Quando un pugile greco finì sotto i ferri?

Il mistero medico nascosto nelle orecchie del celebre “Pugile in Riposo”

A prima vista sembra soltanto una straordinaria statua antica. Un uomo siede stanco dopo il combattimento. Il volto è segnato da ferite, il naso appare deformato, i muscoli raccontano anni di allenamento e di dolore. Eppure, osservando con attenzione le sue orecchie, emerge un dettaglio sorprendente che potrebbe cambiare il modo in cui guardiamo alla medicina dell’antichità.

La celebre statua ellenistica nota come “Pugile in Riposo” (Boxer at Rest), conservata al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, rappresenta uno dei più realistici ritratti di un atleta dell’antichità. Realizzata tra il IV e il III secolo avanti Cristo, l’opera colpisce per il livello quasi anatomico con cui vengono raffigurate le conseguenze fisiche della pratica sportiva.

Da tempo gli studiosi hanno riconosciuto nelle sue orecchie i segni del cosiddetto “orecchio a cavolfiore“, una deformità tipica dei pugili, dei lottatori e degli atleti degli sport da contatto. Oggi sappiamo che questa condizione è la conseguenza di ripetuti ematomi auricolari: raccolte di sangue che si formano tra il pericondrio e la cartilagine del padiglione auricolare a seguito di traumi violenti. Se il sangue non viene evacuato rapidamente, la cartilagine perde il proprio nutrimento, si deforma e assume il caratteristico aspetto irregolare che ancora oggi si osserva nei praticanti di boxe, lotta e arti marziali.

Fin qui nulla di sorprendente. Il vero enigma emerge quando si osservano due piccole incisioni sulle orecchie della statua.

Gli autori dello studio hanno notato che entrambe le orecchie presentano una breve lesione lineare, di pochi millimetri, posizionata in modo quasi speculare. Ancora più interessante è il fatto che tali incisioni sono evidenziate da inserti di rame, utilizzati dall’artista per simulare il sangue che fuoriesce dalla ferita.

Perché rappresentare con tanta precisione proprio quei piccoli tagli?

Secondo l’interpretazione proposta dagli autori, queste lesioni potrebbero non essere semplici ferite traumatiche. La loro forma regolare, la disposizione bilaterale e la localizzazione anatomica ricordano sorprendentemente le incisioni che ancora oggi vengono utilizzate per drenare un ematoma auricolare.

Nella pratica medica moderna il trattamento dell’ematoma auricolare prevede infatti una piccola incisione lungo le pieghe naturali dell’orecchio. Attraverso questa apertura il sangue accumulato viene evacuato, riducendo la pressione sulla cartilagine e prevenendo la deformazione permanente. Successivamente viene applicata una compressione per impedire che il sangue si raccolga nuovamente.

È proprio questa somiglianza a portare gli autori a formulare una suggestiva ipotesi: il Pugile in Riposo potrebbe rappresentare non soltanto un atleta ferito, ma anche un atleta che ha ricevuto un trattamento medico.

L’idea non è così improbabile come potrebbe sembrare. La medicina greca e romana possedeva infatti una tradizione chirurgica sorprendentemente avanzata. I medici della scuola ippocratica praticavano incisioni, drenaggi di ascessi, evacuazioni di raccolte purulente e numerose altre procedure invasive. Sebbene nessun testo antico descriva esplicitamente il trattamento dell’ematoma auricolare, le conoscenze tecniche necessarie per eseguirlo erano certamente disponibili.

La statua potrebbe dunque testimoniare una conoscenza empirica maturata sul campo. Gli atleti, i loro allenatori o i medici dell’epoca potrebbero aver osservato che l’evacuazione precoce del sangue riduceva le deformità permanenti dell’orecchio. Una scoperta nata dall’esperienza pratica molto prima che la medicina moderna ne comprendesse pienamente i meccanismi biologici.

Naturalmente gli autori mantengono un atteggiamento prudente. Non esistono prove definitive. Le incisioni potrebbero rappresentare semplicemente una scelta artistica, un simbolo della durezza dei combattimenti o un dettaglio introdotto durante la lavorazione della statua. Tuttavia, la coincidenza anatomica rimane sorprendente.

Al di là della risposta definitiva, questo studio dimostra quanto l’arte possa diventare una fonte preziosa per la storia della medicina. Un’opera realizzata oltre duemila anni fa continua ancora oggi a porre domande ai medici contemporanei.

Guardando il volto segnato del pugile ellenistico non osserviamo soltanto un capolavoro dell’arte antica. Vediamo il racconto universale del trauma sportivo, della sofferenza fisica e del tentativo umano di curare le proprie ferite. È una storia che attraversa i secoli e unisce gli atleti dell’antica Grecia ai pugili di oggi.

Forse, nascosta in quelle piccole incisioni di pochi millimetri, si conserva una delle più antiche testimonianze visive di un gesto chirurgico praticato nella storia dello sport.

The American Journal of the Medical Sciences
Auricular hematoma in antiquity: Possible surgical drainage in the Hellenistic boxer at rest
Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Francesco Zappoli Thyrion, Antonio Sarno, Davide Orsini, Ludovica Livi,
Ferdinando Paternostro, Niccolò Fagni

Le unghie della cura

Le unghie raccontano una lunga storia evolutiva. Le abbiamo davanti agli occhi ogni giorno, le tagliamo, le curiamo, le coloriamo, ma raramente ci chiediamo perché esistano.

I nostri antenati più lontani possedevano artigli. Erano strumenti di difesa, di attacco, di arrampicata. La natura non costruisce nulla per caso: ciò che serve rimane, ciò che non serve scompare o si trasforma. Nell’uomo gli artigli hanno perso gran parte della loro funzione originaria. Al loro posto sono rimaste le unghie, strutture apparentemente semplici ma straordinariamente sofisticate.

Per comprenderne il significato bisogna osservare la punta delle dita. Il polpastrello è uno dei luoghi più sensibili dell’intero corpo umano. In pochi centimetri quadrati si concentra una quantità impressionante di recettori nervosi capaci di distinguere consistenze, temperature, vibrazioni, pressioni minime. È grazie a questa raffinatissima rete sensoriale che un chirurgo può percepire una differenza di consistenza nei tessuti, che un violinista può controllare la corda, che una madre può riconoscere il volto del figlio semplicemente accarezzandolo.

L’unghia funge da sorta di esoscheletro localizzato. Si trova sulla faccia dorsale della falange distale e costituisce un punto di contrasto contro cui il polpastrello può esercitare la propria sensibilità. Senza questa piccola lamina di cheratina, la precisione della presa e della percezione tattile sarebbero notevolmente ridotte. In altre parole, non serve soltanto a proteggere il dito: contribuisce a renderlo uno strumento sensoriale di straordinaria efficacia.

