La vena che i manuali non avevano previsto

Una variante delle vene polmonari, scoperta durante una dissezione didattica, dimostra perché l’Anatomia non è affatto una scienza conclusa

Branca, J. J., Fagni, N., Guarnieri, G., Morelli, A., Pacini, A., Paternostro, F., & Belviso, I. (2026).
Unusual pulmonary vein variations: A new case report and its clinical significance.
Italian Journal of Anatomy and Embryology, 130(1), 13–17. https://doi.org/10.36253/ijae-17036

Il cuore e i polmoni sono organi già completamente conosciuti. Li abbiamo disegnati, fotografati, ricostruiti in tre dimensioni, osservati con la tomografia computerizzata e studiati in milioni di immagini.
Eppure basta aprire un corpo reale per scoprire che la natura non ha alcun obbligo di rispettare i nostri schemi.

Un recente lavoro pubblicato sullItalian Journal of Anatomy and Embryology descrive una variante delle vene polmonari osservata in una donna di 75 anni durante una normale attività di dissezione toracica presso l’ICLO Teaching and Research Center di Verona.

L’anatomia più comune prevede quattro vene polmonari: due destre e due sinistre. Queste vene trasportano al cuore il sangue ossigenato proveniente dai polmoni e si aprono nell’atrio sinistro attraverso osti distinti.

Nel caso descritto, il polmone destro presentava invece tre vene polmonari. Nell’atrio sinistro erano visibili tre osti destinati al drenaggio delle vene polmonari destre. Una vena soprannumeraria, dunque: un vaso in più rispetto alla configurazione considerata abituale.

Non una curiosità da collezionisti dell’anatomia, ma una lezione.

Il corpo reale non coincide con il disegno dell’atlante

L’atlante anatomico è indispensabile. Tuttavia, l’atlante rappresenta soprattutto una configurazione prevalente, una forma media, una soluzione ricorrente. Il corpo umano, invece, è variabile.

Le arterie possono avere origini diverse, i nervi possono seguire percorsi inattesi, i muscoli possono essere duplicati o accessori, le fasce possono presentare piani diversi, le vene possono essere più numerose, fondersi, dividersi o raggiungere il cuore attraverso osti diversi. La parola “variante” non implica automaticamente una malattia. Una variante anatomica può essere perfettamente compatibile con la vita e con una funzione normale. Diventa clinicamente rilevante se altera la funzione, ma viene ignorata.

Il problema, infatti, non è che esista una vena polmonare in più. Il problema è che quella vena, se non conosciuta, può non essere prevista da chi deve operare, interpretare un’immagine o eseguire una procedura. Alcuni studi citati dagli autori riportano variazioni dell’anatomia venosa polmonare fino a circa il 36% dei casi. Questo dato dovrebbe essere sufficiente a farci capire che la configurazione “classica” non è una certezza assoluta, bensì una probabilità.

In medicina, però, le probabilità non possono diventare un alibi per ignorare ciò che è possibile.

Una vena in più può cambiare un intervento

Durante una lobectomia, il chirurgo deve isolare e sezionare con precisione i peduncoli vascolari e bronchiali del polmone. Una vena soprannumeraria può drenare un territorio specifico e stabilire rapporti diversi con i bronchi e le arterie.

Se non viene riconosciuta, può essere lesionata, provocare sanguinamento, compromettere il drenaggio venoso o comportare una resezione incompleta. Non è una sottigliezza accademica: è la differenza tra un intervento pianificato e un imprevisto intraoperatorio. Nella chirurgia dei trapianti, la conoscenza dei rapporti venosi è ancora più delicata. Il polmone deve essere collegato correttamente ai vasi del ricevente. Una configurazione venosa inattesa può rendere più complessa l’anastomosi e aumentare il rischio di drenaggio inadeguato, trombosi o compromissione del graft.

Anche la cardiologia interventistica deve tenere conto di questa variabilità. Le vene polmonari e i loro osti sono centrali nelle procedure di ablazione della fibrillazione atriale. Un ostio soprannumerario può modificare la mappatura, la strategia di trattamento e la ricerca dei foci di attività elettrica anomala.

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi la dissezione non sia più indispensabile, poiché disponiamo di tomografia, angiografia, risonanza magnetica e ricostruzioni tridimensionali. È un’obiezione incompleta.

Le immagini sono straordinarie, ma vanno interpretate e, per farlo, bisogna sapere che cosa il corpo può contenere. Una vena polmonare soprannumeraria può essere scambiata per una struttura patologica, per una massa vascolare o per un reperto anomalo. Un decorso inatteso può essere interpretato come un’alterazione, quando invece si tratta semplicemente di una variazione individuale. La radiologia non sostituisce l’anatomia: la rende ancora più importante e necessaria.

La scoperta è avvenuta durante una lezione

Questo è il significato più profondo della nostra ricerca: la scoperta è stata fatta durante una normale attività di dissezione toracica per studenti. Non in un laboratorio di ricerca, né dopo una sofisticata procedura sperimentale, ma nel corso di un’attività didattica.

Questo è il punto che dovrebbe far riflettere tutti coloro che considerano la dissezione un residuo del passato. La sala settoria non è soltanto il luogo in cui si ripetono nozioni già scritte sui libri. È il luogo in cui il corpo può integrare il libro. È il luogo in cui una configurazione inattesa obbliga a fermarsi, osservare, discutere, verificare e comprendere.

In quella sala lo studente scopre che il corpo non è costruito secondo capitoli ordinati. Non esiste prima “il nervo”, poi “il vaso”, poi “il muscolo”, come nelle pagine di un manuale. Esistono strutture che si incrociano, si sovrappongono, si proteggono, si dividono e talvolta seguono percorsi che nessuna tavola aveva previsto. La dissezione insegna a ragionare in tre dimensioni. Insegna a riconoscere i piani. Insegna a distinguere ciò che è frequente da ciò che è possibile. Insegna soprattutto che l’incertezza non è un difetto della medicina: è una sua caratteristica strutturale.

L’anatomia settoria è fondamentale per lo specialista

Per lo specialista, l’anatomia non può restare generica. Il chirurgo toracico deve conoscere l’ilo polmonare nella sua complessità reale, non soltanto nella sua rappresentazione più comune. Il cardiologo interventista deve conoscere gli osti venosi e le possibili variazioni. Il radiologo deve saper riconoscere le configurazioni alternative nelle immagini. Il chirurgo dei trapianti deve tenere conto che il peduncolo vascolare possa non essere identico in tutti i pazienti.

Lo stesso vale per chi lavora sul volto, sul collo, sulla pelvi, sulla mano, sul ginocchio o sul piede.
Per gli infermieri, i tecnici radiologi, i fisioterapisti, gli osteopati, gli scienziati motori. L’anatomia settoria consente di vedere la continuità tra le strutture, di seguire i loro rapporti lungo l’intera regione, di riconoscere le varianti e di capire quali elementi possono risultare vulnerabili durante una procedura.

A cosa serve la dissezione per lo studente di medicina?

Non tutti gli studenti diventeranno anatomisti. Non tutti eseguiranno interventi chirurgici. Ma tutti diventeranno medici e dovranno confrontarsi con corpi reali. La dissezione contribuisce a sviluppare una competenza che nessuna immagine bidimensionale può trasmettere appieno: la competenza spaziale.

Lo studente impara a orientarsi, a formulare ipotesi, a seguire un vaso, a identificare un nervo, a riconoscere un piano fasciale, a comprendere la profondità e la continuità delle strutture. Impara anche a lavorare in gruppo, a comunicare, a rispettare un protocollo e a riconoscere i propri limiti.

