La lezione dei crani peruviani sulla complessità dello sviluppo umano

Oxilia, G., Paternostro, F., Troiano, G., Covelli, M., Lozupone, E., Michetti, F., Martini, P., Uccelli, L., Belviso, I., Mori, T., & Moggi Cecchi, J
Palatal Morphology in Artificially Modified Crania: Evidence for Limited Craniofacial Integration. 
Appl. Sci. 202616, 8695. https://doi.org/10.3390/app16178695

Il cranio di un neonato è una struttura in crescita, formata da ossa, suture e spazi capaci di adattarsi alle sollecitazioni dell’ambiente.

Proprio questa plasticità, nell’antico Perù, veniva talvolta trasformata in un segno di identità. Durante i primi mesi di vita, quando le ossa craniche erano ancora modellabili, alcune popolazioni esercitavano una pressione controllata sul capo dei bambini mediante fasce, tavole o altri dispositivi. Il risultato era una modificazione permanente della volta cranica.

Esistevano forme diverse. Nella cosiddetta modificazione tabulare, la fronte e la regione occipitale venivano appiattite. In quella anulare, invece, la pressione esercitata in modo circolare modificava la forma complessiva del cranio. Non si trattava semplicemente di un cambiamento estetico: quelle forme potevano indicare appartenenza, status sociale o identità culturale.

Ma una domanda rimaneva aperta: se la volta cranica viene modificata durante lo sviluppo, che cosa accade alle altre parti del cranio? Il palato, per esempio, subisce la stessa trasformazione o conserva una propria autonomia?

A questa domanda abbiamo cercato di rispondere in una ricerca pubblicata sulla rivista Applied Sciences, condotta da Gregorio Oxilia, insieme ad altri studiosi delle Università di Firenze, Ferrara, LUM “Giuseppe Degennaro”, UniCamillus e di altre istituzioni italiane.

Abbiamo esaminato 19 crani di adulti provenienti da contesti preispanici del Perù, conservati nella collezione osteologica del Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Università di Firenze. Nove presentavano segni evidenti di modificazione cranica artificiale; dieci non mostravano modificazioni analoghe.

Ogni cranio è stato acquisito con uno scanner tridimensionale ad alta risoluzione. Successivamente, i ricercatori hanno analizzato centinaia di punti anatomici: 286 per l’intero cranio e 41 per il palato. Questi punti consentono di descrivere la forma con grande precisione e di confrontare strutture diverse, anche quando le loro dimensioni complessive non coincidono.

È una tecnica che potremmo immaginare come una sorta di “mappa matematica” del cranio. Non si misura soltanto quanto una struttura sia grande, ma anche come siano distribuite le sue curvature, le sue proporzioni e le sue relazioni spaziali.

Il risultato più netto riguarda la volta cranica. I crani modificati erano morfologicamente diversi da quelli non modificati. La differenza era statisticamente molto significativa e i crani sottoposti a modificazione presentavano anche una maggiore variabilità interna.

In altre parole, la pressione esercitata durante l’infanzia lasciava una traccia riconoscibile proprio nella regione su cui agiva direttamente. La volta cranica si dimostrava plastica e sensibile all’ambiente meccanico durante lo sviluppo. Quando, però, l’attenzione si è spostata sul palato, il quadro è cambiato.

La forma media del palato non differiva in modo significativo tra i due gruppi. Anche la variabilità interna dei palati era sostanzialmente simile. Nel grafico statistico, i crani modificati e quelli non modificati si sovrapponevano ampiamente, senza formare due gruppi separati. È come se il cranio raccontasse una storia evidente sulla propria superficie superiore, mentre il palato conservasse una maggiore indipendenza.

Questo risultato è particolarmente interessante perché il palato non è una struttura isolata. Costituisce il tetto della cavità orale e contribuisce a separare la bocca dalle cavità nasali. Partecipa alla respirazione, alla deglutizione, alla fonazione e alla masticazione. La sua forma dipende dall’accrescimento del mascellare, dallo sviluppo dei denti, dalla postura della lingua, dalle forze muscolari e dai rapporti funzionali tra bocca, naso e faringe.

Proprio questi molteplici vincoli potrebbero contribuire a rendere il palato relativamente stabile. Una struttura coinvolta in funzioni essenziali potrebbe non poter cambiare liberamente quanto una regione più direttamente modellabile dalla pressione esterna.

Ma la cautela è necessaria. Il fatto che non siano state osservate differenze statisticamente significative non dimostra che il palato sia completamente insensibile alle modifiche craniche. Il campione è piccolo e gli effetti più lievi potrebbero non essere stati rilevati.

Lo studio ha analizzato anche l’asimmetria destra-sinistra del palato. In entrambi i gruppi sono state riscontrate differenze sistematiche tra i due lati. Il fenomeno, quindi, non era casuale e rientrava nella normale complessità della forma craniofacciale.

Nei crani modificati l’asimmetria media era leggermente maggiore rispetto ai crani non modificati, ma la differenza non raggiungeva la significatività statistica. Anche in questo caso, dunque, la modificazione cranica poteva avere lasciato qualche traccia nelle condizioni meccaniche dello sviluppo, senza produrre una trasformazione uniforme del palato.

La parte più delicata riguarda il rapporto complessivo tra neurocranio e palato. Un’analisi statistica chiamata PLS aveva individuato una correlazione apparentemente abbastanza elevata, pari a 0,694. Tuttavia, quando questa associazione è stata sottoposta a un test di permutazione, non è risultata statisticamente significativa.

È un passaggio importante. Nella ricerca scientifica, una correlazione osservata non implica automaticamente una relazione dimostrata. Un andamento può apparire evidente in un campione ristretto, ma non essere sufficientemente solido da escludere il ruolo del caso. Per questo gli autori concludono che i dati non forniscono prove di una covariazione coordinata tra la forma della volta cranica e quella del palato.

Il significato generale dello studio va oltre la storia delle popolazioni andine. Il cranio umano non sembra comportarsi come un blocco unico. È piuttosto un insieme di regioni collegate, ma non identiche, ciascuna con una propria sensibilità alle influenze genetiche, meccaniche e funzionali.

La vicinanza anatomica non implica necessariamente identità di risposta. Una parte del cranio può modificarsi profondamente, mentre una struttura vicina può mantenere una forma relativamente stabile.

Questa osservazione potrebbe avere interesse anche per la ricerca clinica, pur senza consentire di estendere direttamente i risultati alle malformazioni craniofacciali, alle labiopalatoschisi o alle craniosinostosi. Le condizioni patologiche presentano meccanismi diversi e non sono state oggetto di questa ricerca.

Il valore dello studio è soprattutto concettuale. Durante la crescita ogni regione del corpo partecipa a una sorta di negoziazione tra plasticità e necessità funzionale. Alcune strutture possono adattarsi ampiamente. Altre sembrano difendere una certa stabilità perché da esse dipendono funzioni essenziali.

I crani peruviani ci mostrano, dunque, che lo sviluppo non è una semplice deformazione generale dell’organismo, ma una costruzione selettiva, in cui ogni componente risponde ai propri vincoli.

G. Oxilia et al., “Palatal Morphology in Artificially Modified Crania: Evidence for Limited Craniofacial Integration”, Applied Sciences, 2026, 16, 8695. DOI: 10.3390/app16178695.

Anatomia per Tutti al Congresso mondiale di Anatomia: dalla divulgazione alla ricerca scientifica

Il progetto, curato da Immacolata Belviso e Ferdinando Paternostro, approda all’IFAA 2026 di Melbourne. Un’esperienza nata per avvicinare gli studenti all’anatomia attraverso dissezione, visual thinking e comunicazione digitale diventa oggi anche un modello da studiare scientificamente.

