavia sinistra

L’arco bovino non è una rarità: studi anatomici e radiologici indicano una prevalenza che può raggiungere il 20–25% della popolazione, rendendolo una delle varianti più comuni tra i rami epiaortici.

Varianti dell’arco aortico e rilevanza clinica

La presenza di un arco bovino modifica la geometria dei vasi epiaortici e può influenzare:

  • la dinamica dei flussi ematici
  • l’accesso endovascolare
  • la pianificazione chirurgica
  • l’esecuzione di procedure di radiologia interventistica

Per il chirurgo, il radiologo e il clinico, riconoscere una variante dell’arco aortico non è un dettaglio descrittivo, ma un elemento che incide sulla sicurezza e sull’efficacia delle procedure. In questo senso, l’arco bovino rappresenta un esempio paradigmatico di come la conoscenza delle varianti anatomiche costituisca un aspetto essenziale della medicina moderna.

La nostra esperienza e la letteratura scientifica

L’interesse per le varianti dell’arco aortico ha accompagnato costantemente il mio percorso di ricerca. Questo lavoro si è concretizzato anche in studi di ampio respiro, tra cui un’analisi pubblicata sull’Italian Journal of Anatomy and Embryology che ha valutato la prevalenza e la distribuzione delle principali varianti dell’arco aortico in una popolazione estremamente ampia.

L’articolo (consultabile qui: https://oajournals.fupress.net/index.php/ijae/article/view/1692) sottolinea che le varianti non debbano essere considerate anomalie marginali, bensì configurazioni anatomiche ricorrenti, con implicazioni dirette nella pratica clinica e nella formazione dei professionisti sanitari.

Perché “arco bovino”? Origine del termine e storia anatomica

Il termine arco bovino ha un’origine storica e descrittiva. Non indica una reale identità anatomica con l’arco aortico dei bovini, ma nasce da un’analogia visiva con alcune configurazioni osservate negli animali da allevamento, in cui i grandi vasi emergono da un tronco comune.

Questa analogia va letta nel contesto dell’anatomia comparata, disciplina che ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’anatomia moderna. Già nel Rinascimento, Leonardo da Vinci studiava il cuore e i grandi vasi mediante dissezioni sia umane sia animali, tra cui cuori bovini, utilizzandoli come modello per comprendere la funzione e la meccanica cardiovascolare.

Nei suoi disegni e appunti anatomici, Leonardo non si limitava a descrivere la forma, ma cercava di cogliere le relazioni strutturali e funzionali tra i vasi, anticipando di secoli il concetto moderno di variabilità anatomica. Anche se il termine “arco bovino” è successivo, l’approccio comparativo leonardesco costituisce una delle radici culturali di questa nomenclatura.

Anatomia delle varianti: una conoscenza necessaria

L’arco bovino dimostra in modo chiaro che l’anatomia umana non è un modello rigido, ma un sistema variabile, adattivo, complesso. Insegnare e studiare le varianti anatomiche significa preparare il medico reale, non quello ideale.

La dissezione, l’imaging e lo studio comparato restano strumenti insostituibili per comprendere queste differenze. È proprio in questa integrazione tra anatomia classica, varianti e applicazioni cliniche che l’anatomia mantiene oggi la sua piena attualità.

L’arco bovino non è una curiosità terminologica né una rarità occasionale. È una delle varianti più frequenti dell’arco aortico umano, con implicazioni pratiche che si estendono alla chirurgia, alla radiologia e alla medicina clinica.

Studiare, riconoscere e descrivere correttamente le varianti dell’arco aortico significa fare anatomia nel senso più autentico del termine: un’anatomia al servizio della comprensione, della sicurezza e della responsabilità clinica.