Soprattutto, impara che il corpo non è sempre prevedibile. Questa consapevolezza è una forma di sicurezza. Un medico che ha studiato soltanto configurazioni ideali può essere sorpreso dalla variante. Un medico educato alla variabilità saprà invece fermarsi, osservare e modificare il proprio ragionamento.

La tecnologia integra la dissezione. Non la cancella.

La realtà virtuale, i modelli tridimensionali, le piattaforme digitali e le immagini radiologiche sono strumenti straordinari. Possono e devono essere utilizzati, valorizzati e integrati nella didattica. I modelli digitali mostrano una forma, una ricostruzione tridimensionale che può essere ruotata sullo schermo. La tecnogia parte spesso dal tavolo settorio e come la dissezione insegna che il corpo è qualcosa da comprendere attraverso piani, profondità, consistenze e continuità.

La vera alternativa dunque non è tra tradizione e modernità. È tra una didattica ricca, che utilizza tutti gli strumenti disponibili e una didattica impoverita, che rinuncia al corpo reale.

A chi sostiene che la dissezione sia inutile, superata o troppo difficile da organizzare, bisognerebbe porre una domanda elementare: quale Anatomia devono conoscere i Professionisti della salute ? Quella del corpo umano o quella del manuale?

Il manuale ordina, il corpo mescola. Il manuale semplifica, ma il paziente obbliga a osservare. La scoperta di una vena polmonare soprannumeraria durante una lezione dimostra che la sala settoria non è un museo. È un laboratorio di ricerca, un luogo di formazione clinica e uno spazio in cui l’anatomia continua a produrre conoscenza.


Branca, J. J., Fagni, N., Guarnieri, G., Morelli, A., Pacini, A., Paternostro, F., & Belviso, I. (2026).
Unusual pulmonary vein variations: A new case report and its clinical significance.
Italian Journal of Anatomy and Embryology, 130(1), 13–17. https://doi.org/10.36253/ijae-17036

Da Neonato a Lattante. Il primo anno visto da dentro

Immacolata Belviso, Ferdinando Paternostro
Da Neonato a Lattante
Youcanprint 2026  ISBN | 9791224097617  
Pagine 152

Alla nascita un bambino possiede già un cuore, due polmoni, un cervello, reni, muscoli, ossa e nervi. A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare che tutto sia già al proprio posto e che il primo anno di vita consista soprattutto in un aumento delle dimensioni.

Non è così. Nei dodici mesi che separano la nascita dal primo compleanno, il corpo umano attraversa una delle trasformazioni più rapide e profonde della propria esistenza. Gli organi crescono a velocità differenti, cambiano i loro rapporti reciproci, maturano sistemi di regolazione ancora incompleti, si modificano la postura, la respirazione, la circolazione, la composizione corporea e persino il modo in cui il bambino utilizza il proprio corpo per entrare in relazione con l’ambiente.

È da questa osservazione che nasce “Dal Neonato al Lattante. Differenze anatomiche e fisiologiche nello sviluppo del primo anno di vita”, un volume che prova a raccontare i primi dodici mesi da un punto di vista particolare: quello dell’Anatomia mentre cambia.

Si definisce neonato il bambino dalla nascita al ventottesimo giorno di vita; dal ventinovesimo giorno fino al compimento dell’anno si parla invece di lattante. È una divisione utile alla medicina e alla didattica, ma la biologia non conosce confini così netti. Il ventinovesimo giorno non accade nulla di improvviso. Lo sviluppo procede continuamente, secondo tempi diversi da organo a organo e, soprattutto, da bambino a bambino.

Il punto centrale del volume è proprio questo: il neonato non è un adulto in miniatura e il lattante non è semplicemente un neonato diventato più grande. Nel primo anno cambiano la forma degli organi, i rapporti topografici, le riserve funzionali e i meccanismi con cui l’organismo mantiene il proprio equilibrio interno.

Basta osservare la testa. Alla nascita rappresenta circa un quarto della lunghezza del corpo, mentre nell’adulto circa un ottavo. Il neurocranio domina sul volto perché lo sviluppo dell’encefalo ha avuto, durante la vita fetale, una priorità biologica straordinaria. Il massiccio facciale è ancora piccolo, la mandibola poco proiettata, il collo corto. Nei mesi successivi questi rapporti cambiano: il viso cresce, il collo diventa più evidente, gli arti inferiori si allungano, il baricentro si sposta progressivamente verso il basso.

Ciò che dall’esterno appare semplicemente come “crescere” è, in realtà, una continua riorganizzazione delle proporzioni. Lo stesso accade nel cranio. Nel neonato le ossa della volta sono ancora sottili e plastiche; le suture non sono serrate e tra alcune ossa rimangono le fontanelle. Non sono imperfezioni, ma strutture necessarie. Permettono alla testa di adattarsi al passaggio attraverso il canale del parto e, nei mesi successivi, consentono al cranio di espandersi in seguito alla rapida crescita dell’encefalo.La fontanella anteriore diventa perfino uno strumento diagnostico. Attraverso di essa è possibile eseguire l’ecografia transfontanellare e osservare ventricoli e strutture cerebrali profonde senza ricorrere a procedure più invasive.

Il cervello offre forse l’esempio più evidente di quanto “presente” e “maturo” non siano sinonimi. Alla nascita le grandi strutture dell’encefalo sono già riconoscibili. Eppure una parte enorme del lavoro deve ancora essere compiuta. Proseguono la formazione e la riorganizzazione delle connessioni sinaptiche, la crescita delle arborizzazioni dendritiche, la maturazione gliale e la mielinizzazione delle vie nervose. Nel corso del primo anno il cervello aumenta rapidamente di volume e soprattutto di complessità. Questo cambiamento diventa visibile nei gesti.

La mano del neonato è spesso chiusa e dominata dalla prensione riflessa. Poi comincia ad aprirsi. Il bambino osserva un oggetto, prova a raggiungerlo, lo afferra, lo passa da una mano all’altra. Parallelamente impara a controllare il capo, a ruotare il corpo, a sedersi, a modificare il proprio equilibrio. Non si tratta soltanto di imparare dei movimenti. Dietro ogni acquisizione vi è la maturazione delle vie nervose, del cervelletto, della propriocezione, delle articolazioni e della muscolatura.

Anche respirare è diverso. Il torace del neonato non ha la stessa configurazione di quello dell’adulto. È più cilindrico, le coste decorrono in modo più orizzontale, la parete toracica è molto cedevole e il diaframma svolge un ruolo predominante. Le vie aeree hanno inoltre dimensioni molto ridotte. Per questo, una diminuzione del loro calibro, apparentemente modesta, può produrre un aumento importante della resistenza al passaggio dell’aria.

La laringe si trova più in alto nel collo. È una disposizione strettamente legata ai primi mesi di vita, quando suzione, deglutizione e respirazione devono essere coordinate con grande precisione. Nei mesi successivi il torace cambia forma, i polmoni continuano a crescere, aumenta la superficie disponibile per gli scambi respiratori e l’intero sistema acquisisce una maggiore riserva funzionale.

Alla nascita il cuore deve “cambiare lavoro” praticamente in pochi minuti. Prima della nascita l’ossigeno arriva dalla placenta. Il sangue utilizza quindi particolari vie di comunicazione, tra cui il forame ovale e il dotto arterioso, che permettono una circolazione adeguata alla vita fetale. Con i primi respiri i polmoni si espandono, le resistenze vascolari polmonari diminuiscono e la circolazione viene progressivamente riorganizzata. È una trasformazione straordinaria perché avviene senza interrompere l’apporto di ossigeno ai tessuti. Durante la vita fetale, il ventricolo destro svolge un ruolo particolarmente importante; dopo la nascita, aumenta progressivamente il lavoro del ventricolo sinistro. Il cuore modifica così non soltanto la propria funzione, ma, nel tempo, anche alcuni aspetti della propria organizzazione morfologica.