Poi c’è una funzione che spesso fa sorridere ma che è fondamentale: il grattamento. Il prurito è uno dei sistemi di allarme più antichi dell’organismo. Può segnalare la presenza di un insetto, di una sostanza irritante, di un’infiammazione cutanea. Grattarsi non è una bizzarria né un difetto dell’educazione. È un comportamento biologico profondamente radicato nella nostra storia evolutiva. Le unghie sono gli strumenti che la natura ha conservato per permetterci di rispondere a questo segnale.

Da qualche decennio le unghie hanno acquisito anche un’altra funzione: quella estetica. Le donne, in particolare, hanno trasformato l’unghia in una piccola superficie su cui esprimere creatività, gusto e personalità. Linee eleganti, colori raffinati, decorazioni sempre più sofisticate hanno reso la manicure una forma di linguaggio visivo, un dettaglio capace di raccontare qualcosa di chi la porta.

Dietro un’unghia ben curata c’è un intero mondo professionale fatto di competenze tecniche, aggiornamento continuo, conoscenza dei materiali e attenzione alla salute della lamina ungueale. Le moderne onicotecniche non sono semplicemente artigiane della bellezza: sono professioniste che, con preparazione e responsabilità, prestano grande attenzione alla conservazione dell’integrità dell’unghia naturale.

Negli ultimi anni la ricerca nel settore ha portato allo sviluppo di prodotti sempre più sofisticati, formulati per ridurre il rischio di danni alla lamina ungueale e ai tessuti circostanti. Gel, smalti semipermanenti, basi protettive e materiali di ricostruzione vengono continuamente perfezionati per garantire non soltanto risultati estetici di elevata qualità, ma anche una maggiore sicurezza e il rispetto della fisiologia dell’unghia. Le professioniste più attente conoscono l’importanza di una preparazione non aggressiva, di una corretta rimozione dei prodotti e del rispetto dei tempi biologici necessari al mantenimento di un’unghia sana.

La bellezza, del resto, raggiunge la sua forma più alta quando si accompagna alla cura. Un’unghia esteticamente gradevole ma biologicamente danneggiata rappresenta una sconfitta sia per l’estetica sia per la salute. Al contrario, una manicure eseguita con competenza può contribuire a proteggere la superficie ungueale dalle aggressioni meccaniche quotidiane, a migliorare l’aspetto di unghie fragili o irregolari e ad aumentare il benessere psicologico della persona.

Non bisogna sottovalutare il valore sociale e culturale di queste pratiche. Da sempre gli esseri umani decorano il proprio corpo: gioielli, abiti, acconciature, tatuaggi e cosmetici rappresentano modi diversi attraverso cui ogni individuo costruisce e comunica la propria identità. Le unghie fanno parte di questo linguaggio universale. Attraverso una scelta cromatica, una forma particolare o una decorazione artistica, le donne esprimono eleganza, originalità, appartenenza a uno stile o, semplicemente, il piacere di sentirsi bene con sé stesse. Una manicure può essere un gesto di bellezza, un atto creativo, una forma di autostima o persino una piccola opera d’arte portata nella vita quotidiana.

Esiste tuttavia un confine che merita di essere ricordato. Quando una mano diventa uno strumento professionale di cura, alcune regole dovrebbero prevalere sull’estetica.

Medici, infermieri, fisioterapisti, osteopati, massaggiatori, estetiste, operatori sociosanitari e tutti coloro che lavorano quotidianamente sul corpo di un’altra persona hanno un dovere particolare: mantenere unghie corte, pulite e funzionali.

La ragione non è soltanto igienica, benché l’igiene sia già un argomento sufficiente. La ragione è soprattutto anatomica e relazionale.

La mano che visita deve sentire. La mano che palpa deve percepire. La mano che cura deve adattarsi al corpo dell’altro senza diventare un ostacolo. Un’unghia lunga riduce la sensibilità tattile, modifica il modo in cui il polpastrello entra in contatto con i tessuti e può causare disagio durante l’esame clinico o il trattamento.

L’unghia corta rappresenta, in questi contesti, un gesto di rispetto. È il segnale nascosto che dice al paziente: «La tua salute viene prima della mia immagine. Il tuo comfort viene prima della mia estetica».

Quando vedo un operatore che utilizza sul corpo di un paziente mani adornate da unghie lunghe e ingombranti, non penso alla modernità né all’eleganza. Mi domando se, in quel momento, la bellezza della propria mano non stia pesando più del benessere della persona affidata alle sue cure.

La società contemporanea ci invita continuamente a mostrarci. Le professioni della cura, invece, ci ricordano un’altra verità: esistono momenti in cui bisogna mettere al centro qualcun altro. Il valore di una mano non si misura dalla lunghezza delle sue unghie, ma dalla delicatezza con cui sa toccare un altro essere umano.

Cerchiamo 80 Studenti di Medicina per un’Esperienza Unica di Anatomia Umana

Immagina di studiare l’anatomia non soltanto sui libri o sugli schermi del computer, ma osservandola direttamente, comprendendone i rapporti spaziali, esplorandone la complessità e mettendo alla prova il tuo apprendimento attraverso le metodologie didattiche più innovative oggi disponibili.

È proprio questa l’opportunità che i professori Immacolata Belviso e Ferdinando Paternostro, in collaborazione con l’ICLO Teaching and Research Center, offrono a 80 studenti del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia attraverso un importante progetto di ricerca dedicato all’insegnamento dell’anatomia umana.

Lo studio nasce da una domanda semplice ma fondamentale: qual è il modo più efficace per imparare l’anatomia?

La lezione tradizionale è sufficiente? L’osservazione dell’anatomia reale migliora davvero la comprensione? Il Visual Thinking può aiutare a costruire una rappresentazione mentale più efficace del corpo umano? Oppure la soluzione migliore è l’integrazione di tutte queste metodologie?

Per rispondere scientificamente a queste domande, stiamo cercando 80 studenti motivati che desiderino partecipare gratuitamente a una giornata di formazione e ricerca dedicata all’anatomia topografica dell’arto inferiore.

Durante l’esperienza i partecipanti avranno l’opportunità di seguire una lezione specialistica di anatomia topografica, approfondendo regioni di grande rilevanza clinica come la regione glutea, il triangolo femorale, il ginocchio, i compartimenti della gamba e il dorso del piede. Accanto alla didattica tradizionale saranno proposte attività di Visual Thinking Anatomico, una metodologia innovativa che aiuta a trasformare l’osservazione in comprensione e la comprensione in memoria duratura.