Nella vita di un progetto c’è un momento in cui ciò che è nato da un’intuizione comincia a trasformarsi in qualcosa di più concreto, in cui l’esperienza accumulata negli anni non viene più soltanto raccontata, ma diventa oggetto di ricerca, sottoposta a osservazione, confronto e verifica scientifica.

Per Anatomia per Tutti, quel momento è arrivato a Melbourne, in Australia, in occasione dell’IFAA 2026, il Congresso dell’International Federation of Associations of Anatomists, uno dei massimi appuntamenti mondiali dedicati alle scienze anatomiche.

Il lavoro “Anatomy for Everyone: an inclusive, dissection-based educational model integrating hands-on anatomy and digital learning”, identificato come Paper 126, porta la firma di Immacolata Belviso, della UniCamillus – Saint Camillus International University of Health Sciences di Roma, e di Ferdinando Paternostro, del Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università degli Studi di Firenze.

I due autori sono anche gli amministratori e animatori scientifici del progetto Anatomia per Tutti sui suoi canali Instagram e YouTube. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’esperienza: il progetto non nasce in un unico luogo fisico e non termina alla porta di una sala settoria. Vive contemporaneamente nel laboratorio anatomico, nelle università, negli incontri con gli studenti e nello spazio digitale.

Dal tavolo settorio di al congresso mondiale

La presenza all’IFAA 2026 assume quindi un significato particolare. Anatomia per Tutti non è stato presentato a Melbourne semplicemente come un’attività di divulgazione o come una fortunata esperienza sui social network. È stato portato davanti alla comunità scientifica anatomica internazionale come modello educativo, nell’ambito specifico delle Anatomical Sciences Education.

L’idea alla base di Anatomia per Tutti è semplice, ma scientificamente impegnativa: l’anatomia non dovrebbe essere confinata ai primi anni del corso di Medicina. La conoscenza del corpo umano accompagna infatti tutta la formazione del medico e continua ad avere un ruolo fondamentale nella successiva attività clinica e professionale. Per questo l’insegnamento anatomico dovrebbe essere accessibile, continuo, tridimensionale e soprattutto capace di collegare ciò che si studia sui libri con ciò che realmente esiste nel corpo umano.

Da qui nasce un modello che mette insieme strumenti apparentemente molto diversi: dissezione anatomica, Anatomical Visual Thinking, apprendimento tra pari e comunicazione digitale.

Davanti a un preparato anatomico lo studente scopre qualcosa che nessuna immagine bidimensionale può restituire completamente: profondità, rapporti, continuità tra strutture, variabilità individuale. Il corpo diventa uno spazio tridimensionale da esplorare e comprendere. Nel modello presentato a Melbourne, gli studenti lavorano sotto la guida di anatomisti e vengono affiancati anche da tutor formati dell’Italian Dissection Team, favorendo discussione, ragionamento collaborativo e interpretazione anatomica.

Ma la lezione non termina quando si esce dal laboratorio. Video, immagini e contenuti digitali permettono agli studenti di tornare sugli argomenti studiati, consolidare i rapporti spaziali e mantenere nel tempo il contatto con la disciplina. L’obiettivo non è sostituire l’esperienza diretta con il digitale, ma fare esattamente il contrario: utilizzare il digitale per prolungare e amplificare ciò che è stato appreso attraverso l’esperienza reale.

Quando l’educazione diventa ricerca

È però nella parte successiva del progetto che si trova forse la novità più significativa. Anatomia per Tutti sta infatti compiendo il passaggio dall’innovazione educativa alla ricerca sull’educazione anatomica.

Nel poster presentato all’IFAA questa evoluzione viene indicata con un’espressione molto chiara: “From Education to Research – The ICLO Experience”. La ICLO Experience nasce proprio per studiare in maniera controllata differenti modalità di insegnamento dell’anatomia topografica e clinica. Il disegno prevede il confronto tra lezione tradizionale, Anatomical Visual Thinking, dissezione cadaverica hands-on e insegnamento multimodale integrato.

La domanda scientifica diventa allora estremamente concreta: come impariamo davvero l’anatomia? Quale metodologia permette di ricordare meglio una struttura? Quale facilita la comprensione tridimensionale? E soprattutto: quale forma di insegnamento consente allo studente di trasferire ciò che ha appreso al ragionamento clinico?

Sono interrogativi decisivi per chi insegna anatomia oggi. Per molti anni la didattica anatomica è stata spesso valutata sulla base dell’esperienza dei docenti o delle impressioni degli studenti. Oggi, invece, anche l’educazione medica richiede dati, confronti, metodologie controllate e risultati misurabili. Ed è proprio questa la direzione intrapresa.

I numeri di una comunità

Anatomia per Tutti è cresciuto nel corso degli anni anche grazie alla costruzione di una vera comunità di studenti.

Il poster presentato a Melbourne riassume una dimensione ormai considerevole del progetto: oltre tremila studenti di Medicina coinvolti nelle attività, decine di laboratori anatomici e una comunità digitale che raggiunge decine di migliaia di persone attraverso Instagram e YouTube.

Ma ridurre tutto ai numeri sarebbe un errore. Il dato più interessante riguarda ciò che accade agli studenti quando entrano realmente in contatto con l’anatomia. Le osservazioni raccolte nel progetto indicano tre grandi aree di impatto: una comprensione anatomica più concreta e tridimensionale; la crescita della consapevolezza professionale ed etica attraverso il contatto rispettoso con il corpo donato alla scienza; e la possibilità di mantenere un rapporto continuo con l’anatomia anche dopo l’esperienza in sala settoria.

Sono aspetti che vanno oltre la semplice memorizzazione di nomi. Studiare anatomia significa progressivamente imparare a pensare nello spazio, immaginare ciò che si trova oltre una superficie, comprendere perché una struttura può essere raggiunta chirurgicamente da una determinata via o perché una lesione produce un determinato quadro clinico.

Significa, in altre parole, cominciare a guardare il corpo umano con gli occhi del futuro medico.

Melbourne, un punto di arrivo e di partenza

Portare questa esperienza all’IFAA 2026 significa inserirla nel confronto internazionale sull’avvenire dell’insegnamento anatomico.

Il titolo scelto dal Congresso — significativamente, Anatomy for Everyone — sembra quasi incontrare idealmente il percorso costruito in questi anni da Belviso e Paternostro. Ma la partecipazione al congresso mondiale non rappresenta soltanto un riconoscimento. Rappresenta soprattutto una responsabilità.Perché quando un’esperienza educativa entra nel campo della ricerca scientifica deve accettare di essere misurata, confrontata e, se necessario, modificata sulla base dei risultati.

È questo forse il passaggio più interessante dell’intera storia di Anatomia per Tutti. Non limitarsi a sostenere che un metodo funziona perché piace agli studenti. Dimostrarlo. Non accontentarsi dell’entusiasmo che nasce intorno al tavolo settorio. Cercare di capire quali elementi di quell’esperienza determinino realmente un apprendimento più profondo e duraturo.

Il progetto presentato a Melbourne afferma infatti esplicitamente che i risultati della ricerca dovranno contribuire a fornire evidenze scientifiche utili alla progettazione dei futuri curricula di anatomia e allo sviluppo di nuovi modelli di educazione medica. Ed è probabilmente questo il messaggio più importante portato al congresso mondiale degli anatomisti.

L’anatomia continua ad avere davanti a sé un enorme futuro educativo, purché sappia conservare ciò che la rende insostituibile — il corpo reale, la dissezione, l’osservazione diretta, la riflessione personale e guidata — e contemporaneamente sappia utilizzare gli strumenti della didattica moderna, della comunicazione digitale e soprattutto della ricerca scientifica.