La stessa logica pervade tutti gli apparati trattati nel libro.

Il rene del neonato è anatomicamente formato, ma possiede capacità di filtrazione, di concentrazione delle urine e di regolazione degli elettroliti ancora limitate. Questo aiuta a capire perché i neonati e i piccoli lattanti siano particolarmente vulnerabili alla disidratazione e agli squilibri idroelettrolitici.

La cute è più sottile e permeabile, mentre il rapporto tra superficie corporea e volume è molto elevato. Il bambino disperde quindi il calore più facilmente. Per compensare, utilizza in modo significativo il tessuto adiposo bruno, specializzato nella produzione di calore senza ricorrere al brivido.

Anche il sistema immunitario ha una propria storia. Una parte della protezione nei primi mesi deriva dagli anticorpi materni trasferiti prima della nascita e, subito dopo, con la suzione . Successivamente, queste immunoglobuline diminuiscono mentre il bambino costruisce gradualmente la propria esperienza immunologica attraverso il contatto con microrganismi, antigeni, l’alimentazione e le vaccinazioni.

Perfino strutture che in un adulto attirerebbero immediatamente l’attenzione assumono nel bambino un significato diverso. Il timo, per esempio, è particolarmente sviluppato nel neonato e nel lattante e può occupare una parte considerevole del mediastino. Non è una massa patologica: è un organo fondamentale per la maturazione del sistema immunitario.

È uno degli insegnamenti più importanti dell’anatomia pediatrica: la normalità dipende dall’età.

Ciò che sarebbe insolito in un adulto può essere perfettamente fisiologico a poche settimane di vita. E ciò che è normale in un neonato può diventare, se persiste troppo a lungo o compare in un contesto sbagliato, un elemento da approfondire.

Per questo il volume non separa la descrizione anatomica dalle conseguenze cliniche. Capire la posizione della laringe aiuta a comprendere la respirazione e la suzione. Conoscere la maturazione renale consente di interpretare la gestione dei liquidi e dei farmaci. Conoscere le fontanelle significa non solo comprendere la crescita del cranio, ma anche disporre di una finestra diagnostica. Studiare la mielinizzazione aiuta a leggere l’evoluzione dei riflessi e delle competenze motorie.

L’ultima parte del libro porta questa impostazione direttamente nella pratica. Alimentazione, farmacologia, dosaggi, parametri vitali, esami di laboratorio, imaging, screening e prevenzione vengono riletti alla luce delle caratteristiche proprie dei primi dodici mesi.

Un farmaco, per esempio, non può essere somministrato semplicemente riducendo proporzionalmente la dose per l’adulto. La quantità variabile di acqua corporea, la maturazione degli enzimi epatici, il legame alle proteine plasmatiche e l’efficienza dell’eliminazione renale modificano la distribuzione, la metabolizzazione e l’eliminazione di una sostanza.

Anche un valore di frequenza cardiaca o respiratoria acquista significato soltanto se rapportato all’età, allo stato di veglia, al sonno, al pianto e alle condizioni cliniche. Nel neonato e nel lattante, i valori di riferimento devono inoltre essere interpretati considerando l’età gestazionale, l’età cronologica o corretta, la temperatura, il metodo di misurazione e le condizioni generali del bambino.

C’è, infine, una scelta didattica precisa. Il libro rinuncia all’accumulo di immagini illustrative e invita il lettore a consultare parallelamente un atlante anatomico. L’obiettivo è favorire la costruzione mentale dei rapporti tridimensionali descritti nel testo e trasformare l’atlante da una raccolta passiva di figure in un vero strumento di studio.

“Dal Neonato al Lattante” è un libro sul primo anno di vita, ma soprattutto sul significato biologico del cambiamento.

La lezione dei crani peruviani sulla complessità dello sviluppo umano

Oxilia, G., Paternostro, F., Troiano, G., Covelli, M., Lozupone, E., Michetti, F., Martini, P., Uccelli, L., Belviso, I., Mori, T., & Moggi Cecchi, J
Palatal Morphology in Artificially Modified Crania: Evidence for Limited Craniofacial Integration. 
Appl. Sci. 202616, 8695. https://doi.org/10.3390/app16178695

Il cranio di un neonato è una struttura in crescita, formata da ossa, suture e spazi capaci di adattarsi alle sollecitazioni dell’ambiente.

Proprio questa plasticità, nell’antico Perù, veniva talvolta trasformata in un segno di identità. Durante i primi mesi di vita, quando le ossa craniche erano ancora modellabili, alcune popolazioni esercitavano una pressione controllata sul capo dei bambini mediante fasce, tavole o altri dispositivi. Il risultato era una modificazione permanente della volta cranica.

Esistevano forme diverse. Nella cosiddetta modificazione tabulare, la fronte e la regione occipitale venivano appiattite. In quella anulare, invece, la pressione esercitata in modo circolare modificava la forma complessiva del cranio. Non si trattava semplicemente di un cambiamento estetico: quelle forme potevano indicare appartenenza, status sociale o identità culturale.

Ma una domanda rimaneva aperta: se la volta cranica viene modificata durante lo sviluppo, che cosa accade alle altre parti del cranio? Il palato, per esempio, subisce la stessa trasformazione o conserva una propria autonomia?

A questa domanda abbiamo cercato di rispondere in una ricerca pubblicata sulla rivista Applied Sciences, condotta da Gregorio Oxilia, insieme ad altri studiosi delle Università di Firenze, Ferrara, LUM “Giuseppe Degennaro”, UniCamillus e di altre istituzioni italiane.

Abbiamo esaminato 19 crani di adulti provenienti da contesti preispanici del Perù, conservati nella collezione osteologica del Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Università di Firenze. Nove presentavano segni evidenti di modificazione cranica artificiale; dieci non mostravano modificazioni analoghe.

Ogni cranio è stato acquisito con uno scanner tridimensionale ad alta risoluzione. Successivamente, i ricercatori hanno analizzato centinaia di punti anatomici: 286 per l’intero cranio e 41 per il palato. Questi punti consentono di descrivere la forma con grande precisione e di confrontare strutture diverse, anche quando le loro dimensioni complessive non coincidono.

È una tecnica che potremmo immaginare come una sorta di “mappa matematica” del cranio. Non si misura soltanto quanto una struttura sia grande, ma anche come siano distribuite le sue curvature, le sue proporzioni e le sue relazioni spaziali.

Il risultato più netto riguarda la volta cranica. I crani modificati erano morfologicamente diversi da quelli non modificati. La differenza era statisticamente molto significativa e i crani sottoposti a modificazione presentavano anche una maggiore variabilità interna.

In altre parole, la pressione esercitata durante l’infanzia lasciava una traccia riconoscibile proprio nella regione su cui agiva direttamente. La volta cranica si dimostrava plastica e sensibile all’ambiente meccanico durante lo sviluppo. Quando, però, l’attenzione si è spostata sul palato, il quadro è cambiato.

La forma media del palato non differiva in modo significativo tra i due gruppi. Anche la variabilità interna dei palati era sostanzialmente simile. Nel grafico statistico, i crani modificati e quelli non modificati si sovrapponevano ampiamente, senza formare due gruppi separati. È come se il cranio raccontasse una storia evidente sulla propria superficie superiore, mentre il palato conservasse una maggiore indipendenza.