Il momento più coinvolgente sarà l’attività presso il centro di dissezione dell’ICLO, dove gli studenti potranno osservare direttamente preparati anatomici umani e confrontare la teoria con la realtà tridimensionale delle strutture anatomiche. Un’esperienza che molti medici ricordano come una delle più formative dell’intero percorso universitario.

Partecipare significa non soltanto migliorare la propria preparazione anatomica, ma anche contribuire concretamente alla ricerca nell’ambito dell’educazione medica. I dati raccolti permetteranno infatti di comprendere quali strategie didattiche favoriscano il miglior apprendimento e potranno contribuire allo sviluppo di nuovi modelli formativi per le future generazioni di studenti di medicina.

La partecipazione è completamente gratuita. Tutte le attività previste dal protocollo di ricerca, comprese quelle presso il centro di dissezione ICLO di Verona, saranno offerte ai partecipanti senza alcun costo.

I posti disponibili sono limitati a 80 studenti.

Se ami l’anatomia, se desideri approfondire la conoscenza del corpo umano attraverso un’esperienza concreta e se vuoi essere protagonista di un progetto scientifico innovativo, questa è un’occasione che difficilmente si ripresenterà.

Compila il form di iscrizione e candidati a partecipare. I posti saranno assegnati fino al raggiungimento del numero previsto dal protocollo di studio.

Responsabili del progetto

Prof.ssa Immacolata Belviso Prof. Ferdinando Paternostro


Una giornata di anatomia. Una giornata di ricerca. Una giornata che potrebbe cambiare il tuo modo di studiare la medicina.

Eduard Pernkopf: il genio dell’anatomia che costringe ancora oggi la medicina a interrogarsi sulla propria coscienza

Belviso, I., Paternostro, F. and Ribatti, D. (2026)
Eduard Pernkopf’s Atlas: Morphological innovation and ethical legacy in the history of anatomical illustration’,
Romanian Journal of Morphology and Embryology, 67(1), in press. doi:10.47162/RJME.67.1.y.

Nella storia della medicina esistono opere che superano il loro tempo e continuano a influenzare generazioni di studiosi molto dopo la scomparsa dei loro autori. Alcune diventano pietre miliari perché introducono nuove conoscenze. Altre perché trasformano il modo stesso di osservare il corpo umano. L’Atlante di Anatomia Topografica di Eduard Pernkopf appartiene a entrambe le categorie. A quasi un secolo dalla pubblicazione delle sue prime tavole, esso continua a essere considerato una delle più straordinarie realizzazioni nella storia dell’illustrazione anatomica. Allo stesso tempo, rappresenta uno dei casi più complessi e dolorosi del rapporto tra progresso scientifico ed etica.

Per comprendere il significato di quest’opera occorre tornare alla Vienna della prima metà del Novecento. In quegli anni la città era uno dei principali centri culturali e scientifici del mondo occidentale. Le università viennesi attiravano studiosi da tutta Europa e la tradizione anatomica austriaca godeva di una reputazione internazionale fondata su rigore metodologico, accuratezza descrittiva e grande attenzione alla dissezione. In questo ambiente si formò Eduard Pernkopf, nato nel 1888, studente brillante e successivamente allievo di Ferdinand Hochstetter, uno dei più autorevoli anatomisti dell’epoca.

Fin dagli anni della formazione emerse una caratteristica che avrebbe accompagnato tutta la sua carriera: la convinzione che l’anatomia dovesse essere osservata nella sua realtà tridimensionale. Molti atlanti dell’epoca presentavano il corpo come una successione di strutture isolate, ordinate secondo criteri didattici che spesso sacrificavano la complessità dei rapporti anatomici reali. Pernkopf perseguì una strada diversa. Il suo obiettivo era mostrare il corpo così come appariva sul tavolo anatomico, mantenendo la continuità tra le strutture e restituendo al lettore la percezione dello spazio anatomico.

Da questa visione nacque il progetto destinato a renderlo celebre. A partire dagli anni Trenta iniziò la realizzazione di un’opera monumentale che avrebbe richiesto oltre vent’anni di lavoro. Il risultato finale fu un atlante composto da centinaia di tavole anatomiche realizzate con una precisione mai raggiunta. Ogni immagine era il frutto di una strettissima collaborazione tra anatomisti e illustratori. Le dissezioni venivano eseguite con estrema accuratezza e successivamente trasferite sulla carta mediante dipinti che univano rigore scientifico e straordinaria qualità artistica.

Ancora oggi, osservando quelle immagini, si rimane colpiti dalla loro capacità di restituire la profondità dei tessuti. I muscoli appaiono voluminosi e consistenti. Le fasce mantengono la loro trasparenza naturale. I nervi emergono dal contesto anatomico con una chiarezza sorprendente. Le arterie seguono il loro decorso in modo così realistico da sembrare quasi palpabili. Ciò che colpisce maggiormente è la capacità di rappresentare il corpo come un sistema stratificato, in cui ogni piano anatomico mantiene un rapporto preciso con i piani sovrastanti e sottostanti.

Questa attenzione alla stratificazione anatomica rappresenta probabilmente il contributo più originale di Pernkopf. Le sue tavole consentivano di seguire progressivamente il passaggio dagli strati superficiali a quelli profondi, offrendo una comprensione spaziale che anticipava, in molti aspetti, il modo in cui oggi interpretiamo le immagini ottenute mediante tomografia computerizzata, risonanza magnetica e ricostruzioni tridimensionali digitali. Molto prima dell’avvento dell’imaging moderno, Pernkopf aveva compreso che la vera difficoltà dell’anatomia non consiste nell’identificare una struttura, ma nel comprenderne le relazioni con le altre.

Per i chirurghi dell’epoca l’Atlante rappresentò una risorsa senza precedenti. Le immagini offrivano una rappresentazione dei piani anatomici estremamente vicina a quella che il medico avrebbe riscontrato durante un intervento. In numerosi ambiti chirurgici, soprattutto in quelli caratterizzati da anatomie particolarmente complesse, le tavole di Pernkopf divennero rapidamente un punto di riferimento. Molti professionisti continuarono a consultarle anche decenni dopo la loro pubblicazione, ritenendole superiori a numerosi atlanti contemporanei.

La grandezza scientifica dell’opera, tuttavia, non può essere separata dal contesto storico in cui venne prodotta. Durante gli anni Trenta e Quaranta l’Austria fu assorbita dall’universo politico e ideologico del nazionalsocialismo. Pernkopf aderì ufficialmente al Partito Nazista e la sua carriera accademica si sviluppò in parallelo al consolidamento del regime. Divenne prima Preside della Facoltà di Medicina e, successivamente, Rettore dell’Università di Vienna. La sua posizione istituzionale lo collocò al centro di un sistema che trasformò profondamente la medicina tedesca e austriaca, subordinandola agli obiettivi ideologici del Terzo Reich.