Per Immacolata Belviso e Ferdinando Paternostro, autori del lavoro e amministratori di Anatomia per Tutti, Melbourne rappresenta quindi molto più della presentazione di un poster. Rappresenta l’ingresso di un’esperienza nata dall’insegnamento e dalla passione per la divulgazione anatomica in una nuova fase della propria storia. Una fase nella quale alla domanda “come possiamo insegnare meglio l’anatomia?” si prova finalmente a rispondere non soltanto con l’esperienza, ma con la ricerca. Ed è proprio da qui che comincia il prossimo capitolo di Anatomia per Tutti.

Perineo e pavimento pelvico, un percoso anatomico culturale e storico.

Il perineo è una regione anatomica poco conosciuta, nonostante svolga funzioni essenziali. Contribuisce alla continenza, alla sessualità, alla postura e alla stabilità del tronco e assume un ruolo particolarmente importante durante la gravidanza e il parto. La sua rilevanza clinica e funzionale contrasta con la scarsa attenzione che generalmente riceve, anche a causa dell’imbarazzo e dei tabù culturali che ancora circondano questa parte del corpo.

Il primo merito di Perineo e pavimento pelvico. Anatomia, fisiopatologia, cultura e rappresentazioni, firmato da Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Giulia Guarnieri, Alessandra Pacini, Ferdinando Paternostro e Giuseppe Vergilio, consiste nel sottrarre questa regione del corpo alla doppia condanna dell’invisibilità scientifica e del tabù culturale. Il libro non si limita a descrivere una struttura anatomica: mostra come, in un territorio corporeo relativamente piccolo, convergano alcune delle più importanti funzioni biologiche e alcune delle esperienze più profonde dell’esistenza umana.

L’opera possiede l’architettura di un trattato, ma cerca il respiro di un racconto scientifico. I suoi trentuno capitoli, seguiti da un’appendice antropologica, accompagnano il lettore dalla morfologia alla funzione, dalla patologia alla cura, dall’evoluzione biologica alla rappresentazione artistica. Questa ampiezza non è un’aggiunta ornamentale: è la tesi stessa del volume. Il corpo umano può essere compreso pienamente solo quando anatomia, storia, esperienza individuale e cultura tornano a dialogare.

La prima parte costruisce con metodo le fondamenta. Limiti topografici, fasce, spazi perineali, diaframma pelvico, muscolo elevatore dell’ano, innervazione pudenda, plessi autonomici, vasi sanguigni e reti linfatiche vengono presentati non come un catalogo di nomi, ma come elementi di un sistema integrato. È una scelta didattica importante: il pavimento pelvico non appare come una lastra immobile posta alla base del bacino, bensì come un’architettura dinamica di muscoli, connettivo, nervi e vasi, capace di adattarsi continuamente alle pressioni addominali e ai cambiamenti posturali.

Uno dei punti di forza del libro è proprio il passaggio costante dalla forma alla funzione. L’anatomia degli organi erettili conduce alla fisiologia della risposta sessuale; lo studio degli sfinteri introduce ai meccanismi della minzione e della defecazione; la descrizione dei muscoli diventa la spiegazione della continenza e della stabilità. Il lettore comprende così che sostenere i visceri, urinare, evacuare, respirare, camminare, avere rapporti sessuali e partorire non sono attività isolate. Richiedono una concertazione neuromuscolare finissima, paragonabile a un’orchestra in cui ogni elemento deve intervenire con la giusta intensità e al momento opportuno.

Particolarmente riusciti sono i capitoli dedicati alla gravidanza e al parto. Qui il pavimento pelvico rivela uno dei paradossi più affascinanti della sua biomeccanica: deve essere abbastanza resistente da sostenere gli organi e preservare la continenza, ma anche sufficientemente elastico da consentire la nascita. È una struttura chiamata, per così dire, a custodire e ad aprirsi. Il parto emerge quindi non soltanto come evento ostetrico, ma anche come una straordinaria prova di adattamento dei tessuti, delle fasce e dei muscoli.

La prospettiva evolutiva allarga ulteriormente l’orizzonte. Il volume ricorda opportunamente che l’evoluzione non progetta organismi perfetti: modifica strutture preesistenti, raggiungendo compromessi. Nel caso umano, la stazione eretta, l’aumento del volume cerebrale del neonato e la trasformazione del bacino hanno imposto al pavimento pelvico esigenze contrastanti. La sua efficienza è dunque anche la sua vulnerabilità. Prolassi, incontinenza e difficoltà del parto non appaiono più come inconvenienti inspiegabili, ma come il possibile prezzo della nostra storia biologica.

Ugualmente preziosa è l’attenzione all’intero arco della vita. Embriologia, differenziazione sessuale, maturazione, gravidanza, invecchiamento e trasformazioni ormonali restituiscono l’immagine di una regione tutt’altro che immutabile. Il corpo viene descritto come un processo, non come un oggetto fissato una volta per tutte. Anche il dimorfismo sessuale è affrontato, evidenziando le differenze anatomiche e funzionali, senza perdere di vista la profonda matrice comune dello sviluppo maschile e femminile.

Il capitolo sul “core” rappresenta uno dei collegamenti più utili per il lettore contemporaneo. Il diaframma respiratorio, la parete addominale, i muscoli profondi della colonna vertebrale e il pavimento pelvico formano un sistema coordinato di regolazione delle pressioni e di stabilizzazione del tronco. È una prospettiva che corregge l’idea, ancora diffusa, secondo cui il perineo riguarderebbe soltanto la ginecologia o l’urologia. Questa regione interessa invece anche la postura, il movimento, l’attività sportiva e la respirazione.

Il passaggio alla clinica è prudente e concreto. Malformazioni congenite, incontinenza urinaria e fecale, prolasso, dolore pelvico, disfunzioni sessuali, traumi ostetrici e conseguenze degli interventi chirurgici sono ricondotti alle strutture e ai meccanismi descritti in precedenza. La patologia non diventa così un elenco allarmante, ma la dimostrazione di ciò che accade quando l’equilibrio anatomico e neuromotorio si altera.

La sezione sulla riabilitazione completa efficacemente questo percorso. Esercizio terapeutico, controllo neuromuscolare, biofeedback, elettrostimolazione e modificazione delle abitudini sono integrati in un progetto individualizzato. Il messaggio più convincente è che la riabilitazione non coincide semplicemente con il “rafforzamento” muscolare: talvolta occorre recuperare la forza, altre volte il rilassamento, la sensibilità o la coordinazione. Curare significa, anzitutto, comprendere quale componente del sistema abbia perso il proprio equilibrio.

A circa due terzi del volume avviene un cambio di prospettiva coraggioso. Dopo aver osservato il perineo con gli strumenti della dissezione, dell’imaging e della biomeccanica, gli autori lo seguono attraverso le civiltà antiche, il Medioevo, il Rinascimento, l’età moderna e la contemporaneità. È qui che il libro rivela la sua originalità più evidente. La storia delle conoscenze anatomiche diventa anche storia dello sguardo: ciò che un’epoca mostra, nasconde, idealizza o considera sconveniente racconta il suo modo di concepire il corpo.

Il capitolo rinascimentale evidenzia bene l’incontro fra arte e osservazione scientifica, quando la dissezione e il disegno anatomico cominciarono a trasformare il corpo da territorio simbolico in realtà direttamente indagabile. I capitoli successivi affrontano l’affermazione dell’anatomia topografica, dell’ostetricia, della chirurgia, della diagnostica per immagini e delle ricostruzioni tridimensionali. Il progresso non è raccontato come una semplice marcia trionfale, ma come una conquista progressiva di visibilità.

Letteratura, pittura, scultura, cinema e media contemporanei consentono poi di misurare la distanza tra l’importanza biologica e la presenza pubblica. Il perineo compare raramente in modo esplicito, ma è implicato ogni volta che l’arte parla di nascita, desiderio, maternità, dolore, pudore, malattia o identità corporea. È una presenza indiretta e, proprio per questo, rivelatrice. Il corpo, ci ricorda il libro, non è mai soltanto una realtà biologica: è anche il risultato delle parole e delle immagini con cui impariamo a riconoscerlo.