Questo risultato è particolarmente interessante perché il palato non è una struttura isolata. Costituisce il tetto della cavità orale e contribuisce a separare la bocca dalle cavità nasali. Partecipa alla respirazione, alla deglutizione, alla fonazione e alla masticazione. La sua forma dipende dall’accrescimento del mascellare, dallo sviluppo dei denti, dalla postura della lingua, dalle forze muscolari e dai rapporti funzionali tra bocca, naso e faringe.

Proprio questi molteplici vincoli potrebbero contribuire a rendere il palato relativamente stabile. Una struttura coinvolta in funzioni essenziali potrebbe non poter cambiare liberamente quanto una regione più direttamente modellabile dalla pressione esterna.

Ma la cautela è necessaria. Il fatto che non siano state osservate differenze statisticamente significative non dimostra che il palato sia completamente insensibile alle modifiche craniche. Il campione è piccolo e gli effetti più lievi potrebbero non essere stati rilevati.

Lo studio ha analizzato anche l’asimmetria destra-sinistra del palato. In entrambi i gruppi sono state riscontrate differenze sistematiche tra i due lati. Il fenomeno, quindi, non era casuale e rientrava nella normale complessità della forma craniofacciale.

Nei crani modificati l’asimmetria media era leggermente maggiore rispetto ai crani non modificati, ma la differenza non raggiungeva la significatività statistica. Anche in questo caso, dunque, la modificazione cranica poteva avere lasciato qualche traccia nelle condizioni meccaniche dello sviluppo, senza produrre una trasformazione uniforme del palato.

La parte più delicata riguarda il rapporto complessivo tra neurocranio e palato. Un’analisi statistica chiamata PLS aveva individuato una correlazione apparentemente abbastanza elevata, pari a 0,694. Tuttavia, quando questa associazione è stata sottoposta a un test di permutazione, non è risultata statisticamente significativa.

È un passaggio importante. Nella ricerca scientifica, una correlazione osservata non implica automaticamente una relazione dimostrata. Un andamento può apparire evidente in un campione ristretto, ma non essere sufficientemente solido da escludere il ruolo del caso. Per questo gli autori concludono che i dati non forniscono prove di una covariazione coordinata tra la forma della volta cranica e quella del palato.

Il significato generale dello studio va oltre la storia delle popolazioni andine. Il cranio umano non sembra comportarsi come un blocco unico. È piuttosto un insieme di regioni collegate, ma non identiche, ciascuna con una propria sensibilità alle influenze genetiche, meccaniche e funzionali.

La vicinanza anatomica non implica necessariamente identità di risposta. Una parte del cranio può modificarsi profondamente, mentre una struttura vicina può mantenere una forma relativamente stabile.

Questa osservazione potrebbe avere interesse anche per la ricerca clinica, pur senza consentire di estendere direttamente i risultati alle malformazioni craniofacciali, alle labiopalatoschisi o alle craniosinostosi. Le condizioni patologiche presentano meccanismi diversi e non sono state oggetto di questa ricerca.

Il valore dello studio è soprattutto concettuale. Durante la crescita ogni regione del corpo partecipa a una sorta di negoziazione tra plasticità e necessità funzionale. Alcune strutture possono adattarsi ampiamente. Altre sembrano difendere una certa stabilità perché da esse dipendono funzioni essenziali.

I crani peruviani ci mostrano, dunque, che lo sviluppo non è una semplice deformazione generale dell’organismo, ma una costruzione selettiva, in cui ogni componente risponde ai propri vincoli.

G. Oxilia et al., “Palatal Morphology in Artificially Modified Crania: Evidence for Limited Craniofacial Integration”, Applied Sciences, 2026, 16, 8695. DOI: 10.3390/app16178695.

Anatomia per Tutti al Congresso mondiale di Anatomia: dalla divulgazione alla ricerca scientifica

Il progetto, curato da Immacolata Belviso e Ferdinando Paternostro, approda all’IFAA 2026 di Melbourne. Un’esperienza nata per avvicinare gli studenti all’anatomia attraverso dissezione, visual thinking e comunicazione digitale diventa oggi anche un modello da studiare scientificamente.

Nella vita di un progetto c’è un momento in cui ciò che è nato da un’intuizione comincia a trasformarsi in qualcosa di più concreto, in cui l’esperienza accumulata negli anni non viene più soltanto raccontata, ma diventa oggetto di ricerca, sottoposta a osservazione, confronto e verifica scientifica.

Per Anatomia per Tutti, quel momento è arrivato a Melbourne, in Australia, in occasione dell’IFAA 2026, il Congresso dell’International Federation of Associations of Anatomists, uno dei massimi appuntamenti mondiali dedicati alle scienze anatomiche.

Il lavoro “Anatomy for Everyone: an inclusive, dissection-based educational model integrating hands-on anatomy and digital learning”, identificato come Paper 126, porta la firma di Immacolata Belviso, della UniCamillus – Saint Camillus International University of Health Sciences di Roma, e di Ferdinando Paternostro, del Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università degli Studi di Firenze.

I due autori sono anche gli amministratori e animatori scientifici del progetto Anatomia per Tutti sui suoi canali Instagram e YouTube. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’esperienza: il progetto non nasce in un unico luogo fisico e non termina alla porta di una sala settoria. Vive contemporaneamente nel laboratorio anatomico, nelle università, negli incontri con gli studenti e nello spazio digitale.

Dal tavolo settorio di al congresso mondiale

La presenza all’IFAA 2026 assume quindi un significato particolare. Anatomia per Tutti non è stato presentato a Melbourne semplicemente come un’attività di divulgazione o come una fortunata esperienza sui social network. È stato portato davanti alla comunità scientifica anatomica internazionale come modello educativo, nell’ambito specifico delle Anatomical Sciences Education.

L’idea alla base di Anatomia per Tutti è semplice, ma scientificamente impegnativa: l’anatomia non dovrebbe essere confinata ai primi anni del corso di Medicina. La conoscenza del corpo umano accompagna infatti tutta la formazione del medico e continua ad avere un ruolo fondamentale nella successiva attività clinica e professionale. Per questo l’insegnamento anatomico dovrebbe essere accessibile, continuo, tridimensionale e soprattutto capace di collegare ciò che si studia sui libri con ciò che realmente esiste nel corpo umano.

Da qui nasce un modello che mette insieme strumenti apparentemente molto diversi: dissezione anatomica, Anatomical Visual Thinking, apprendimento tra pari e comunicazione digitale.

Davanti a un preparato anatomico lo studente scopre qualcosa che nessuna immagine bidimensionale può restituire completamente: profondità, rapporti, continuità tra strutture, variabilità individuale. Il corpo diventa uno spazio tridimensionale da esplorare e comprendere. Nel modello presentato a Melbourne, gli studenti lavorano sotto la guida di anatomisti e vengono affiancati anche da tutor formati dell’Italian Dissection Team, favorendo discussione, ragionamento collaborativo e interpretazione anatomica.

Ma la lezione non termina quando si esce dal laboratorio. Video, immagini e contenuti digitali permettono agli studenti di tornare sugli argomenti studiati, consolidare i rapporti spaziali e mantenere nel tempo il contatto con la disciplina. L’obiettivo non è sostituire l’esperienza diretta con il digitale, ma fare esattamente il contrario: utilizzare il digitale per prolungare e amplificare ciò che è stato appreso attraverso l’esperienza reale.

Quando l’educazione diventa ricerca

È però nella parte successiva del progetto che si trova forse la novità più significativa. Anatomia per Tutti sta infatti compiendo il passaggio dall’innovazione educativa alla ricerca sull’educazione anatomica.