Dopo la Seconda guerra mondiale emersero progressivamente elementi che modificarono radicalmente la percezione dell’Atlante. Le indagini storiche dimostrarono che l’Istituto di Anatomia di Vienna aveva ricevuto centinaia di corpi provenienti dalle esecuzioni commesse dal regime nazista. Tra questi vi erano oppositori politici, resistenti e altre persone condannate dai tribunali del Reich. Sebbene la documentazione disponibile non consenta di attribuire con assoluta certezza ogni singola tavola a uno specifico preparato anatomico, la ricostruzione storica rende altamente probabile che almeno una parte delle dissezioni utilizzate per la realizzazione dell’Atlante sia stata effettuata su corpi appartenenti a vittime del regime.

Da quel momento il giudizio sull’opera cambiò profondamente. Il problema non riguardava più soltanto la qualità scientifica delle immagini, ma anche il significato morale della loro esistenza. Un’opera straordinaria dal punto di vista anatomico appariva improvvisamente legata a una delle più grandi tragedie del Novecento.

La discussione che ne seguì coinvolse storici, anatomisti, filosofi e bioeticisti. Alcuni sostennero che l’Atlante dovesse essere definitivamente abbandonato, poiché era nato in un sistema fondato sulla violazione dei diritti umani. Altri osservarono che la distruzione o l’occultamento dell’opera avrebbe comportato la perdita di una risorsa scientifica unica e il rischio di cancellare una parte importante della memoria storica.

Nel corso degli anni si è progressivamente affermata una posizione più articolata. L’Atlante continua a essere studiato e occasionalmente utilizzato, ma all’interno di una cornice storica ed etica esplicita. Le sue immagini sono considerate inseparabili dalla vicenda umana delle persone da cui derivano. In questa prospettiva, l’opera assume un duplice significato. Da una parte rimane una delle più alte espressioni dell’anatomia topografica moderna; dall’altra costituisce una testimonianza permanente dei rischi che emergono quando la ricerca scientifica perde il contatto con i principi etici fondamentali.

La storia di Pernkopf possiede quindi un valore che va ben oltre l’anatomia. Essa dimostra che la qualità tecnica di un lavoro scientifico non è sufficiente, da sola, a definirne il valore complessivo. L’eccellenza metodologica e la precisione osservazionale possono convivere con gravi fallimenti morali. Proprio questa coesistenza rende il caso Pernkopf così importante per la formazione delle nuove generazioni di medici.

Ogni studente che oggi entra in una sala settoria, osserva un preparato anatomico o studia un atlante dovrebbe ricordare che dietro ogni rappresentazione del corpo umano c’è una storia umana. L’anatomia non riguarda soltanto muscoli, nervi, arterie e organi. Riguarda persone. Riguarda il rapporto tra conoscenza e responsabilità. Riguarda il modo in cui una società decide di acquisire e utilizzare il sapere.

Per questo motivo l’Atlante di Pernkopf continua ancora oggi a esercitare una straordinaria forza culturale. La sua eredità non risiede soltanto nella bellezza delle immagini o nella precisione delle dissezioni. Risiede soprattutto nella domanda che continua a porre a chiunque lo osservi: fino a che punto il progresso scientifico può essere considerato autentico se perde di vista la dignità dell’essere umano?

Poche opere nella storia della medicina sono riuscite a rappresentare con altrettanta chiarezza la tensione tra conoscenza e coscienza. Ed è probabilmente questa, più ancora della sua perfezione anatomica, la ragione per cui l’Atlante di Eduard Pernkopf continua a essere studiato, discusso e ricordato ancora oggi.

Il fegato: grande laboratorio della vita

Il fegato. Analisi integrata tra anatomia, mito, arte e cultura

Immacolata Belviso, Carlo Benedini, Alessandro Palazzolo, Ferdinando Paternostro, Giorgio Zinno

Youcanprint 2026
ISBN: 9791224079477 (cartaceo) ISBN: 9791224082545 (ebook)


Quando pensiamo agli organi che rendono possibile la nostra esistenza, la mente corre immediatamente al cuore e al cervello. Eppure esiste una struttura straordinaria che ogni giorno svolge centinaia di funzioni indispensabili alla vita, coordinando processi complessi con una precisione sorprendente: il fegato.

Con un peso che nell’adulto spesso supera il chilogrammo e mezzo, il fegato è il più grande viscere del corpo umano. Ogni minuto riceve enormi quantità di sangue provenienti sia dall’intestino sia dalla circolazione arteriosa, trasformando nutrienti, immagazzinando energia, producendo proteine fondamentali, sintetizzando la bile e contribuendo alla neutralizzazione di sostanze potenzialmente dannose. Nessun altro organo possiede una versatilità funzionale simile.

Ma il fascino del fegato non si esaurisce nella sua straordinaria fisiologia.

Fin dall’antichità esso ha occupato un posto privilegiato nell’immaginario umano. Molto prima che la scienza moderna ne comprendesse le funzioni, le grandi civiltà del Mediterraneo lo consideravano il centro della vita e delle emozioni. Gli Etruschi e i Babilonesi studiavano il fegato degli animali per interpretare il futuro; i medici greci lo ritenevano uno degli organi fondamentali dell’equilibrio corporeo; filosofi e poeti lo associavano al coraggio, alla forza e alla vitalità.

Persino uno dei miti più celebri della cultura occidentale ruota attorno a questo organo. Prometeo, colpevole di aver donato il fuoco agli uomini, viene condannato da Zeus a un supplizio eterno: ogni giorno un’aquila gli divora il fegato, che durante la notte ricresce. Una narrazione simbolica che sembra anticipare una delle caratteristiche più sorprendenti oggi riconosciute dalla biologia moderna: la capacità rigenerativa del fegato.

Da dove nasce questa straordinaria centralità culturale? Perché un organo nascosto sotto le coste ha affascinato medici, artisti, filosofi e anatomisti per millenni?

A queste domande cerca di rispondere Il fegato: analisi integrata tra anatomia, mito, arte e cultura, un’opera che propone un approccio originale e multidisciplinare, capace di unire il rigore della scienza alla profondità della storia e della cultura.

Il lettore viene accompagnato in un percorso che inizia dall’anatomia macroscopica dell’organo. Posizione, rapporti, lobi, segmenti funzionali, vascolarizzazione e vie biliari sono descritti con chiarezza e precisione, fornendo le basi necessarie per comprendere la complessità dell’architettura epatica. Grande attenzione è dedicata alla moderna segmentazione di Couinaud, oggi fondamentale nella chirurgia e nella radiologia interventistica.

