C’è una formula che abita ormai in fondo alle nostre e-mail, come una firma automatica dell’urgenza:
«La prego con cortese sollecitudine».
La leggiamo, la scriviamo, la riceviamo.
Eppure, raramente ci fermiamo a riflettere su ciò che davvero stiamo dicendo.
Perché oggi, nel linguaggio corrente, quella frase è diventata una richiesta elegante di fretta. Un modo educato per dire: “rispondimi presto”, “non tardare”, “accelera”.
La sollecitudine è stata ridotta a velocità, a pressione gentile, a una forma levigata di impazienza.
Ma la parola, come spesso accade, viene da lontano, e porta con sé un’altra anima.
Dal latino sollicitudo, derivato da sollicitus: interamente mosso, agitato, coinvolto.
Non nel senso dell’ansia sterile, ma in quello di chi è toccato profondamente da qualcosa o da qualcuno.
Chi è sollecito, nella sua radice più pura, è colui che si prende cura prima ancora che il bisogno venga espresso.
La sollecitudine, dunque, non nasce dalla fretta. Nasce dall’attenzione.
È un gesto anticipato. È uno sguardo che vede prima. È una presenza che si accorge.
In questo senso, la nostra formula epistolare contemporanea è quasi un paradosso: usiamo una parola che indica cura per chiedere rapidità. Chiediamo attenzione, ma imponiamo tempo. Evocando la sollecitudine, ne tradiamo il significato.
Eppure, altrove, questa idea sopravvive ancora intatta.
In Giappone esiste un termine difficile da tradurre, ma densissimo: omotenashi. Non è semplice ospitalità. È una forma di accoglienza che si fonda su un principio sottile e profondo: prendersi cura dell’altro prima ancora che l’altro formuli una richiesta.
È il gesto invisibile che prepara, anticipa, armonizza. È l’acqua già versata prima che venga chiesta. È il silenzio rispettato prima che venga chiesto.
È la presenza che non invade, ma comprende.
L’omotenashi non è servizio. È attenzione incarnata.
E allora, forse, il confronto è inevitabile.
Da un lato, una parola antica (sollecitudine) che, nel nostro uso quotidiano, si è svuotata, piegandosi alla logica dell’urgenza.
Dall’altro, un concetto (omotenashi) che continua a custodire, quasi intatto, il senso originario del prendersi cura.
Non si tratta di idealizzare un mondo lontano. Ma di riconoscere una perdita. Perché quando una lingua cambia, non cambia solo il modo di dire le cose. Cambia il modo di pensarle. E forse anche il modo di viverle.
Abbiamo trasformato la sollecitudine in fretta. E, senza accorgercene, abbiamo perso qualcosa della sua verità più umana. Perché essere solleciti non significa correre. Significa accorgersi, e in un tempo che accelera tutto, forse la vera sollecitudine è proprio questa: fermarsi un istante prima e prendersi cura.
E chissà che, mentre noi inseguiamo risposte sempre più rapide, non sia altrove, in un gesto silenzioso, in una tazza di tè preparata senza essere chiesta, che qualcuno stia ancora custodendo, con discrezione, i veri valori dell’uomo.