Nel poster presentato all’IFAA questa evoluzione viene indicata con un’espressione molto chiara: “From Education to Research – The ICLO Experience”. La ICLO Experience nasce proprio per studiare in maniera controllata differenti modalità di insegnamento dell’anatomia topografica e clinica. Il disegno prevede il confronto tra lezione tradizionale, Anatomical Visual Thinking, dissezione cadaverica hands-on e insegnamento multimodale integrato.

La domanda scientifica diventa allora estremamente concreta: come impariamo davvero l’anatomia? Quale metodologia permette di ricordare meglio una struttura? Quale facilita la comprensione tridimensionale? E soprattutto: quale forma di insegnamento consente allo studente di trasferire ciò che ha appreso al ragionamento clinico?

Sono interrogativi decisivi per chi insegna anatomia oggi. Per molti anni la didattica anatomica è stata spesso valutata sulla base dell’esperienza dei docenti o delle impressioni degli studenti. Oggi, invece, anche l’educazione medica richiede dati, confronti, metodologie controllate e risultati misurabili. Ed è proprio questa la direzione intrapresa.

I numeri di una comunità

Anatomia per Tutti è cresciuto nel corso degli anni anche grazie alla costruzione di una vera comunità di studenti.

Il poster presentato a Melbourne riassume una dimensione ormai considerevole del progetto: oltre tremila studenti di Medicina coinvolti nelle attività, decine di laboratori anatomici e una comunità digitale che raggiunge decine di migliaia di persone attraverso Instagram e YouTube.

Ma ridurre tutto ai numeri sarebbe un errore. Il dato più interessante riguarda ciò che accade agli studenti quando entrano realmente in contatto con l’anatomia. Le osservazioni raccolte nel progetto indicano tre grandi aree di impatto: una comprensione anatomica più concreta e tridimensionale; la crescita della consapevolezza professionale ed etica attraverso il contatto rispettoso con il corpo donato alla scienza; e la possibilità di mantenere un rapporto continuo con l’anatomia anche dopo l’esperienza in sala settoria.

Sono aspetti che vanno oltre la semplice memorizzazione di nomi. Studiare anatomia significa progressivamente imparare a pensare nello spazio, immaginare ciò che si trova oltre una superficie, comprendere perché una struttura può essere raggiunta chirurgicamente da una determinata via o perché una lesione produce un determinato quadro clinico.

Significa, in altre parole, cominciare a guardare il corpo umano con gli occhi del futuro medico.

Melbourne, un punto di arrivo e di partenza

Portare questa esperienza all’IFAA 2026 significa inserirla nel confronto internazionale sull’avvenire dell’insegnamento anatomico.

Il titolo scelto dal Congresso — significativamente, Anatomy for Everyone — sembra quasi incontrare idealmente il percorso costruito in questi anni da Belviso e Paternostro. Ma la partecipazione al congresso mondiale non rappresenta soltanto un riconoscimento. Rappresenta soprattutto una responsabilità.Perché quando un’esperienza educativa entra nel campo della ricerca scientifica deve accettare di essere misurata, confrontata e, se necessario, modificata sulla base dei risultati.

È questo forse il passaggio più interessante dell’intera storia di Anatomia per Tutti. Non limitarsi a sostenere che un metodo funziona perché piace agli studenti. Dimostrarlo. Non accontentarsi dell’entusiasmo che nasce intorno al tavolo settorio. Cercare di capire quali elementi di quell’esperienza determinino realmente un apprendimento più profondo e duraturo.

Il progetto presentato a Melbourne afferma infatti esplicitamente che i risultati della ricerca dovranno contribuire a fornire evidenze scientifiche utili alla progettazione dei futuri curricula di anatomia e allo sviluppo di nuovi modelli di educazione medica. Ed è probabilmente questo il messaggio più importante portato al congresso mondiale degli anatomisti.

L’anatomia continua ad avere davanti a sé un enorme futuro educativo, purché sappia conservare ciò che la rende insostituibile — il corpo reale, la dissezione, l’osservazione diretta, la riflessione personale e guidata — e contemporaneamente sappia utilizzare gli strumenti della didattica moderna, della comunicazione digitale e soprattutto della ricerca scientifica.

Per Immacolata Belviso e Ferdinando Paternostro, autori del lavoro e amministratori di Anatomia per Tutti, Melbourne rappresenta quindi molto più della presentazione di un poster. Rappresenta l’ingresso di un’esperienza nata dall’insegnamento e dalla passione per la divulgazione anatomica in una nuova fase della propria storia. Una fase nella quale alla domanda “come possiamo insegnare meglio l’anatomia?” si prova finalmente a rispondere non soltanto con l’esperienza, ma con la ricerca. Ed è proprio da qui che comincia il prossimo capitolo di Anatomia per Tutti.

Perineo e pavimento pelvico, un percoso anatomico culturale e storico.

Il perineo è una regione anatomica poco conosciuta, nonostante svolga funzioni essenziali. Contribuisce alla continenza, alla sessualità, alla postura e alla stabilità del tronco e assume un ruolo particolarmente importante durante la gravidanza e il parto. La sua rilevanza clinica e funzionale contrasta con la scarsa attenzione che generalmente riceve, anche a causa dell’imbarazzo e dei tabù culturali che ancora circondano questa parte del corpo.

Il primo merito di Perineo e pavimento pelvico. Anatomia, fisiopatologia, cultura e rappresentazioni, firmato da Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Giulia Guarnieri, Alessandra Pacini, Ferdinando Paternostro e Giuseppe Vergilio, consiste nel sottrarre questa regione del corpo alla doppia condanna dell’invisibilità scientifica e del tabù culturale. Il libro non si limita a descrivere una struttura anatomica: mostra come, in un territorio corporeo relativamente piccolo, convergano alcune delle più importanti funzioni biologiche e alcune delle esperienze più profonde dell’esistenza umana.

L’opera possiede l’architettura di un trattato, ma cerca il respiro di un racconto scientifico. I suoi trentuno capitoli, seguiti da un’appendice antropologica, accompagnano il lettore dalla morfologia alla funzione, dalla patologia alla cura, dall’evoluzione biologica alla rappresentazione artistica. Questa ampiezza non è un’aggiunta ornamentale: è la tesi stessa del volume. Il corpo umano può essere compreso pienamente solo quando anatomia, storia, esperienza individuale e cultura tornano a dialogare.

La prima parte costruisce con metodo le fondamenta. Limiti topografici, fasce, spazi perineali, diaframma pelvico, muscolo elevatore dell’ano, innervazione pudenda, plessi autonomici, vasi sanguigni e reti linfatiche vengono presentati non come un catalogo di nomi, ma come elementi di un sistema integrato. È una scelta didattica importante: il pavimento pelvico non appare come una lastra immobile posta alla base del bacino, bensì come un’architettura dinamica di muscoli, connettivo, nervi e vasi, capace di adattarsi continuamente alle pressioni addominali e ai cambiamenti posturali.

Uno dei punti di forza del libro è proprio il passaggio costante dalla forma alla funzione. L’anatomia degli organi erettili conduce alla fisiologia della risposta sessuale; lo studio degli sfinteri introduce ai meccanismi della minzione e della defecazione; la descrizione dei muscoli diventa la spiegazione della continenza e della stabilità. Il lettore comprende così che sostenere i visceri, urinare, evacuare, respirare, camminare, avere rapporti sessuali e partorire non sono attività isolate. Richiedono una concertazione neuromuscolare finissima, paragonabile a un’orchestra in cui ogni elemento deve intervenire con la giusta intensità e al momento opportuno.

Particolarmente riusciti sono i capitoli dedicati alla gravidanza e al parto. Qui il pavimento pelvico rivela uno dei paradossi più affascinanti della sua biomeccanica: deve essere abbastanza resistente da sostenere gli organi e preservare la continenza, ma anche sufficientemente elastico da consentire la nascita. È una struttura chiamata, per così dire, a custodire e ad aprirsi. Il parto emerge quindi non soltanto come evento ostetrico, ma anche come una straordinaria prova di adattamento dei tessuti, delle fasce e dei muscoli.