Il viaggio prosegue poi all’interno del parenchima, dove il mondo microscopico rivela un’organizzazione raffinata e affascinante. Lobuli, sinusoidi, epatociti, cellule di Kupffer e acini epatici diventano protagonisti di una narrazione che mostra come la forma anatomica sia intimamente legata alla funzione.

Un capitolo particolarmente coinvolgente è dedicato alla dissezione anatomica. Attraverso l’esperienza diretta del tavolo settorio, il fegato viene osservato nella sua tridimensionalità reale, consentendo di comprendere aspetti che nessuna immagine bidimensionale può restituire appieno. La dissezione diventa così uno strumento di conoscenza privilegiato, capace di trasformare la teoria in un’esperienza concreta.

Accanto alla dimensione anatomica trovano spazio la storia della medicina e l’evoluzione del pensiero scientifico. Dalle concezioni di Ippocrate e Galeno fino alle rivoluzionarie osservazioni di Leonardo da Vinci e di Andrea Vesalio, il fegato emerge come uno dei protagonisti della lunga avventura che ha portato alla nascita dell’anatomia moderna.

Il volume esplora inoltre la presenza del fegato nell’arte, nel linguaggio e nella società. Espressioni ancora oggi utilizzate quotidianamente, come “avere fegato”, testimoniano quanto profondamente questo organo sia radicato nella cultura occidentale. Anatomia e simbolo, biologia e immaginario, scienza e umanesimo si intrecciano in una prospettiva capace di arricchire la comprensione del corpo umano.

Ampio spazio è riservato anche alle moderne metodiche diagnostiche, dall’ecografia all’elastografia, fino alle principali patologie epatiche e alle relative strategie di prevenzione. Il lettore scopre così che la conoscenza anatomica rappresenta ancora oggi il fondamento indispensabile della pratica clinica.

Questo libro si rivolge agli studenti delle professioni sanitarie, ai medici, ai professionisti della salute, agli appassionati di storia della medicina e a tutti coloro che desiderano guardare oltre la superficie delle cose. Ogni capitolo invita a osservare il fegato da una prospettiva diversa, mostrando come un singolo organo possa raccontare al contempo la biologia della vita, la storia della medicina e l’evoluzione del pensiero umano.

Il fegato è una straordinaria sintesi di struttura e funzione, di rigenerazione e adattamento, di scienza e cultura. Conoscerlo significa intraprendere un viaggio affascinante attraverso una delle più grandi meraviglie del corpo umano.


Questo libro è dedicato alla memoria del Dott. Giuseppe Belviso, Medico di rara umanità e profondo amore per la conoscenza

Una nuova variante dell’arteria faciale conferma il valore insostituibile dell’anatomia settoria

Niccolò Fagni , Ferdinando Paternostro , Guglielmo Maria Fiori , Ludovica Livi , Giorgio Zinno , Jacopo Junio Valerio Branca , Eugenio Bertelli & Immacolata Belviso (2026)
Early trifurcation of the facial artery including a dedicated buccinator branch: anatomical and surgical implications

Case Reports in Plastic Surgery and Hand Surgery, 13:1, 2664264,
DOI:10.1080/23320885.2026.2664264


La recente descrizione di una rara variante dell’arteria faciale, pubblicata su Case Reports in Plastic Surgery and Hand Surgery, rappresenta molto più di una semplice curiosità anatomica. Si tratta, infatti, di un esempio concreto di quanto l’anatomia umana reale sia ancora oggi un territorio straordinariamente vivo, complesso e non completamente prevedibile.

Lo studio documenta una triforcazione precoce dell’arteria faciale, con la presenza di un ramo dedicato al muscolo buccinatore mai chiaramente descritto in precedenza.

In altre parole, invece del classico decorso singolo dell’arteria, abbiamo osservato una suddivisione in tre rami distinti: uno anteriore, che continua come arteria faciale propriamente detta, uno posteriore diretto alla regione masseterina e un ramo centrale che penetra nel muscolo buccinatore, creando una ricchissima rete microvascolare intramuscolare.

Per il grande pubblico potrebbe sembrare un dettaglio marginale. In realtà, per il chirurgo, per il radiologo, per il medico estetico e per l’anatomista, una variante di questo tipo può avere implicazioni enormi.
La faccia è una delle regioni più delicate del corpo umano: ogni intervento chirurgico, ricostruttivo o estetico richiede una conoscenza estremamente precisa della vascolarizzazione. Un’arteria che decorre in modo diverso dal previsto può cambiare completamente la sicurezza di una dissezione, il successo di un lembo ricostruttivo o il rischio di ischemie e complicanze iatrogene. Lo studio sottolinea, infatti, la possibile importanza di questa variante nella pianificazione dei lembi FAMM (Facial Artery Myo-Mucosal flap) e nelle procedure chirurgiche della regione buccale.

Ma il significato più profondo di questa ricerca è un altro: essa dimostra, ancora una volta, quanto sia indispensabile l’anatomia settoria.
Nessun atlante, nessuna ricostruzione digitale, nessuna immagine tridimensionale possono sostituire completamente l’osservazione diretta del corpo umano reale. È proprio durante la dissezione anatomica che emergono le varianti, le differenze individuali, le eccezioni che trasformano l’anatomia da disciplina “statica” a vera scienza biologica della variabilità umana.
Lo studio nasce infatti da una dissezione su preparato iniettato, eseguita durante attività anatomiche dedicate, in cui la precisione dell’osservazione ha permesso di identificare una configurazione vascolare finora non documentata.
Questo aspetto è fondamentale: molte delle conoscenze anatomiche che oggi consideriamo “classiche” derivano da secoli di anatomia settoria. E ancora oggi, nel XXI secolo, la dissezione continua a generare nuova conoscenza scientifica.

Il corpo non è costruito secondo schemi rigidi identici in tutti gli individui. Le varianti anatomiche non rappresentano errori della natura, ma espressioni della straordinaria plasticità dello sviluppo umano. In questo articolo si sottolinea come l’arteria facciale debba forse essere considerata non un singolo vaso “standard”, bensì un sistema vascolare modulare e adattativo.

Questa visione ha implicazioni enormi anche nella formazione medica. Studiare soltanto “l’anatomia dei libri” rischia di creare una percezione eccessivamente schematica del corpo umano. La dissezione insegna invece il rispetto della complessità biologica reale: ogni corpo può presentare differenze, e proprio queste possono diventare decisive nella pratica clinica.

La conoscenza anatomica autentica nasce ancora dall’osservazione diretta, dal contatto con il corpo reale e dalla capacità critica del ricercatore.
Per questo motivo, l’anatomia settoria continua a rappresentare non soltanto uno strumento didattico insostituibile, ma anche una delle più potenti forme di ricerca scientifica applicata alla medicina moderna.