L’Anatomia che sorprende ancora: perché una variante rara può salvare una vita

Fagni, N.; Livi, L.; Bucciarelli, F.; Giardino, F.R.; Cuomo, R.; Paternostro, F.; Belviso, I.; Branca, J.J.V.
The Superior Trajectory of the Lingual Artery over the Hypoglossal Nerve: A Morphological Case Report and Focused Review of Neurovascular Inversion in the Carotid Triangle
J. Vasc. Dis. 20265, 4. https://doi.org/10.3390/jvd5010004

Per molti, l’Anatomia è una scienza conclusa, già interamente descritta e fissata nei manuali. Eppure, chi lavora davvero sul corpo umano, in sala operatoria o in laboratorio di dissezione, sa che l’Anatomia continua a parlare, a sorprendere, a mettere in discussione certezze apparentemente consolidate. È proprio da una di queste sorprese che nasce una recente ricerca anatomica di grande valore scientifico e clinico.

Lo studio documenta una variante estremamente rara del decorso dell’arteria linguale, che, in questo caso, incrocia superiormente il nervo ipoglosso all’interno del triangolo carotideo. Si tratta di una vera e propria inversione neurovascolare che modifica relazioni considerate classiche e affidabili nella chirurgia del collo e del pavimento orale.

Nella pratica clinica l’Anatomia non è mai un sapere teorico, ma una mappa di sicurezza. Chirurghi otorinolaringoiatri, maxillo-facciali, vascolari, plastici, radiologi interventisti e odontoiatri si affidano quotidianamente a rapporti anatomici ben definiti per orientarsi nello spazio operatorio, evitare sanguinamenti e proteggere nervi fondamentali per funzioni delicate come la parola e la deglutizione. Questa ricerca dimostra chiaramente che anche i punti di riferimento più consolidati possono, in rari casi, non essere affidabili.

In condizioni normali, l’arteria linguale decorre inferiormente al nervo ipoglosso. Nel caso descritto, invece, questa relazione è completamente invertita. Il risultato è la creazione di una zona anatomica in cui un gesto chirurgico abituale può diventare improvvisamente rischioso, esponendo il paziente a sanguinamenti inattesi, difficili da controllare, o a danni del nervo ipoglosso con possibili conseguenze sulla motilità della lingua.

Il valore dello studio non è soltanto descrittivo. Il messaggio che emerge è forte e attuale: non esiste un’Anatomia standard valida per tutti. In un’epoca in cui la chirurgia tende sempre più verso approcci mini-invasivi, transorali e robotici, con campi operatori limitati e margini di errore ridotti, la variabilità anatomica diventa un fattore critico per la sicurezza. Una variante non riconosciuta può trasformare una procedura routinaria in una complicanza evitabile.

Questa ricerca richiama l’attenzione sulla necessità di mantenere uno sguardo anatomico critico anche nell’interpretazione degli esami di imaging e di non affidarsi automaticamente a schemi prefissati. La conoscenza tridimensionale dei rapporti tra vasi, nervi e piani muscolari rimane uno strumento insostituibile per una chirurgia davvero consapevole.

Un altro elemento di grande rilievo riguarda il metodo. Questa variante non è stata individuata grazie a una sofisticata tecnologia di imaging, bensì attraverso un’accurata dissezione cadaverica, svolta in ambito didattico. È una dimostrazione concreta di come i laboratori di Anatomia non siano soltanto luoghi di formazione, ma anche spazi autentici di scoperta scientifica. La dissezione permette di cogliere rapporti sottili, contatti neurovascolari e dettagli topografici che spesso sfuggono anche alle migliori indagini radiologiche.

In definitiva, questa ricerca ci ricorda che l’Anatomia non è una disciplina statica né un sapere del passato. È una scienza viva, profondamente intrecciata con la sicurezza del paziente e la qualità dell’atto medico. Ogni variante descritta non rappresenta una semplice curiosità accademica, ma un potenziale strumento di prevenzione del rischio, un passo in più verso una medicina più attenta, consapevole e rispettosa della complessità del corpo umano.