La prospettiva evolutiva allarga ulteriormente l’orizzonte. Il volume ricorda opportunamente che l’evoluzione non progetta organismi perfetti: modifica strutture preesistenti, raggiungendo compromessi. Nel caso umano, la stazione eretta, l’aumento del volume cerebrale del neonato e la trasformazione del bacino hanno imposto al pavimento pelvico esigenze contrastanti. La sua efficienza è dunque anche la sua vulnerabilità. Prolassi, incontinenza e difficoltà del parto non appaiono più come inconvenienti inspiegabili, ma come il possibile prezzo della nostra storia biologica.

Ugualmente preziosa è l’attenzione all’intero arco della vita. Embriologia, differenziazione sessuale, maturazione, gravidanza, invecchiamento e trasformazioni ormonali restituiscono l’immagine di una regione tutt’altro che immutabile. Il corpo viene descritto come un processo, non come un oggetto fissato una volta per tutte. Anche il dimorfismo sessuale è affrontato, evidenziando le differenze anatomiche e funzionali, senza perdere di vista la profonda matrice comune dello sviluppo maschile e femminile.

Il capitolo sul “core” rappresenta uno dei collegamenti più utili per il lettore contemporaneo. Il diaframma respiratorio, la parete addominale, i muscoli profondi della colonna vertebrale e il pavimento pelvico formano un sistema coordinato di regolazione delle pressioni e di stabilizzazione del tronco. È una prospettiva che corregge l’idea, ancora diffusa, secondo cui il perineo riguarderebbe soltanto la ginecologia o l’urologia. Questa regione interessa invece anche la postura, il movimento, l’attività sportiva e la respirazione.

Il passaggio alla clinica è prudente e concreto. Malformazioni congenite, incontinenza urinaria e fecale, prolasso, dolore pelvico, disfunzioni sessuali, traumi ostetrici e conseguenze degli interventi chirurgici sono ricondotti alle strutture e ai meccanismi descritti in precedenza. La patologia non diventa così un elenco allarmante, ma la dimostrazione di ciò che accade quando l’equilibrio anatomico e neuromotorio si altera.

La sezione sulla riabilitazione completa efficacemente questo percorso. Esercizio terapeutico, controllo neuromuscolare, biofeedback, elettrostimolazione e modificazione delle abitudini sono integrati in un progetto individualizzato. Il messaggio più convincente è che la riabilitazione non coincide semplicemente con il “rafforzamento” muscolare: talvolta occorre recuperare la forza, altre volte il rilassamento, la sensibilità o la coordinazione. Curare significa, anzitutto, comprendere quale componente del sistema abbia perso il proprio equilibrio.

A circa due terzi del volume avviene un cambio di prospettiva coraggioso. Dopo aver osservato il perineo con gli strumenti della dissezione, dell’imaging e della biomeccanica, gli autori lo seguono attraverso le civiltà antiche, il Medioevo, il Rinascimento, l’età moderna e la contemporaneità. È qui che il libro rivela la sua originalità più evidente. La storia delle conoscenze anatomiche diventa anche storia dello sguardo: ciò che un’epoca mostra, nasconde, idealizza o considera sconveniente racconta il suo modo di concepire il corpo.

Il capitolo rinascimentale evidenzia bene l’incontro fra arte e osservazione scientifica, quando la dissezione e il disegno anatomico cominciarono a trasformare il corpo da territorio simbolico in realtà direttamente indagabile. I capitoli successivi affrontano l’affermazione dell’anatomia topografica, dell’ostetricia, della chirurgia, della diagnostica per immagini e delle ricostruzioni tridimensionali. Il progresso non è raccontato come una semplice marcia trionfale, ma come una conquista progressiva di visibilità.

Letteratura, pittura, scultura, cinema e media contemporanei consentono poi di misurare la distanza tra l’importanza biologica e la presenza pubblica. Il perineo compare raramente in modo esplicito, ma è implicato ogni volta che l’arte parla di nascita, desiderio, maternità, dolore, pudore, malattia o identità corporea. È una presenza indiretta e, proprio per questo, rivelatrice. Il corpo, ci ricorda il libro, non è mai soltanto una realtà biologica: è anche il risultato delle parole e delle immagini con cui impariamo a riconoscerlo.

L’appendice dedicata alla clitoride e all’evoluzione del legame di coppia costituisce una chiusura stimolante. Partendo dalla riscoperta della reale estensione anatomica dell’organo, il testo esplora l’ipotesi che il piacere femminile abbia avuto conseguenze non soltanto sessuali, ma anche relazionali ed evolutive. Il confronto con altri primati, in particolare con i bonobo, solleva interrogativi sul ruolo della sessualità nella coesione sociale e nella costruzione dei legami. Le ipotesi sono presentate come prospettive interpretative, non come verità definitive: una cautela essenziale quando si passa dal dato anatomico alla ricostruzione evoluzionistica.

Il volume nasce da una competenza collettiva chiaramente definita. Immacolata Belviso, professoressa associata di Anatomia umana presso UniCamillus a Roma, contribuisce al solido profilo anatomico dell’opera. Jacopo Junio Valerio Branca, ricercatore dell’Università di Firenze, partecipa a un lavoro che collega la ricerca morfologica all’applicazione clinica. Giulia Guarnieri, ricercatrice nello stesso ateneo, è parte di una squadra che rende accessibili relazioni anatomiche complesse senza impoverirle. Alessandra Pacini, professoressa associata di Anatomia umana a Firenze, rappresenta una competenza disciplinare riconoscibile per l’attenzione alla struttura, alla variabilità e alla funzione. Ferdinando Paternostro, professore associato di Anatomia umana presso l’Università di Firenze, concorre all’impostazione ampia che unisce la scienza del corpo e la storia delle sue rappresentazioni. Giuseppe Vergilio, biologo e ricercatore post-dottorato dell’Università di Palermo, completa il gruppo con una formazione biomedica inserita fra anatomia, neuroscienze e diagnostica avanzata.

Non essendo indicata nel volume una ripartizione nominativa dei capitoli, sarebbe arbitrario attribuire a ciascun autore singole sezioni. È invece l’identità corale del gruppo a costituire uno dei punti di forza dell’opera: sei studiosi e studiose, provenienti da tre istituzioni universitarie, costruiscono una voce comune e una visione coerente.

L’ambizione enciclopedica comporta inevitabilmente qualche rischio. Nelle sezioni storico-artistiche e antropologiche alcuni temi avrebbero potuto essere sostenuti da un dialogo ancora più ravvicinato con opere, autori e casi specifici; in un libro tanto vasto, inoltre, taluni passaggi assumono necessariamente un carattere introduttivo. Ma è anche questa apertura a rendere il volume insolito e utile: non pretende di chiudere ogni discussione, bensì di mostrare quante discipline possano incontrarsi intorno a una regione corporea a lungo trascurata.

Il glossario finale, la bibliografia generale e la sitografia rafforzano la vocazione didattica del lavoro, offrendo al lettore strumenti per orientarsi nella terminologia e proseguire l’approfondimento.

Perineo e pavimento pelvico riesce dunque in un’operazione culturale prima ancora che editoriale: rende visibile ciò che normalmente rimane nascosto. E mostra che conoscere il corpo non significa soltanto imparare il nome dei suoi componenti, ma comprendere le relazioni che li rendono vivi.