Niccolò Fagni , Ferdinando Paternostro , Guglielmo Maria Fiori , Ludovica Livi , Giorgio Zinno , Jacopo Junio Valerio Branca , Eugenio Bertelli & Immacolata Belviso (2026)
Early trifurcation of the facial artery including a dedicated buccinator branch: anatomical and surgical implications

Case Reports in Plastic Surgery and Hand Surgery, 13:1, 2664264,
DOI:10.1080/23320885.2026.2664264

Grazie a ICLO Verona, ove è stato possibile realizzare lo studio

ICLO SUMMER SCHOOL IN ANATOMIA CLINICA E SETTORIA

Dall’Anatomia dei Libri all’Anatomia Reale: dissezione su cadavere per studenti di Medicina e Chirurgia
In partnership con Anatomia per Tutti

ICLO San Marino | 26, 27, 28, 29 luglio 2026
Direzione scientifica: Prof. Ferdinando Paternostro; Prof.ssa Immacolata Belviso
Numero chiuso: max 11 partecipanti
Info: c.romila@iclo.eu

PERCHÉ PARTECIPARE

L’anatomia non si comprende davvero finché non la si osserva nel corpo reale.
Questa Summer School nasce per offrire agli studenti di Medicina un’esperienza formativa unica: vedere, dissecare e comprendere l’organizzazione tridimensionale del corpo umano direttamente sul preparato anatomico.

Un percorso intensivo pensato per trasformare l’anatomia: da materia da studiare → a struttura da comprendere

OBIETTIVI FORMATIVI

Il corso permetterà allo studente di:

  • consolidare l’anatomia macroscopica attraverso osservazione diretta
  • sviluppare una reale comprensione tridimensionale dei rapporti anatomici
  • integrare anatomia, topografia e prime correlazioni cliniche
  • acquisire familiarità con i principali landmarks anatomici di interesse medico
  • prepararsi in modo avanzato agli anni clinici e chirurgici del percorso formativo

IL METODO DIDATTICO

Ogni giornata segue una progressione didattica strutturata:

OSSERVARE → DISSECARE → CORRELARE → COMPRENDERE

Con integrazione continua tra:

  • spiegazione anatomica topografica
  • dissezione guidata
  • correlazioni cliniche essenziali
  • confronto attivo con i partecipanti

PREPARATI ANATOMICI

  • 1 tronco
  • 1 arto superiore
  • 1 arto inferiore
  • 1 testa
  • Orario attività: 09:00 – 16:30

PROGRAMMA

GIORNO 1 – TORACE E ADDOME

Anatomia topografica del tronco e organizzazione delle cavità corporee

Studio progressivo delle grandi cavità del tronco e dei principali rapporti viscerali.

Argomenti principali

  • Parete toracica e spazi intercostali
  • Mediastino e grandi vasi
  • Cuore e pericardio
  • Diaframma
  • Cavità addominale e peritoneo
  • Fegato, stomaco, pancreas, milza
  • Retroperitoneo e grandi vasi addominali

GIORNO 2 – DORSO, COLONNA E ARTO SUPERIORE

Anatomia neuro-muscolare e organizzazione funzionale dell’arto superiore

Dalla colonna vertebrale alle strutture neurovascolari dell’arto superiore.

Argomenti principali

  • Muscolatura del dorso
  • Colonna vertebrale e canale vertebrale
  • Midollo spinale e meningi
  • Plesso brachiale
  • Regione ascellare
  • Compartimenti del braccio e dell’avambraccio
  • Principali nervi periferici dell’arto superiore

GIORNO 3 – ARTO INFERIORE

Anatomia della locomozione e distribuzione neurovascolare

Analisi anatomica dell’arto inferiore in relazione a statica e movimento.

Argomenti principali

  • Regione glutea
  • Nervo sciatico
  • Triangolo femorale
  • Coscia anteriore e posteriore
  • Fossa poplitea
  • Compartimenti della gamba
  • Anatomia del piede

GIORNO 4 – TESTA E NEUROCRANIO

Anatomia integrata della testa: dal volto alla base cranica

Approccio stratigrafico alle regioni più complesse del corpo umano.

Argomenti principali

  • Volto e muscoli mimici
  • Compartimenti adiposi superficiali
  • Arteria faciale
  • Cavità orale e nasale
  • Base cranica
  • Forami cranici
  • Nervi cranici
  • Seno cavernoso e regioni profonde

A CHI È RIVOLTO

Studenti del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia interessati ad approfondire l’anatomia con un approccio pratico, avanzato e tridimensionale.


UN’ESPERIENZA FORMATIVA UNICA

La dissezione anatomica rappresenta uno dei momenti più formativi nel percorso di un futuro medico.

Partecipare significa:

  • comprendere davvero la tridimensionalità del corpo umano
  • fissare in modo duraturo concetti complessi
  • costruire basi solide per clinica, chirurgia e diagnostica
  • vivere l’anatomia come esperienza, non solo come studio

Info: c.romila@iclo.eu

Non c’è trucco!

Appunti riservati agli uomini in attesa: ciò che accade davvero davanti allo specchio.

Sì, esatto: a voi colleghi che aspettate fuori dalla porta del bagno, a voi che guardate l’orologio in macchina o in salotto, chiedendovi cosa stia mai succedendo lì dentro. Questo testo è per voi… noi.
E alle donne chiedo scusa, con sincera benevolenza (ad una in particolare), se ho carpito e ora rivelo, con rispetto e un filo di stupore, qualche piccolo segreto ai colleghi maschietti.

Perché mentre voi aspettate, spesso distratti o impazienti, dentro quel bagno accade qualcosa che somiglia a un piccolo rito. Un rito in cui si intrecciano arte, tecnica, intuizione e, sorprendentemente, una sottile, precisissima conoscenza dell’anatomia del volto.

Ogni donna, in quel momento, diventa un po’ una anatomista.

Tutto comincia con un gesto semplice, quasi rituale: la detersione. Il viso viene lavato con cura, come si prepara una tela prima di dipingerla. Non è solo pulizia: è predisposizione, è creare una superficie omogenea, viva, pronta ad accogliere ciò che verrà.

Poi, dopo la crema idratante, arriva il fondotinta.
Non è steso a caso. È distribuito secondo una logica precisa, quasi geometrica. Punti speculari a destra e a sinistra, poi movimenti circolari, spesso centrifughi, che accompagnano la struttura del volto. La mano segue le curve: zigomi, arcate, mandibola. È una mappa, e chi la percorre la conosce bene.