L’appendice dedicata alla clitoride e all’evoluzione del legame di coppia costituisce una chiusura stimolante. Partendo dalla riscoperta della reale estensione anatomica dell’organo, il testo esplora l’ipotesi che il piacere femminile abbia avuto conseguenze non soltanto sessuali, ma anche relazionali ed evolutive. Il confronto con altri primati, in particolare con i bonobo, solleva interrogativi sul ruolo della sessualità nella coesione sociale e nella costruzione dei legami. Le ipotesi sono presentate come prospettive interpretative, non come verità definitive: una cautela essenziale quando si passa dal dato anatomico alla ricostruzione evoluzionistica.

Il volume nasce da una competenza collettiva chiaramente definita. Immacolata Belviso, professoressa associata di Anatomia umana presso UniCamillus a Roma, contribuisce al solido profilo anatomico dell’opera. Jacopo Junio Valerio Branca, ricercatore dell’Università di Firenze, partecipa a un lavoro che collega la ricerca morfologica all’applicazione clinica. Giulia Guarnieri, ricercatrice nello stesso ateneo, è parte di una squadra che rende accessibili relazioni anatomiche complesse senza impoverirle. Alessandra Pacini, professoressa associata di Anatomia umana a Firenze, rappresenta una competenza disciplinare riconoscibile per l’attenzione alla struttura, alla variabilità e alla funzione. Ferdinando Paternostro, professore associato di Anatomia umana presso l’Università di Firenze, concorre all’impostazione ampia che unisce la scienza del corpo e la storia delle sue rappresentazioni. Giuseppe Vergilio, biologo e ricercatore post-dottorato dell’Università di Palermo, completa il gruppo con una formazione biomedica inserita fra anatomia, neuroscienze e diagnostica avanzata.

Non essendo indicata nel volume una ripartizione nominativa dei capitoli, sarebbe arbitrario attribuire a ciascun autore singole sezioni. È invece l’identità corale del gruppo a costituire uno dei punti di forza dell’opera: sei studiosi e studiose, provenienti da tre istituzioni universitarie, costruiscono una voce comune e una visione coerente.

L’ambizione enciclopedica comporta inevitabilmente qualche rischio. Nelle sezioni storico-artistiche e antropologiche alcuni temi avrebbero potuto essere sostenuti da un dialogo ancora più ravvicinato con opere, autori e casi specifici; in un libro tanto vasto, inoltre, taluni passaggi assumono necessariamente un carattere introduttivo. Ma è anche questa apertura a rendere il volume insolito e utile: non pretende di chiudere ogni discussione, bensì di mostrare quante discipline possano incontrarsi intorno a una regione corporea a lungo trascurata.

Il glossario finale, la bibliografia generale e la sitografia rafforzano la vocazione didattica del lavoro, offrendo al lettore strumenti per orientarsi nella terminologia e proseguire l’approfondimento.

Perineo e pavimento pelvico riesce dunque in un’operazione culturale prima ancora che editoriale: rende visibile ciò che normalmente rimane nascosto. E mostra che conoscere il corpo non significa soltanto imparare il nome dei suoi componenti, ma comprendere le relazioni che li rendono vivi.

Il perineo sostiene il peso dei visceri e accompagna gesti quotidiani di cui raramente siamo consapevoli; custodisce la continenza, partecipa al piacere e permette la nascita. È insieme sostegno e passaggio, chiusura e apertura, struttura anatomica ed esperienza biografica. Studiarlo significa osservare, da un punto di vista apparentemente periferico, questioni poste al centro della condizione umana: come restiamo in piedi, come invecchiamo, come ci prendiamo cura del corpo, come entriamo in relazione e come veniamo al mondo.


Perineo e pavimento pelvico. Anatomia, fisiopatologia, cultura e rappresentazioni
Youcanprint, 2026. 228 pp. ISBN 9791224098416.

Si ringrazia BioLab Divulga per il contributo alla realizzazione di alcune delle immagini presenti in questo volume.

Quando un pugile greco finì sotto i ferri?

Il mistero medico nascosto nelle orecchie del celebre “Pugile in Riposo”

A prima vista sembra soltanto una straordinaria statua antica. Un uomo siede stanco dopo il combattimento. Il volto è segnato da ferite, il naso appare deformato, i muscoli raccontano anni di allenamento e di dolore. Eppure, osservando con attenzione le sue orecchie, emerge un dettaglio sorprendente che potrebbe cambiare il modo in cui guardiamo alla medicina dell’antichità.

La celebre statua ellenistica nota come “Pugile in Riposo” (Boxer at Rest), conservata al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, rappresenta uno dei più realistici ritratti di un atleta dell’antichità. Realizzata tra il IV e il III secolo avanti Cristo, l’opera colpisce per il livello quasi anatomico con cui vengono raffigurate le conseguenze fisiche della pratica sportiva.

Da tempo gli studiosi hanno riconosciuto nelle sue orecchie i segni del cosiddetto “orecchio a cavolfiore“, una deformità tipica dei pugili, dei lottatori e degli atleti degli sport da contatto. Oggi sappiamo che questa condizione è la conseguenza di ripetuti ematomi auricolari: raccolte di sangue che si formano tra il pericondrio e la cartilagine del padiglione auricolare a seguito di traumi violenti. Se il sangue non viene evacuato rapidamente, la cartilagine perde il proprio nutrimento, si deforma e assume il caratteristico aspetto irregolare che ancora oggi si osserva nei praticanti di boxe, lotta e arti marziali.

Fin qui nulla di sorprendente. Il vero enigma emerge quando si osservano due piccole incisioni sulle orecchie della statua.

Gli autori dello studio hanno notato che entrambe le orecchie presentano una breve lesione lineare, di pochi millimetri, posizionata in modo quasi speculare. Ancora più interessante è il fatto che tali incisioni sono evidenziate da inserti di rame, utilizzati dall’artista per simulare il sangue che fuoriesce dalla ferita.

Perché rappresentare con tanta precisione proprio quei piccoli tagli?

Secondo l’interpretazione proposta dagli autori, queste lesioni potrebbero non essere semplici ferite traumatiche. La loro forma regolare, la disposizione bilaterale e la localizzazione anatomica ricordano sorprendentemente le incisioni che ancora oggi vengono utilizzate per drenare un ematoma auricolare.

Nella pratica medica moderna il trattamento dell’ematoma auricolare prevede infatti una piccola incisione lungo le pieghe naturali dell’orecchio. Attraverso questa apertura il sangue accumulato viene evacuato, riducendo la pressione sulla cartilagine e prevenendo la deformazione permanente. Successivamente viene applicata una compressione per impedire che il sangue si raccolga nuovamente.

È proprio questa somiglianza a portare gli autori a formulare una suggestiva ipotesi: il Pugile in Riposo potrebbe rappresentare non soltanto un atleta ferito, ma anche un atleta che ha ricevuto un trattamento medico.

L’idea non è così improbabile come potrebbe sembrare. La medicina greca e romana possedeva infatti una tradizione chirurgica sorprendentemente avanzata. I medici della scuola ippocratica praticavano incisioni, drenaggi di ascessi, evacuazioni di raccolte purulente e numerose altre procedure invasive. Sebbene nessun testo antico descriva esplicitamente il trattamento dell’ematoma auricolare, le conoscenze tecniche necessarie per eseguirlo erano certamente disponibili.

La statua potrebbe dunque testimoniare una conoscenza empirica maturata sul campo. Gli atleti, i loro allenatori o i medici dell’epoca potrebbero aver osservato che l’evacuazione precoce del sangue riduceva le deformità permanenti dell’orecchio. Una scoperta nata dall’esperienza pratica molto prima che la medicina moderna ne comprendesse pienamente i meccanismi biologici.