Il perineo sostiene il peso dei visceri e accompagna gesti quotidiani di cui raramente siamo consapevoli; custodisce la continenza, partecipa al piacere e permette la nascita. È insieme sostegno e passaggio, chiusura e apertura, struttura anatomica ed esperienza biografica. Studiarlo significa osservare, da un punto di vista apparentemente periferico, questioni poste al centro della condizione umana: come restiamo in piedi, come invecchiamo, come ci prendiamo cura del corpo, come entriamo in relazione e come veniamo al mondo.


Perineo e pavimento pelvico. Anatomia, fisiopatologia, cultura e rappresentazioni
Youcanprint, 2026. 228 pp. ISBN 9791224098416.

Si ringrazia BioLab Divulga per il contributo alla realizzazione di alcune delle immagini presenti in questo volume.

Quando un pugile greco finì sotto i ferri?

Il mistero medico nascosto nelle orecchie del celebre “Pugile in Riposo”

A prima vista sembra soltanto una straordinaria statua antica. Un uomo siede stanco dopo il combattimento. Il volto è segnato da ferite, il naso appare deformato, i muscoli raccontano anni di allenamento e di dolore. Eppure, osservando con attenzione le sue orecchie, emerge un dettaglio sorprendente che potrebbe cambiare il modo in cui guardiamo alla medicina dell’antichità.

La celebre statua ellenistica nota come “Pugile in Riposo” (Boxer at Rest), conservata al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, rappresenta uno dei più realistici ritratti di un atleta dell’antichità. Realizzata tra il IV e il III secolo avanti Cristo, l’opera colpisce per il livello quasi anatomico con cui vengono raffigurate le conseguenze fisiche della pratica sportiva.

Da tempo gli studiosi hanno riconosciuto nelle sue orecchie i segni del cosiddetto “orecchio a cavolfiore“, una deformità tipica dei pugili, dei lottatori e degli atleti degli sport da contatto. Oggi sappiamo che questa condizione è la conseguenza di ripetuti ematomi auricolari: raccolte di sangue che si formano tra il pericondrio e la cartilagine del padiglione auricolare a seguito di traumi violenti. Se il sangue non viene evacuato rapidamente, la cartilagine perde il proprio nutrimento, si deforma e assume il caratteristico aspetto irregolare che ancora oggi si osserva nei praticanti di boxe, lotta e arti marziali.

Fin qui nulla di sorprendente. Il vero enigma emerge quando si osservano due piccole incisioni sulle orecchie della statua.

Gli autori dello studio hanno notato che entrambe le orecchie presentano una breve lesione lineare, di pochi millimetri, posizionata in modo quasi speculare. Ancora più interessante è il fatto che tali incisioni sono evidenziate da inserti di rame, utilizzati dall’artista per simulare il sangue che fuoriesce dalla ferita.

Perché rappresentare con tanta precisione proprio quei piccoli tagli?

Secondo l’interpretazione proposta dagli autori, queste lesioni potrebbero non essere semplici ferite traumatiche. La loro forma regolare, la disposizione bilaterale e la localizzazione anatomica ricordano sorprendentemente le incisioni che ancora oggi vengono utilizzate per drenare un ematoma auricolare.

Nella pratica medica moderna il trattamento dell’ematoma auricolare prevede infatti una piccola incisione lungo le pieghe naturali dell’orecchio. Attraverso questa apertura il sangue accumulato viene evacuato, riducendo la pressione sulla cartilagine e prevenendo la deformazione permanente. Successivamente viene applicata una compressione per impedire che il sangue si raccolga nuovamente.

È proprio questa somiglianza a portare gli autori a formulare una suggestiva ipotesi: il Pugile in Riposo potrebbe rappresentare non soltanto un atleta ferito, ma anche un atleta che ha ricevuto un trattamento medico.

L’idea non è così improbabile come potrebbe sembrare. La medicina greca e romana possedeva infatti una tradizione chirurgica sorprendentemente avanzata. I medici della scuola ippocratica praticavano incisioni, drenaggi di ascessi, evacuazioni di raccolte purulente e numerose altre procedure invasive. Sebbene nessun testo antico descriva esplicitamente il trattamento dell’ematoma auricolare, le conoscenze tecniche necessarie per eseguirlo erano certamente disponibili.

La statua potrebbe dunque testimoniare una conoscenza empirica maturata sul campo. Gli atleti, i loro allenatori o i medici dell’epoca potrebbero aver osservato che l’evacuazione precoce del sangue riduceva le deformità permanenti dell’orecchio. Una scoperta nata dall’esperienza pratica molto prima che la medicina moderna ne comprendesse pienamente i meccanismi biologici.

Naturalmente gli autori mantengono un atteggiamento prudente. Non esistono prove definitive. Le incisioni potrebbero rappresentare semplicemente una scelta artistica, un simbolo della durezza dei combattimenti o un dettaglio introdotto durante la lavorazione della statua. Tuttavia, la coincidenza anatomica rimane sorprendente.

Al di là della risposta definitiva, questo studio dimostra quanto l’arte possa diventare una fonte preziosa per la storia della medicina. Un’opera realizzata oltre duemila anni fa continua ancora oggi a porre domande ai medici contemporanei.

Guardando il volto segnato del pugile ellenistico non osserviamo soltanto un capolavoro dell’arte antica. Vediamo il racconto universale del trauma sportivo, della sofferenza fisica e del tentativo umano di curare le proprie ferite. È una storia che attraversa i secoli e unisce gli atleti dell’antica Grecia ai pugili di oggi.

Forse, nascosta in quelle piccole incisioni di pochi millimetri, si conserva una delle più antiche testimonianze visive di un gesto chirurgico praticato nella storia dello sport.

The American Journal of the Medical Sciences
Auricular hematoma in antiquity: Possible surgical drainage in the Hellenistic boxer at rest
Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Francesco Zappoli Thyrion, Antonio Sarno, Davide Orsini, Ludovica Livi,
Ferdinando Paternostro, Niccolò Fagni

Le unghie della cura

Le unghie raccontano una lunga storia evolutiva. Le abbiamo davanti agli occhi ogni giorno, le tagliamo, le curiamo, le coloriamo, ma raramente ci chiediamo perché esistano.

I nostri antenati più lontani possedevano artigli. Erano strumenti di difesa, di attacco, di arrampicata. La natura non costruisce nulla per caso: ciò che serve rimane, ciò che non serve scompare o si trasforma. Nell’uomo gli artigli hanno perso gran parte della loro funzione originaria. Al loro posto sono rimaste le unghie, strutture apparentemente semplici ma straordinariamente sofisticate.

Per comprenderne il significato bisogna osservare la punta delle dita. Il polpastrello è uno dei luoghi più sensibili dell’intero corpo umano. In pochi centimetri quadrati si concentra una quantità impressionante di recettori nervosi capaci di distinguere consistenze, temperature, vibrazioni, pressioni minime. È grazie a questa raffinatissima rete sensoriale che un chirurgo può percepire una differenza di consistenza nei tessuti, che un violinista può controllare la corda, che una madre può riconoscere il volto del figlio semplicemente accarezzandolo.

L’unghia funge da sorta di esoscheletro localizzato. Si trova sulla faccia dorsale della falange distale e costituisce un punto di contrasto contro cui il polpastrello può esercitare la propria sensibilità. Senza questa piccola lamina di cheratina, la precisione della presa e della percezione tattile sarebbero notevolmente ridotte. In altre parole, non serve soltanto a proteggere il dito: contribuisce a renderlo uno strumento sensoriale di straordinaria efficacia.