Fagni, N.; Livi, L.; Bucciarelli, F.; Giardino, F.R.; Cuomo, R.; Paternostro, F.; Belviso, I.; Branca, J.J.V.
The Superior Trajectory of the Lingual Artery over the Hypoglossal Nerve: A Morphological Case Report and Focused Review of Neurovascular Inversion in the Carotid Triangle
J. Vasc. Dis. 20265, 4. https://doi.org/10.3390/jvd5010004

Quando l’arte apre il corpo: un miracolo, una dissezione, una lezione di Anatomia

Zucchini, E., Ribatti, D., Paternostro, F., Belviso, I., & Lippi, D. (2025).
An anatomical interpretation of Pesellino’s Miracle of St. Anthony of Padua.
Italian Journal of Anatomy and Embryology 129(2): 29-31. doi: 10.36253/ijae-16623


Ci sono opere d’arte che non si limitano a essere guardate: chiedono di essere lette. Letta è, in questo caso, la predella dipinta da Francesco di Stefano detto Pesellino, raffigurante il Miracolo del cuore dell’avaro di Sant’Antonio da Padova, oggi conservata alla Galleria degli Uffizi. Ma letta non solo con gli occhi dello storico dell’arte: con quelli dell’anatomista, del medico, dello storico della scienza.

L’articolo An anatomical interpretation of Pesellino’s Miracle of St. Anthony of Padua, pubblicato sull’Italian Journal of Anatomy and Embryology, nasce proprio da questa esigenza: restituire profondità a un’immagine che, dietro la veste agiografica, cela una rappresentazione sorprendentemente precisa di una pratica medica medievale: la dissezione anatomica.

Un miracolo che parla il linguaggio della medicina

Il racconto è noto: Sant’Antonio da Padova afferma che il cuore di un uomo avaro non si trova nel petto, ma là dove egli ha posto il suo tesoro. Il miracolo si compie quando, aperto il torace, il cuore non c’è. Pesellino sceglie però di soffermarsi non sul prodigio in sé, bensì sul gesto che lo rende visibile: l’apertura del corpo, l’ispezione della cavità toracica, lo sguardo concentrato del medico.

È qui che l’interpretazione anatomica diventa rivelatrice. Il pittore non improvvisa: mette in scena una vera e propria autopsia “testimoniale”, con figure, ruoli e posture coerenti con la prassi universitaria tardo-medievale. Il medico indossa il lucco rosso, simbolo di rango e di sapere; i presenti assistono come a una lezione; il santo, elevato sul pulpito, assume il ruolo del lector che guida e legittima l’atto conoscitivo.

Anatomia prima di Vesalio

L’articolo mostra con chiarezza come questa scena si collochi in un momento cruciale della storia dell’Anatomia: quando la dissezione è praticata, ma non ancora emancipata dal dogma dei testi antichi. Il corpo viene aperto, ma per verificare un segno, non per esplorare sistematicamente la struttura umana. È l’anatomia prima della rivoluzione vesaliana, prima che Andreas Vesalius scenda dalla cattedra e unisca in sé le figure di Lector, Ostensor e Sector (Professore, Tutor e Dissettore).

Pesellino documenta così una fase intermedia, spesso trascurata: quella in cui l’Anatomia è già visibile, già praticata, ma ancora sospesa tra l’autorità religiosa, la tradizione galenica e l’osservazione diretta nascente.

Perché questo articolo è importante

Il valore del lavoro non sta solo nell’analisi iconografica, ma anche nel metodo. Storici dell’arte, anatomisti e storici della medicina dialogano sullo stesso oggetto, mostrando come un dipinto del Quattrocento possa diventare una fonte per la storia delle pratiche mediche. È un esempio virtuoso di didattica interdisciplinare, nato anche dall’esperienza diretta delle visite museali con studenti di medicina, in cui l’opera d’arte diventa un atlante anatomico “altro”, ma non meno rigoroso.