Naturalmente gli autori mantengono un atteggiamento prudente. Non esistono prove definitive. Le incisioni potrebbero rappresentare semplicemente una scelta artistica, un simbolo della durezza dei combattimenti o un dettaglio introdotto durante la lavorazione della statua. Tuttavia, la coincidenza anatomica rimane sorprendente.

Al di là della risposta definitiva, questo studio dimostra quanto l’arte possa diventare una fonte preziosa per la storia della medicina. Un’opera realizzata oltre duemila anni fa continua ancora oggi a porre domande ai medici contemporanei.

Guardando il volto segnato del pugile ellenistico non osserviamo soltanto un capolavoro dell’arte antica. Vediamo il racconto universale del trauma sportivo, della sofferenza fisica e del tentativo umano di curare le proprie ferite. È una storia che attraversa i secoli e unisce gli atleti dell’antica Grecia ai pugili di oggi.

Forse, nascosta in quelle piccole incisioni di pochi millimetri, si conserva una delle più antiche testimonianze visive di un gesto chirurgico praticato nella storia dello sport.

The American Journal of the Medical Sciences
Auricular hematoma in antiquity: Possible surgical drainage in the Hellenistic boxer at rest
Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Francesco Zappoli Thyrion, Antonio Sarno, Davide Orsini, Ludovica Livi,
Ferdinando Paternostro, Niccolò Fagni

Il fegato: grande laboratorio della vita

Il fegato. Analisi integrata tra anatomia, mito, arte e cultura

Immacolata Belviso, Carlo Benedini, Alessandro Palazzolo, Ferdinando Paternostro, Giorgio Zinno

Youcanprint 2026
ISBN: 9791224079477 (cartaceo) ISBN: 9791224082545 (ebook)


Quando pensiamo agli organi che rendono possibile la nostra esistenza, la mente corre immediatamente al cuore e al cervello. Eppure esiste una struttura straordinaria che ogni giorno svolge centinaia di funzioni indispensabili alla vita, coordinando processi complessi con una precisione sorprendente: il fegato.

Con un peso che nell’adulto spesso supera il chilogrammo e mezzo, il fegato è il più grande viscere del corpo umano. Ogni minuto riceve enormi quantità di sangue provenienti sia dall’intestino sia dalla circolazione arteriosa, trasformando nutrienti, immagazzinando energia, producendo proteine fondamentali, sintetizzando la bile e contribuendo alla neutralizzazione di sostanze potenzialmente dannose. Nessun altro organo possiede una versatilità funzionale simile.

Ma il fascino del fegato non si esaurisce nella sua straordinaria fisiologia.

Fin dall’antichità esso ha occupato un posto privilegiato nell’immaginario umano. Molto prima che la scienza moderna ne comprendesse le funzioni, le grandi civiltà del Mediterraneo lo consideravano il centro della vita e delle emozioni. Gli Etruschi e i Babilonesi studiavano il fegato degli animali per interpretare il futuro; i medici greci lo ritenevano uno degli organi fondamentali dell’equilibrio corporeo; filosofi e poeti lo associavano al coraggio, alla forza e alla vitalità.

Persino uno dei miti più celebri della cultura occidentale ruota attorno a questo organo. Prometeo, colpevole di aver donato il fuoco agli uomini, viene condannato da Zeus a un supplizio eterno: ogni giorno un’aquila gli divora il fegato, che durante la notte ricresce. Una narrazione simbolica che sembra anticipare una delle caratteristiche più sorprendenti oggi riconosciute dalla biologia moderna: la capacità rigenerativa del fegato.

Da dove nasce questa straordinaria centralità culturale? Perché un organo nascosto sotto le coste ha affascinato medici, artisti, filosofi e anatomisti per millenni?

A queste domande cerca di rispondere Il fegato: analisi integrata tra anatomia, mito, arte e cultura, un’opera che propone un approccio originale e multidisciplinare, capace di unire il rigore della scienza alla profondità della storia e della cultura.

Il lettore viene accompagnato in un percorso che inizia dall’anatomia macroscopica dell’organo. Posizione, rapporti, lobi, segmenti funzionali, vascolarizzazione e vie biliari sono descritti con chiarezza e precisione, fornendo le basi necessarie per comprendere la complessità dell’architettura epatica. Grande attenzione è dedicata alla moderna segmentazione di Couinaud, oggi fondamentale nella chirurgia e nella radiologia interventistica.

Il viaggio prosegue poi all’interno del parenchima, dove il mondo microscopico rivela un’organizzazione raffinata e affascinante. Lobuli, sinusoidi, epatociti, cellule di Kupffer e acini epatici diventano protagonisti di una narrazione che mostra come la forma anatomica sia intimamente legata alla funzione.

Un capitolo particolarmente coinvolgente è dedicato alla dissezione anatomica. Attraverso l’esperienza diretta del tavolo settorio, il fegato viene osservato nella sua tridimensionalità reale, consentendo di comprendere aspetti che nessuna immagine bidimensionale può restituire appieno. La dissezione diventa così uno strumento di conoscenza privilegiato, capace di trasformare la teoria in un’esperienza concreta.

Accanto alla dimensione anatomica trovano spazio la storia della medicina e l’evoluzione del pensiero scientifico. Dalle concezioni di Ippocrate e Galeno fino alle rivoluzionarie osservazioni di Leonardo da Vinci e di Andrea Vesalio, il fegato emerge come uno dei protagonisti della lunga avventura che ha portato alla nascita dell’anatomia moderna.

Il volume esplora inoltre la presenza del fegato nell’arte, nel linguaggio e nella società. Espressioni ancora oggi utilizzate quotidianamente, come “avere fegato”, testimoniano quanto profondamente questo organo sia radicato nella cultura occidentale. Anatomia e simbolo, biologia e immaginario, scienza e umanesimo si intrecciano in una prospettiva capace di arricchire la comprensione del corpo umano.

Ampio spazio è riservato anche alle moderne metodiche diagnostiche, dall’ecografia all’elastografia, fino alle principali patologie epatiche e alle relative strategie di prevenzione. Il lettore scopre così che la conoscenza anatomica rappresenta ancora oggi il fondamento indispensabile della pratica clinica.

Questo libro si rivolge agli studenti delle professioni sanitarie, ai medici, ai professionisti della salute, agli appassionati di storia della medicina e a tutti coloro che desiderano guardare oltre la superficie delle cose. Ogni capitolo invita a osservare il fegato da una prospettiva diversa, mostrando come un singolo organo possa raccontare al contempo la biologia della vita, la storia della medicina e l’evoluzione del pensiero umano.

Il fegato è una straordinaria sintesi di struttura e funzione, di rigenerazione e adattamento, di scienza e cultura. Conoscerlo significa intraprendere un viaggio affascinante attraverso una delle più grandi meraviglie del corpo umano.


Questo libro è dedicato alla memoria del Dott. Giuseppe Belviso, Medico di rara umanità e profondo amore per la conoscenza

Il canale petrotimpanico: prospettive evolutive, anatomiche e mediche

Papini A, Montemurro N, Paternostro F, Belviso I, Galli M, Martini P, Uccelli L, Moggi-Cecchi J, Oxilia G.
The petrotympanic canal (Huguier canal): Evolutionary, anatomical, and medical perspectives.
Anat Rec (Hoboken). 2026 Apr 22. doi: 10.1002/ar.70199. Epub ahead of print. PMID: 42017511.

