In Italia esiste una convinzione diffusa quanto pericolosa: sulle strisce pedonali il pedone può fare qualunque cosa e l’automobilista ha sempre torto. In realtà il Codice della Strada è molto più equilibrato — e molto più esigente — nei confronti di chi si muove a piedi. Il pedone non è un soggetto “sacro e intoccabile”, ma un utente della strada con diritti e precisi doveri.
Cosa prevede il Codice della Strada
L’articolo 190 stabilisce le regole fondamentali per i pedoni.
Il principio generale è semplice: il pedone deve usare marciapiedi, banchine o spazi a lui riservati. Solo in assenza di questi può camminare sul margine della carreggiata, preferibilmente contromano rispetto al senso di marcia dei veicoli, per vedere arrivare il pericolo.
Per quanto riguarda l’attraversamento:
- Se esistono strisce pedonali nel raggio di circa 100 metri, il pedone deve utilizzarle
- Se non esistono, può attraversare in altro punto, ma solo con la massima prudenza e perpendicolarmente alla strada
- Non deve creare intralcio o pericolo ai veicoli
- Non deve sostare o indugiare inutilmente sulla carreggiata
In altre parole: le strisce non sono un palcoscenico su cui esibirsi, ma un corridoio di sicurezza da percorrere con decisione.
L’articolo 191, invece, impone ai conducenti di dare la precedenza ai pedoni che stanno attraversando o si accingono ad attraversare sulle strisce. Ma anche qui la legge presuppone che il pedone si comporti in modo prevedibile e prudente.
Gli attraversamenti “creativi” (e pericolosi)
La realtà urbana offre quotidianamente scene che nessun legislatore avrebbe il coraggio di immaginare.
C’è il pedone diagonale, che attraversa come se tagliasse un campo di grano. C’è quello meditativo, che si ferma esattamente al centro delle strisce per consultare lo smartphone o riflettere sul senso della vita. C’è il pedone indeciso, che cambia direzione di colpo con una rotazione degna di un ballerino contemporaneo.
Particolarmente rischiosa è la pratica di “testare” il traffico facendo avanzare per primo il passeggino o la carrozzina, come se fosse una sonda umana. Il Codice non lo dice esplicitamente, ma il buon senso sì: prima si guarda, poi si attraversa, tutti insieme.
Il problema di fondo è l’imprevedibilità. Chi guida ha bisogno di anticipare il comportamento degli altri utenti della strada. Quando questo comportamento diventa erratico, la sicurezza crolla.
Una proposta semplice: il gesto della mano alzata
Una possibile soluzione, già adottata in modo informale in alcuni Paesi, potrebbe essere l’introduzione di un gesto standardizzato: alzare un braccio quando si intende attraversare sulle strisce.
Non un saluto regale né una richiesta disperata di soccorso, ma un segnale chiaro e visibile che comunichi:
“Sto per attraversare, rallenta.”
I vantaggi sarebbero evidenti:
- aumenta la visibilità del pedone
- rende esplicita l’intenzione di attraversare
- concede al conducente il tempo di frenare in sicurezza
- riduce gli attraversamenti improvvisi
- responsabilizza entrambe le parti
Sarebbe, in sostanza, l’equivalente pedonale dell’indicatore di direzione per i veicoli.
Attraversare bene è un atto di civiltà
Attraversare la strada non è un diritto assoluto ma un’interazione sociale ad alto rischio. Richiede attenzione, rispetto reciproco e una dose minima di disciplina.
Il pedone prudente:
- si ferma prima delle strisce
- verifica che i veicoli stiano rallentando
- attraversa in modo perpendicolare e continuo
- evita soste o cambi di direzione improvvisi
- mantiene il contatto visivo con chi guida
In compenso, chi guida ha l’obbligo morale e giuridico di rallentare sempre in prossimità delle strisce e di fermarsi quando necessario.
Per concludere…
Attraversare la strada è uno dei gesti più quotidiani che compiamo, e proprio per questo uno dei più sottovalutati. Eppure, in quei pochi secondi si incontrano vulnerabilità assoluta e potenza meccanica, distrazione e responsabilità, diritto e prudenza. Il Codice della Strada non protegge il pedone perché è onnipotente, ma perché è fragile — e la fragilità richiede collaborazione, non arroganza.
Un semplice gesto come alzare il braccio prima di attraversare potrebbe trasformare un atto improvviso in un’azione comunicata, visibile, condivisa. Non è sottomissione all’automobile, ma civiltà reciproca: io segnalo, tu rallenti, entrambi torniamo a casa.
Forse la sicurezza stradale non dipende solo da nuove leggi o tecnologie, ma dal recupero di un principio antico quanto la convivenza umana: farsi capire prima di pretendere di essere rispettati.
Perché sulle strisce non vince chi ha ragione. Vince chi si vede, chi prevede, chi coopera. E se per farlo basta alzare una mano — non per salutare, non per sfidare, ma per dire “eccomi” — allora è probabilmente uno dei gesti più semplici e intelligenti che possiamo reimparare.