Subito dopo… il correttore.
Qui si lavora per sottrazione, per equilibrio. Piccole aree, piccoli tocchi. Zone d’ombra che vengono riportate alla luce. È un intervento mirato, quasi chirurgico nella precisione.

E poi il blush (fard è oramai desueto).
Qui succede qualcosa di affascinante: si ricrea la fisiologia. Il rossore naturale della cute viene evocato sugli zigomi, seguendo una direzione mediolaterale che accompagna la struttura ossea e si fonde con l’attaccatura dei capelli e con la zona anteriore dell’orecchio. Non è colore: è vitalità.

Il contouring, invece, è scultura.
Si interviene lungo i margini che definiscono il volto: il solco tra il naso e la guancia, quello tra il naso e il labbro, il bordo della mandibola. Si affina, si modella, si suggerisce una forma. È un gioco sottile tra luce e ombra che richiama, senza dirlo, la tridimensionalità del volto.

Poi arriva l’illuminante.
Punti precisi: palpebra superiore, zone strategiche. Qui spesso la mano si fa più diretta, il dito può sostituire il pennello. La luce viene posata con intenzione, come un accento finale: un riflesso che si accende, un punto che cattura lo sguardo, una piccola scintilla che trasforma la superficie in un racconto.

E a proposito di pennelli: ogni gesto è preceduto da un piccolo movimento quasi invisibile. Il prodotto viene raccolto, quindi il pennello viene leggermente scosso con un elegante e sapiente colpo di polso. Un atto minimo, ma essenziale: resta solo ciò che serve. Né più, né meno.

Le sopracciglia, poi.
Non sono semplici peli: sono architettura. Un gel, una definizione, un rinforzo. Il movimento segue la direzione naturale del pelo, dalla radice verso l’esterno, ordinando, sollevando, dando forma.

E infine, gli occhi.
L’eyeliner disegna con una precisione sorprendente. Segue il margine palpebrale, accarezza il canto laterale, può sfiorare quello mediale, con attenzione ai punti lacrimali. Ma è soprattutto quella linea che, allungandosi verso l’esterno e leggermente verso l’alto, crea l’effetto: uno slancio elegante, relativo alla linea del sopracciglio, che solleva lo sguardo senza confonderlo.

Le labbra chiudono il percorso.
Il contorno viene tracciato esattamente sul bordo del vermiglio. Qui la precisione è tutto: né sopra, né sotto. Solo lì, dove il profilo naturale si esprime. A questo punto si può scegliere: riempire con il rossetto, steso con decisione o tamponato per un effetto più morbido, oppure sfumare la matita per una resa più naturale. Senza rossetto, un velo di burro di cacao può completare, donando luce, morbidezza e presenza.

Sul viso è una danza: ogni gesto ha ritmo, direzione, intenzione. Alla fine lo sguardo si apre, si struttura, prende posizione e, quasi all’improvviso, i capelli si sciolgono.

Ed è lì che succede qualcosa che noi, fuori dalla porta, percepiamo senza capire fino in fondo: la luce si accende sul volto, si riflette, si moltiplica. Lo specchio restituisce più di un’immagine: restituisce un equilibrio. È un gioco di riflessi, un teatro di luce e bellezza.

Non è magia. Non è nemmeno solo estetica. È conoscenza del proprio volto, delle sue proporzioni, dei suoi punti di forza.
È un dialogo continuo tra mano e struttura, tra gesto e forma.

E ora, colleghi maschietti, permettetemi una breve nota finale.
La prossima volta che vi ritroverete fuori da quella porta, potreste adottare un atteggiamento diverso. Niente sospiri teatrali, niente consultazioni ossessive dell’orologio come gentiluomini vittoriani in ritardo per il tè. Piuttosto, assumete quella calma elegante tipicamente britannica: schiena dritta, pazienza composta, magari un leggero sorriso come se foste perfettamente consapevoli di assistere, da fuori, a un’operazione di alta precisione.

Se proprio volete fare qualcosa, evitate frasi del tipo “manca molto?”: non sono mai state storicamente efficaci.
Meglio un silenzio intelligente, o al massimo un diplomatico “prenditi il tempo che serve”, pronunciato con l’aplomb di chi ha capito tutto.

Perché, quando quella porta si aprirà, capirete che l’attesa non è stata tempo perso. Era solo il prezzo, del tutto ragionevole, per assistere all’effetto finale… WOW !

L’anatomia perfetta che sbaglia (e quella imperfetta che insegna)

Tra immagini seducenti ma inesatte e immagini reali costruite con rigore, il rischio è duplice: l’errore che si diffonde e il lavoro che si perde, sottratto senza nome né riconoscimento

C’è una nuova anatomia che conquista.
È lucida, armoniosa, impeccabile. I muscoli sembrano disegnati da un orafo, i nervi scorrono con una grazia quasi artistica, i colori guidano l’occhio in una mappa ben progettata. È l’anatomia generata dall’intelligenza artificiale.

Funziona. Seduce.  Soprattutto, convince. Finché l’osserva chi davvero non deve usarla.

Ad uno sguardo più esperto, qualcosa si incrina. Un vaso che devia senza motivo, un piano fasciale che non esiste, un rapporto anatomico spostato. Errori invisibili ad uno sguardo superficiale…. in anatomia però i dettagli non sono mai dettagli: sono sostanza.

Così, immagini nate per chiarire finiscono per confondere.
E lo fanno nel modo più insidioso: con eleganza.

Chi studia seriamente anatomia lo sa. La disciplina non ammette approssimazioni “graziose”. Non concede scorciatoie visive. È esatta, concreta; se qualcosa o qualcuno introduce una variazione immaginaria, anche minima, la realtà, prima o poi, presenta il conto.

Guardate, ad esempio, i muscoli posteriori e anteriori dell’avambraccio. A sinistra il Prometeus Edises, a destra AI:  aguzzate la vista (come sulla Settimana Enigmistica ) e trovate le differenze!

Accanto a questa anatomia brillante e sbagliata, esiste un’altra anatomia.
Meno appariscente, più difficile.

È quella delle immagini settorie, dei video costruiti in sala di dissezione.
Non nascono da un algoritmo, ma da un percorso. Richiedono tempo, studio, manualità. Richiedono conoscenza dei piani, rispetto dei tessuti, capacità di scegliere cosa mostrare e cosa lasciare nell’ombra.

Soprattutto, richiedono responsabilità. Perché lì non si rappresenta un modello ideale.
Si incontra un corpo reale e questo cambia radicalmente la prospettiva.

Un’immagine settoria non è mai neutra. È il risultato di ore di lavoro, spesso invisibile, di decisioni tecniche, di competenza che si costruisce nel tempo. È un atto scientifico, prima ancora che visivo. Eppure, proprio queste immagini (che in anatomia sono le più preziose perché le più difficili da ottenere) sono oggi le più facili da perdere.