Un “ponticello” dimenticato tra orecchio e mandibola

Immaginate un minuscolo tunnel osseo, largo appena 1-2 millimetri, nascosto all’interno dell’osso temporale del cranio. Collega due mondi apparentemente lontani: l’orecchio medio (dove si trovano i minuscoli ossicini che ci permettono di sentire) e la regione della fossa infratemporale, proprio accanto all’articolazione temporo-mandibolare (l’ATM, cioè l’articolazione della mandibola). Questo è il canale petrotimpanico, noto anche come canale di Huguier (o, in alcuni testi più antichi, di Civinini).

Per secoli è stato descritto in modo confuso, con nomi diversi e descrizioni imprecise. Il nuovo studio fa chiarezza una volta per tutte, riunendo in modo organico tre prospettive: evolutiva, anatomica e medica. Non si tratta di una “scoperta” di una struttura completamente nuova (era già nota), ma di una rivalutazione profonda della sua importanza: un piccolo canale che potrebbe spiegare molti disturbi quotidiani che collegano l’orecchio e la mascella.

Cosa contiene davvero questo canale?

Dentro passano:

  • la corda del timpano (un ramo del nervo facciale) che porta le fibre del gusto ai due terzi anteriori della lingua e stimola la produzione di saliva;
  • piccoli vasi sanguigni (arteria timpanica anteriore);
  • legamenti come il legamento discomalleolare, che collega direttamente l’ossicino del martello (malleus) al disco dell’articolazione della mandibola.

Grazie a dissezioni anatomiche accurate, revisioni storiche e confronti con l’anatomia comparata (in particolare con l’evoluzione), gli autori mostrano che questo canale non è un “residuo inutile”, bensì un ponte funzionale tra due sistemi che si sono evoluti insieme nei mammiferi.

Perché è importante? L’aspetto medico

Fino a oggi molti chirurghi e medici lo considerano poco rilevante. Questo articolo dimostra il contrario:

  1. Dolori “misteriosi” tra orecchio e mandibola Problemi all’ATM (bruxismo, click, artrite) possono trasmettersi all’orecchio medio attraverso questo canale e il legamento discomalleolare. Risultato: otalgie (dolore all’orecchio) senza infezione, acufeni o sensazione di orecchio “pieno” che, in realtà, dipendono dalla mascella.
  2. Rischio in chirurgia: durante interventi sull’orecchio medio, sull’ATM o sulla base del cranio, il canale può essere lesionato per errore. Conseguenze possibili: perdita del gusto, bocca secca cronica o addirittura infiammazioni che si propagano da un distretto all’altro.
  3. Diffusione di infiammazioni e infezioni: un’infezione dell’orecchio medio potrebbe “viaggiare” verso l’articolazione della mandibola (e viceversa) proprio grazie a questo passaggio. Capirlo meglio aiuta a spiegare certi casi di otite che non guariscono o di problemi mandibolari che peggiorano con un raffreddore.

Il valore della ricerca: dal passato al futuro

Gli autori hanno fatto un lavoro da “detective anatomico”: hanno ripercorso la storia degli eponimi (chi era davvero Huguier? E Civinini?), hanno confrontato l’anatomia umana con quella di altri mammiferi e hanno sottolineato come questo canale sia un “fossile vivente” dell’evoluzione dell’orecchio medio dai primi tetrapodi.

In un’epoca in cui la medicina si concentra sempre più su tecnologie ad alta risoluzione (TAC 3D, endoscopia, robotica), riscoprire e rivalutare una struttura “vecchia” di 200 anni diventa fondamentale. Conoscere meglio il canale petrotimpanico significa operare in modo più sicuro, diagnosticare con maggiore precisione e, soprattutto, comprendere meglio il nostro corpo come un sistema integrato, non come pezzi separati.

Un piccolo canale che sembrava irrilevante si rivela invece un vero e proprio “autostrada” nervosa e vascolare tra l’orecchio e la mandibola. Questo studio non solo fa chiarezza su un punto di anatomia finora confuso, ma apre la porta a nuove ricerche cliniche che potrebbero migliorare la qualità della vita di migliaia di persone che soffrono di dolori orecchio-mandibola senza una spiegazione chiara.

L’immagine mostra un cranio umano in vista frontale, con un’illuminazione che evidenzia la fissura petrotimpanica (fissura di Glaser). Nei dettagli (b e c) si vedono i principali forami vicini: fossa mandibolare, forame ovale, stilomastoideo e canale carotideo. L’ingrandimento (d) mostra chiaramente il piccolo canale di Civinini/Huguier all’interno della fissura.

I due crani provengono dal Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Università di Firenze.
The petrotympanic canal (Huguier canal): Evolutionary, anatomical, and medical perspectives.

La vera misura dell’intelligenza

Per molto tempo la dimensione del cervello è stata considerata un indicatore della complessità cognitiva. Oggi sappiamo che un parametro molto più informativo è il numero di neuroni presenti nel cervello e la loro densità per unità di massa.
Negli ultimi vent’anni, grazie ai lavori di neuroanatomia quantitativa basati su tecniche come l’isotropic fractionator (metodo quantitativo che dissocia il tessuto cerebrale e consente il conteggio totale delle cellule neuronali), è stato possibile stimare con buona precisione il numero di neuroni in diverse specie.

Nel cervello umano sono presenti circa 86 miliardi di neuroni, di cui circa 16 miliardi nella corteccia cerebrale e circa 69 miliardi nel cervelletto. Con una massa cerebrale media di circa 1,3–1,4 kg, la densità neuronale nei primati, l’uomo incluso, si colloca tra 70 e 90 milioni di neuroni per grammo di tessuto cerebrale.

Un quadro ancora più sorprendente emerge quando si analizzano gli uccelli cognitivamente più complessi, come corvidi e pappagalli. Nonostante cervelli di dimensioni molto ridotte, spesso nell’ordine di 10–20 grammi , questi animali possono possedere 1–2 miliardi di neuroni, concentrati nel pallium, la struttura funzionalmente analoga alla corteccia dei mammiferi. In questi casi la densità neuronale può superare 120–150 milioni di neuroni per grammo, tra i valori più elevati registrati tra i vertebrati.

Quando si confrontano questi dati con quelli di altri mammiferi, emergono differenze interessanti. Gli elefanti, per esempio, possiedono cervelli che possono superare i 5 kg e contenere circa 250 miliardi di neuroni; tuttavia, una grande parte di essi è localizzata nel cervelletto e la densità media risulta inferiore rispetto a quella dei primati. Anche nei cetacei, come delfini e balene, i cervelli possono essere molto voluminosi, ma con una densità neuronale generalmente inferiore.

Considerando insieme la massa cerebrale, il numero totale di neuroni e la densità cellulare, emerge un panorama estremamente variegato. Alcuni animali possiedono cervelli molto grandi con numerosissimi neuroni distribuiti in ampi volumi di tessuto; altri, invece, presentano cervelli piccoli ma con una straordinaria concentrazione neuronale.

Questi dati quantitativi suggeriscono che l’evoluzione del sistema nervoso non segua una semplice relazione lineare tra la dimensione del cervello e la capacità cognitiva, ma coinvolga diversi livelli di organizzazione: numero totale di neuroni disponibili, distribuzione nei diversi compartimenti encefalici, densità cellulare e architettura dei circuiti.

Se guardiamo questi dati in chiave evolutiva, la domanda diventa affascinante: perché l’evoluzione, in alcuni casi, ha premiato cervelli grandi e, in altri, cervelli piccoli ma densissimi di neuroni?

La risposta più profonda è che l’evoluzione non cerca il massimo in assoluto. Non costruisce “il cervello migliore” in senso universale, ma, ogni volta, la soluzione più vantaggiosa entro determinati vincoli: energia disponibile, dimensioni del corpo, tempo di sviluppo, ecologia, predazione, socialità, locomozione, durata della vita.