In un’epoca in cui l’Anatomia rischia di essere percepita come pura tecnica o come immagine digitale, questo studio ci ricorda che il corpo umano è sempre stato anche un fatto culturale, simbolico, narrativo. E che talvolta, per capire davvero la storia della medicina, bisogna tornare davanti a un dipinto e chiedersi non solo che cosa rappresenta, ma anche come e perché lo rappresenta così.

Un cuore mancante, un torace aperto, uno sguardo medico concentrato: nel silenzio della tavola di Pesellino, l’Anatomia comincia già a parlare.

L’Anatomia del Tempo: quando il corpo diventa storia

di Immacolata Belviso, Ferdinando Paternostro, Dario Saguto, Anna Venzi, Giorgio Zinno

L’Anatomia del Tempo propone un cambio di prospettiva nel modo di osservare e studiare il corpo umano.
Non si tratta di un atlante tradizionale, né di un manuale di anatomia descrittiva in senso classico, ma di un’opera che pone una domanda radicale: che cosa accade se il corpo viene letto non come una forma statica, ma come un processo che si sviluppa, si adatta e conserva memoria nel tempo?

Per secoli l’anatomia ha privilegiato la descrizione della struttura “normale”, isolata dal suo divenire. Questo approccio ha prodotto una conoscenza rigorosa, ma ha spesso lasciato in ombra una dimensione essenziale della biologia: il tempo. I tessuti non sono entità immutabili; cambiano in risposta a carichi, posture, funzioni, ormoni, infiammazione, malattia e condizioni ambientali. Ogni organo attraversa il tempo secondo modalità proprie, spesso disallineate rispetto all’età cronologica dell’individuo.

Il testo esplora questa complessità attraversando il corpo umano: dagli apparati e dai sistemi, dall’osso al sistema nervoso, dal muscolo alla fascia, dagli organi interni alla cute, fino al dolore e ai biomarcatori dell’età biologica. L’invecchiamento non è descritto come un declino lineare e uniforme, bensì come un processo discontinuo, caratterizzato da adattamenti, compensazioni e soglie. In questa prospettiva, il corpo non “consuma” semplicemente il tempo, ma lo integra nella propria struttura.

Un asse centrale dell’opera è la distinzione tra età cronologica ed età biologica. Il libro mostra come non esista un’unica età del corpo, ma una pluralità di età tissutali: un sistema può conservare una notevole capacità adattativa mentre un altro ha già ridotto la propria riserva funzionale. Questa asincronia è uno dei tratti più caratteristici del corpo umano e rappresenta una chiave di lettura fondamentale per comprendere la variabilità individuale, la fragilità tardiva e la comparsa di sintomi.

Particolare attenzione è dedicata alle fasi della vita. Il neonato non è considerato un adulto incompleto, bensì un organismo con una geometria e una distribuzione degli organi coerenti con esigenze funzionali specifiche. Allo stesso modo, l’adolescenza, la maturità, la gravidanza, la menopausa e la senescenza vengono lette come fasi biologiche dotate di una propria logica anatomica.

L’opera integra anatomia macroscopica, istologia, fisiologia e biologia dell’invecchiamento, mantenendo uno stile discorsivo e riflessivo che rende il testo accessibile anche oltre l’ambito strettamente specialistico. L’Anatomia del Tempo si rivolge a chi studia, insegna o cura il corpo umano, ma anche a chi desidera comprenderlo in modo meno semplificato e più fedele alla realtà biologica.

In un panorama editoriale dominato da descrizioni statiche, questo libro propone un’Anatomia che accetta il cambiamento come regola e non come eccezione. Studiare il corpo, includendo il tempo, significa riconoscere che ogni struttura è il frutto di una storia. Ed è proprio questa storia che l’opera invita a leggere.

Anatomia del Tempo

Immacolata Belviso, Ferdinando Paternostro, Dario Saguto, Anna Venzi, Giorgio Zinno
YOUCANPRINT 2026 Ebook (pdf)
ISBN: 9791224057987