Diffuse sui social (come spesso faccio nella Community Anatomia per Tutti) con il solo intento di condividere e divulgare, queste immagini iniziano a circolare senza controllo: vengono riprese, ritagliate, ripubblicate. Talvolta migliorate, più spesso semplificate. E quasi sempre private di ciò che le rende davvero scientifiche: la loro fonte.

“È online, quindi è di tutti.”
Una frase diffusa. E, come spesso accade, comoda.

In scienza  (sia quella più rigorosa delle riviste specialistiche e quella che viaggia nei canali della divulgazione) la comodità non è mai un criterio.
Citare la fonte non è una formalità: è un principio fondante. Assicura tracciabilità, riconosce il lavoro, costruisce fiducia. Senza citazione, il sapere si sradica e perde consistenza. Togliere il nome a un’immagine o a un video significa recidere il legame con chi l’ha creata.
È una sottrazione furba e celata, ma sostanziale.

Chi divulga dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro: divulgare non significa soltanto rendere accessibile. Significa rendere corretto, riconoscibile, onesto.

La differenza, forse, sta tutta qui. Tra chi usa le immagini per apparire, e chi le costruisce per mostrare. Tra chi cerca l’effetto e chi difende il significato.

L’anatomia, in fondo, resta una disciplina essenziale: richiede precisione, tempo e rispetto.
Tutto il resto, per quanto brillante, resta in superficie e, prima o poi, si consuma.

Il canale petrotimpanico: prospettive evolutive, anatomiche e mediche

Papini A, Montemurro N, Paternostro F, Belviso I, Galli M, Martini P, Uccelli L, Moggi-Cecchi J, Oxilia G.
The petrotympanic canal (Huguier canal): Evolutionary, anatomical, and medical perspectives.
Anat Rec (Hoboken). 2026 Apr 22. doi: 10.1002/ar.70199. Epub ahead of print. PMID: 42017511.

Un “ponticello” dimenticato tra orecchio e mandibola

Immaginate un minuscolo tunnel osseo, largo appena 1-2 millimetri, nascosto all’interno dell’osso temporale del cranio. Collega due mondi apparentemente lontani: l’orecchio medio (dove si trovano i minuscoli ossicini che ci permettono di sentire) e la regione della fossa infratemporale, proprio accanto all’articolazione temporo-mandibolare (l’ATM, cioè l’articolazione della mandibola). Questo è il canale petrotimpanico, noto anche come canale di Huguier (o, in alcuni testi più antichi, di Civinini).

Per secoli è stato descritto in modo confuso, con nomi diversi e descrizioni imprecise. Il nuovo studio fa chiarezza una volta per tutte, riunendo in modo organico tre prospettive: evolutiva, anatomica e medica. Non si tratta di una “scoperta” di una struttura completamente nuova (era già nota), ma di una rivalutazione profonda della sua importanza: un piccolo canale che potrebbe spiegare molti disturbi quotidiani che collegano l’orecchio e la mascella.

Cosa contiene davvero questo canale?

Dentro passano:

  • la corda del timpano (un ramo del nervo facciale) che porta le fibre del gusto ai due terzi anteriori della lingua e stimola la produzione di saliva;
  • piccoli vasi sanguigni (arteria timpanica anteriore);
  • legamenti come il legamento discomalleolare, che collega direttamente l’ossicino del martello (malleus) al disco dell’articolazione della mandibola.

Grazie a dissezioni anatomiche accurate, revisioni storiche e confronti con l’anatomia comparata (in particolare con l’evoluzione), gli autori mostrano che questo canale non è un “residuo inutile”, bensì un ponte funzionale tra due sistemi che si sono evoluti insieme nei mammiferi.

Perché è importante? L’aspetto medico

Fino a oggi molti chirurghi e medici lo considerano poco rilevante. Questo articolo dimostra il contrario:

  1. Dolori “misteriosi” tra orecchio e mandibola Problemi all’ATM (bruxismo, click, artrite) possono trasmettersi all’orecchio medio attraverso questo canale e il legamento discomalleolare. Risultato: otalgie (dolore all’orecchio) senza infezione, acufeni o sensazione di orecchio “pieno” che, in realtà, dipendono dalla mascella.
  2. Rischio in chirurgia: durante interventi sull’orecchio medio, sull’ATM o sulla base del cranio, il canale può essere lesionato per errore. Conseguenze possibili: perdita del gusto, bocca secca cronica o addirittura infiammazioni che si propagano da un distretto all’altro.
  3. Diffusione di infiammazioni e infezioni: un’infezione dell’orecchio medio potrebbe “viaggiare” verso l’articolazione della mandibola (e viceversa) proprio grazie a questo passaggio. Capirlo meglio aiuta a spiegare certi casi di otite che non guariscono o di problemi mandibolari che peggiorano con un raffreddore.

Il valore della ricerca: dal passato al futuro

Gli autori hanno fatto un lavoro da “detective anatomico”: hanno ripercorso la storia degli eponimi (chi era davvero Huguier? E Civinini?), hanno confrontato l’anatomia umana con quella di altri mammiferi e hanno sottolineato come questo canale sia un “fossile vivente” dell’evoluzione dell’orecchio medio dai primi tetrapodi.

In un’epoca in cui la medicina si concentra sempre più su tecnologie ad alta risoluzione (TAC 3D, endoscopia, robotica), riscoprire e rivalutare una struttura “vecchia” di 200 anni diventa fondamentale. Conoscere meglio il canale petrotimpanico significa operare in modo più sicuro, diagnosticare con maggiore precisione e, soprattutto, comprendere meglio il nostro corpo come un sistema integrato, non come pezzi separati.

Un piccolo canale che sembrava irrilevante si rivela invece un vero e proprio “autostrada” nervosa e vascolare tra l’orecchio e la mandibola. Questo studio non solo fa chiarezza su un punto di anatomia finora confuso, ma apre la porta a nuove ricerche cliniche che potrebbero migliorare la qualità della vita di migliaia di persone che soffrono di dolori orecchio-mandibola senza una spiegazione chiara.

L’immagine mostra un cranio umano in vista frontale, con un’illuminazione che evidenzia la fissura petrotimpanica (fissura di Glaser). Nei dettagli (b e c) si vedono i principali forami vicini: fossa mandibolare, forame ovale, stilomastoideo e canale carotideo. L’ingrandimento (d) mostra chiaramente il piccolo canale di Civinini/Huguier all’interno della fissura.

I due crani provengono dal Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Università di Firenze.
The petrotympanic canal (Huguier canal): Evolutionary, anatomical, and medical perspectives.