Un cervello è un organo biologicamente costosissimo. Nel caso umano, consuma una quota significativa dell’energia totale. Avere molti neuroni è vantaggioso, ma comporta anche un costo metabolico elevato. Per questo l’evoluzione si muove sempre in equilibrio tra potenza computazionale e costo biologico.

Negli uccelli intelligenti, come corvidi e pappagalli, sembra essersi affermata una strategia particolarmente elegante: non un cervello enorme, ma un cervello miniaturizzato, compatto e ad altissima densità neuronale. È come ottenere una grande capacità di calcolo in poco spazio e con peso ridotto, un vantaggio cruciale per gli animali che devono volare. Il volo impone infatti vincoli severi: ogni grammo conta. L’evoluzione aviaria, almeno in alcune linee, ha quindi favorito cervelli estremamente efficienti ma anche leggeri e concentrati.

Nei grandi mammiferi la situazione è diversa. Un elefante o un cetaceo non ha il vincolo del volo e può permettersi masse encefaliche molto elevate. Tuttavia, ciò non implica automaticamente una maggiore efficienza cognitiva generale. Una grande parte dei neuroni può essere dedicata al controllo sensori-motorio di un corpo gigantesco, alla coordinazione, alla propriocezione e alla vita sociale complessa. Più cervello, dunque, non significa sempre più intelligenza astratta: spesso significa anche più corpo da governare.

Da qui emerge un’idea fondamentale dell’evoluzione: non esiste una sola strada verso la complessità cognitiva. L’intelligenza non è un picco unico in cima a una scala lineare, bensì un insieme di soluzioni convergenti. Uccelli e mammiferi, pur separati da storie anatomiche profondamente diverse, sono arrivati entrambi a forme sofisticate di problem solving, memoria, pianificazione e comportamento sociale. Questo rappresenta uno dei più affascinanti esempi di evoluzione convergente: strutture diverse, pressioni selettive simili, esiti funzionali comparabili.

Forse, allora, l’evoluzione della cognizione non dipende tanto dalla forma esterna del cervello, quanto da alcune proprietà organizzative profonde: numero di neuroni disponibili, densità delle connessioni, architettura dei circuiti, velocità di comunicazione e plasticità sinaptica. In altre parole, l’evoluzione potrebbe aver “scoperto” più volte che, per generare comportamenti intelligenti, conta soprattutto come è organizzata la materia nervosa, non solo quanta ce n’è.

Questa prospettiva rompe anche una vecchia illusione antropocentrica. Siamo portati a pensare all’evoluzione come a una freccia che conduce inevitabilmente all’uomo. Ma corvidi, polpi, delfini e altri animali mostrano che la natura ha sperimentato più volte forme elevate di complessità cognitiva, ciascuna in base alla propria anatomia e al proprio ambiente. L’uomo non è l’unica risposta possibile: è una risposta tra molte, certamente straordinaria, ma non solitaria.

Possiamo allora riassumere così :l’evoluzione non premia il più grande, ma il più adatto; non il più complesso in assoluto, ma il più efficace nel proprio ambiente. E talvolta, per ricordarcelo, basta l’intelligenza racchiusa nel cranio leggerissimo di un corvo.

Dove il corpo prende forma: Anatomia del dorso e del torace

Scrivere questo libro ha significato raccontare un percorso di conoscenza costruito nel tempo, tra studio, dissezione, insegnamento e confronto continuo.
Dorso e Torace: Anatomia, Dissezione, Biomeccanica e Movimento è nato come un progetto didattico condiviso con Phisiovit, ma si è poi trasformato in qualcosa di più profondo: una narrazione anatomica capace di unire rigore, esperienza e visione.

Ho avuto il privilegio di realizzare quest’opera insieme alla Professoressa Immacolata Belviso, collega di grande competenza e sensibilità scientifica. Il suo contributo è stato essenziale nel conferire equilibrio, chiarezza e profondità al testo. La stima professionale che nutro nei suoi confronti si riflette in ogni capitolo, nel metodo condiviso e nella cura con cui abbiamo costruito l’intero percorso didattico.

L’Anatomia del dorso e del torace rappresenta uno dei cardini fondamentali per comprendere la postura, la respirazione e la protezione degli organi vitali. In questo lavoro abbiamo voluto restituire al lettore una visione integrata del tronco umano, capace di connettere forma e funzione, struttura e movimento, superficie e profondità. Il nostro intento è stato guidare chi studia attraverso un percorso coerente e progressivo, che partisse dalla cute per giungere alle strutture ossee, muscolari e viscerali, senza mai perdere il legame con la dimensione clinica e funzionale.

Il volume ha accompagnato il lettore nel percorso di studio della colonna vertebrale, analizzata nelle sue componenti ossee, articolari e legamentose, per poi approfondirne i movimenti nei diversi segmenti. La dissezione del dorso è stata descritta in modo sistematico, seguendo i piani anatomici e valorizzando ogni passaggio come momento di comprensione tridimensionale. Ampio spazio è stato dedicato alla muscolatura posteriore del tronco, organizzata in strati funzionali, e allo studio del torace, dalla parete muscolo-scheletrica alla biomeccanica respiratoria.

La trattazione degli organi toracici – mediastino, cuore e polmoni – ha completato il percorso, offrendo una base solida per la pratica clinica, riabilitativa e chirurgica. L’integrazione di contenuti multimediali e video di dissezione ha reso l’esperienza formativa ancora più immersiva, consentendo di osservare ciò che spesso resta solo immaginato.

Questo e-book ECM è stato pensato per studenti di Medicina, Fisioterapisti, Osteopati, Chinesiologi e professionisti del movimento, ma anche per tutti coloro che desiderano comprendere il corpo umano in modo profondo, strutturato e consapevole. Non si è trattato soltanto di trasmettere nozioni, ma di costruire un metodo di lettura del corpo, capace di unire osservazione, interpretazione e applicazione clinica.

Ogni pagina riflette il desiderio di comprendere il corpo come una struttura viva, dinamica e profondamente relazionale.
Dorso e Torace: Anatomia, Dissezione, Biomeccanica e Movimento non intende solo trasmettere conoscenze, ma offrire anche un metodo di lettura consapevole della forma e della funzione; un percorso pensato per accompagnare lo studio dell’Anatomia come atto di conoscenza, di responsabilità e di rispetto per la vita.

Ferdinando Paternostro, Immacolata Belviso
Dorso e Torace: Anatomia, Dissezione, Biomeccanica e Movimento
PhisioVit Srl 2025
ISBN: 9791224315339
Pagine: 141

Il corpo umano come l’Universo: la sorprendente architettura frattale della vita

Dalle galassie ai vasi sanguigni, dalle nebulose agli alveoli polmonari: la stessa geometria governa il cosmo e il nostro corpo. È la geometria frattale, una firma nascosta dell’organizzazione della natura.

Quando osserviamo il cielo stellato, vediamo un ordine che nasce dal caos: galassie che si ripetono in strutture sempre più grandi, filamenti cosmici che si intrecciano come una gigantesca ragnatela. Ma lo stesso tipo di organizzazione esiste anche dentro di noi. Il corpo umano, a ogni livello — macroscopico, microscopico e molecolare — obbedisce alle stesse leggi di autosimilarità e di complessità organizzata che regolano l’Universo.

Questa legge ha un nome: frattalità.

Che cos’è un frattale?

Un frattale è una struttura geometrica che ripete la propria forma su scale diverse. In altre parole, osservando un frattale da lontano o da vicino, ritroviamo lo stesso schema. Una costa marina, una felce, una nuvola, una galassia: tutte queste strutture appaiono irregolari, ma seguono regole matematiche precise.

Nel 1975 il matematico Benoît Mandelbrot dimostrò che la natura non ama le forme perfettamente euclidee (sfere, cubi, cilindri), bensì quelle frattali, capaci di ottimizzare lo spazio, gli scambi energetici e la resistenza meccanica.

Ed è proprio questa geometria che ritroviamo nel corpo umano.

Il corpo umano: una perfetta macchina frattale

1. Sistema vascolare: il fiume dentro di noi

Le arterie si ramificano in arteriole, che a loro volta si ramificano in capillari, con una struttura che si ripete sempre uguale. Questo permette di:

  • Massimizzare la superficie di scambio.
  • Ridurre il consumo energetico del cuore.
  • Distribuire uniformemente ossigeno e nutrienti.

È lo stesso principio con cui un grande fiume si divide in affluenti sempre più piccoli, oppure con cui i filamenti dell’Universo trasportano materia tra le galassie.

2. Alberi respiratori e alveoli: l’aria come una galassia

I bronchi si dividono in bronchioli, che a loro volta si dividono in dotti alveolari, fino agli alveoli: minuscole “stelle” biologiche dove avviene lo scambio gassoso.

Se gli alveoli fossero disposti in modo regolare, non basterebbero mai a garantire l’ossigenazione. Grazie alla struttura frattale, invece:

  • La superficie respiratoria dell’uomo è compresa tra 70 e 100 m².
  • Il flusso dell’aria resta efficiente anche a bassi volumi.

Un’espansione cosmica in miniatura.

3. Sistema nervoso: una rete come l’Universo

I neuroni si ramificano con dendriti sempre più piccoli, secondo un’architettura frattale che consente:

  • Massima connettività con minimo volume.
  • Velocità di trasmissione ottimizzata.
  • Grande resilienza ai danni localizzati.

La rete neuronale ricorda sorprendentemente la struttura a filamenti del cosmo, in cui vuoti e nodi si alternano in un equilibrio dinamico.

4. Ossa e muscoli: frattali anche nella biomeccanica

Non solo vasi e nervi: anche osso e muscolo sono frattali.

  • La trabecolatura ossea segue linee di forza che si ripetono a diverse scale.
  • I fascicoli muscolari si organizzano in unità autosimili che conferiscono forza, elasticità e precisione.

Dal punto di vista biomeccanico, questa geometria consente:

  • Distribuzione uniforme dei carichi.
  • Assorbimento ottimale degli stress.
  • Adattamento continuo agli stimoli meccanici.

È la stessa logica con cui le galassie distribuiscono masse enormi mantenendo la stabilità.

A conferma scientifica di questa visione, una recente e autorevole revisione pubblicata su Clinical Anatomy da Belviso, Branca, Guarnieri, Morelli, Pacini, Della Posta, Ribatti e Paternostro (2025, DOI: 10.1002/ca.70052) ha dimostrato che l’organizzazione frattale è una caratteristica costante di numerosi organi umani — dai polmoni al cuore, dal cervello ai reni, dal fegato alla pelle. Analizzando decenni di letteratura internazionale, gli autori mostrano che la “dimensione frattale” non è solo una curiosità matematica, ma un vero indicatore quantitativo di funzione e malattia: per esempio, nei polmoni è collegata alla gravità dell’ostruzione respiratoria, nei vasi della retina riflette lo stato della microcircolazione sistemica, nel cervello è associata alle capacità cognitive e alla progressione delle malattie neurodegenerative, mentre nell’intestino diminuisce nei processi infiammatori e tumorali. Grazie alle moderne tecniche di imaging e di analisi computazionale, la frattalità emerge oggi come un nuovo linguaggio per descrivere in modo oggettivo la complessità anatomica, aprendo scenari concreti per la diagnosi, il monitoraggio clinico e la medicina del futuro.

Il principio universale: massima efficienza con minimo dispendio

Il frattale non è solo una “forma bella”: è una soluzione funzionale. In biologia esso serve a:

  • Ridurre il consumo energetico.
  • Aumentare la superficie di scambio.
  • Garantire ridondanza e sicurezza.
  • Favorire l’adattamento e la riparazione.

Lo stesso principio governa:

  • Le leggi dell’idrodinamica nei fiumi.
  • I flussi magnetici solari.
  • La distribuzione della materia nell’Universo.

Il corpo umano, dunque, non è un’eccezione alla legge cosmica: ne è una raffinata espressione.

Frattali e malattia: quando l’ordine si spezza

Oggi la medicina studia la frattalità anche come biomarker diagnostico:

  • La perdita di frattalità nel battito cardiaco è indice di scompenso.
  • L’alterazione frattale del tessuto polmonare indica fibrosi.
  • Nei tumori, il grado di crescita frattale correla con l’aggressività.

La salute, in fondo, è un’armonia frattale. La malattia è una rottura dell’autosimilarità.

Un essere umano fatto della stessa geometria delle stelle

L’idea più affascinante è questa:
non siamo separati dall’Universo. Ne siamo una piccola replica geometrica.

Le stesse leggi matematiche che organizzano:

  • Ammassi di galassie,
  • Nuvole cosmiche,
  • Filamenti di materia oscura,

organizzano anche:

  • I nostri polmoni,
  • Il nostro cuore,
  • Il nostro cervello.

Ogni respiro è una piccola espansione cosmica. Ogni impulso nervoso è un viaggio attraverso una galassia invisibile.

L’uomo, un frattale vivente dell’Universo

Il corpo umano non è una somma di organi, ma una struttura frattale dinamica, in cui ogni parte riflette il tutto. La moderna anatomia, integrata con la biomeccanica, la fisiologia e la matematica, ci mostra che siamo costruiti secondo le stesse leggi che governano le stelle.

Studiare la frattalità significa quindi non solo capire meglio la medicina, ma anche riscoprire il nostro posto nel cosmo: non come spettatori dell’Universo, ma come una sua intima, straordinaria ripetizione.

IL CERVELLO CHE MUOVE E CHE SENTE

Un viaggio nel sistema nervoso tra scienza, coscienza e meraviglia

C’è un momento, nella vita di ogni studente di medicina o di chiunque si avvicini all’Anatomia, in cui il cervello smette di essere un organo e diventa un universo. Il cervello che muove e che sente è la guida perfetta per attraversarlo.
Scritto con rigore accademico ma con una voce  narrativa, questo volume conduce il lettore lungo le vie nervose che uniscono moto e sensibilità, le autostrade invisibili che fanno di ogni gesto e di ogni percezione un atto di pensiero incarnato.

Dalle decussazioni delle vie piramidali alla plasticità sinaptica, dalla propriocezione al dolore, fino ai neuroni specchio e al sistema limbico, il testo non è solo un compendio di neuroanatomia ma una vera mappa del rapporto tra corpo e mente.
La scrittura appassionata evita il tono arido dei manuali e restituisce al linguaggio anatomico una dimensione poetica e profondamente umana. Gli autori invitano a non “guardare” soltanto il cervello, ma a pensarlo come un sistema vivo di relazioni, dove ogni fibra racconta una storia di integrazione e di adattamento.

Originale e coraggiosa la scelta didattica di rinunciare alle immagini: il lettore è spinto a costruire nella mente le proprie rappresentazioni, intrecciando parola e immaginazione, descrizione e atlante. In un’epoca di ipervisualizzazione, questo approccio restituisce al testo scritto la sua funzione più nobile: educare al pensiero profondo, non alla semplice osservazione.

È un libro che parla a chi, mosso da curiosità e meraviglia, desidera capire come il cervello traduca in movimento la volontà, e in emozione la percezione.
Ogni pagina trasmette la sensazione che studiare anatomia sia, prima di tutto, un atto d’amore per la complessità del corpo umano.

IL CERVELLO CHE MUOVE E CHE SENTE
Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Alberto Cacciola, Giulia Guarnieri, Ferdinando Paternostro
YOUCANPRINT 2025 E-book (pdf)
ISBN: 9791224034728 Pagine: 132