Poi c’è una funzione che spesso fa sorridere ma che è fondamentale: il grattamento. Il prurito è uno dei sistemi di allarme più antichi dell’organismo. Può segnalare la presenza di un insetto, di una sostanza irritante, di un’infiammazione cutanea. Grattarsi non è una bizzarria né un difetto dell’educazione. È un comportamento biologico profondamente radicato nella nostra storia evolutiva. Le unghie sono gli strumenti che la natura ha conservato per permetterci di rispondere a questo segnale.

Da qualche decennio le unghie hanno acquisito anche un’altra funzione: quella estetica. Le donne, in particolare, hanno trasformato l’unghia in una piccola superficie su cui esprimere creatività, gusto e personalità. Linee eleganti, colori raffinati, decorazioni sempre più sofisticate hanno reso la manicure una forma di linguaggio visivo, un dettaglio capace di raccontare qualcosa di chi la porta.

Dietro un’unghia ben curata c’è un intero mondo professionale fatto di competenze tecniche, aggiornamento continuo, conoscenza dei materiali e attenzione alla salute della lamina ungueale. Le moderne onicotecniche non sono semplicemente artigiane della bellezza: sono professioniste che, con preparazione e responsabilità, prestano grande attenzione alla conservazione dell’integrità dell’unghia naturale.

Negli ultimi anni la ricerca nel settore ha portato allo sviluppo di prodotti sempre più sofisticati, formulati per ridurre il rischio di danni alla lamina ungueale e ai tessuti circostanti. Gel, smalti semipermanenti, basi protettive e materiali di ricostruzione vengono continuamente perfezionati per garantire non soltanto risultati estetici di elevata qualità, ma anche una maggiore sicurezza e il rispetto della fisiologia dell’unghia. Le professioniste più attente conoscono l’importanza di una preparazione non aggressiva, di una corretta rimozione dei prodotti e del rispetto dei tempi biologici necessari al mantenimento di un’unghia sana.

La bellezza, del resto, raggiunge la sua forma più alta quando si accompagna alla cura. Un’unghia esteticamente gradevole ma biologicamente danneggiata rappresenta una sconfitta sia per l’estetica sia per la salute. Al contrario, una manicure eseguita con competenza può contribuire a proteggere la superficie ungueale dalle aggressioni meccaniche quotidiane, a migliorare l’aspetto di unghie fragili o irregolari e ad aumentare il benessere psicologico della persona.

Non bisogna sottovalutare il valore sociale e culturale di queste pratiche. Da sempre gli esseri umani decorano il proprio corpo: gioielli, abiti, acconciature, tatuaggi e cosmetici rappresentano modi diversi attraverso cui ogni individuo costruisce e comunica la propria identità. Le unghie fanno parte di questo linguaggio universale. Attraverso una scelta cromatica, una forma particolare o una decorazione artistica, le donne esprimono eleganza, originalità, appartenenza a uno stile o, semplicemente, il piacere di sentirsi bene con sé stesse. Una manicure può essere un gesto di bellezza, un atto creativo, una forma di autostima o persino una piccola opera d’arte portata nella vita quotidiana.

Esiste tuttavia un confine che merita di essere ricordato. Quando una mano diventa uno strumento professionale di cura, alcune regole dovrebbero prevalere sull’estetica.

Medici, infermieri, fisioterapisti, osteopati, massaggiatori, estetiste, operatori sociosanitari e tutti coloro che lavorano quotidianamente sul corpo di un’altra persona hanno un dovere particolare: mantenere unghie corte, pulite e funzionali.

La ragione non è soltanto igienica, benché l’igiene sia già un argomento sufficiente. La ragione è soprattutto anatomica e relazionale.

La mano che visita deve sentire. La mano che palpa deve percepire. La mano che cura deve adattarsi al corpo dell’altro senza diventare un ostacolo. Un’unghia lunga riduce la sensibilità tattile, modifica il modo in cui il polpastrello entra in contatto con i tessuti e può causare disagio durante l’esame clinico o il trattamento.

L’unghia corta rappresenta, in questi contesti, un gesto di rispetto. È il segnale nascosto che dice al paziente: «La tua salute viene prima della mia immagine. Il tuo comfort viene prima della mia estetica».

Quando vedo un operatore che utilizza sul corpo di un paziente mani adornate da unghie lunghe e ingombranti, non penso alla modernità né all’eleganza. Mi domando se, in quel momento, la bellezza della propria mano non stia pesando più del benessere della persona affidata alle sue cure.

La società contemporanea ci invita continuamente a mostrarci. Le professioni della cura, invece, ci ricordano un’altra verità: esistono momenti in cui bisogna mettere al centro qualcun altro. Il valore di una mano non si misura dalla lunghezza delle sue unghie, ma dalla delicatezza con cui sa toccare un altro essere umano.

Il negazionismo climatico è un lusso che non possiamo più permetterci

Si possono ignorare i dati, screditare la scienza, rinviare le decisioni e continuare a difendere interessi economici di breve periodo, ma non si può fermare la realtà. Il cambiamento climatico è sotto gli occhi di tutti: nelle ondate di calore sempre più frequenti, negli eventi meteorologici estremi, nella perdita di biodiversità, nelle conseguenze sulla salute umana e nei danni all’economia stessa.

Per questo è necessario contrastare ogni forma di negazionismo climatico e accelerare con decisione la transizione verso un’economia più sostenibile. Uno dei pochi modi per fermare chi continua ad arricchirsi alle spalle dell’ambiente e della salute collettiva è promuovere l’innovazione, incentivare l’economia verde, responsabilizzare chi inquina e rendere conveniente ciò che protegge il pianeta.

Siano giudicati dalla storia coloro che, per interesse, convenienza o calcolo politico, continuano a negare o minimizzare l’evidenza scientifica. Ogni ritardo nella transizione ecologica ha un costo che pagano l’ambiente, la salute pubblica e le generazioni future.

Le opinioni sono libere, ma i fatti restano fatti. E mentre il pianeta si surriscalda, troppi politici e opinionisti continuano a pronunciare le loro rassicuranti sciocchezze da uffici climatizzati, lontani dai problemi reali e dalle conseguenze delle proprie parole.

La Terra non ha bisogno di slogan. Ha bisogno di coraggio, di responsabilità e di fatti.

Cerchiamo 80 Studenti di Medicina per un’Esperienza Unica di Anatomia Umana

Immagina di studiare l’anatomia non soltanto sui libri o sugli schermi del computer, ma osservandola direttamente, comprendendone i rapporti spaziali, esplorandone la complessità e mettendo alla prova il tuo apprendimento attraverso le metodologie didattiche più innovative oggi disponibili.

È proprio questa l’opportunità che i professori Immacolata Belviso e Ferdinando Paternostro, in collaborazione con l’ICLO Teaching and Research Center, offrono a 80 studenti del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia attraverso un importante progetto di ricerca dedicato all’insegnamento dell’anatomia umana.

Lo studio nasce da una domanda semplice ma fondamentale: qual è il modo più efficace per imparare l’anatomia?

La lezione tradizionale è sufficiente? L’osservazione dell’anatomia reale migliora davvero la comprensione? Il Visual Thinking può aiutare a costruire una rappresentazione mentale più efficace del corpo umano? Oppure la soluzione migliore è l’integrazione di tutte queste metodologie?

Per rispondere scientificamente a queste domande, stiamo cercando 80 studenti motivati che desiderino partecipare gratuitamente a una giornata di formazione e ricerca dedicata all’anatomia topografica dell’arto inferiore.

Durante l’esperienza i partecipanti avranno l’opportunità di seguire una lezione specialistica di anatomia topografica, approfondendo regioni di grande rilevanza clinica come la regione glutea, il triangolo femorale, il ginocchio, i compartimenti della gamba e il dorso del piede. Accanto alla didattica tradizionale saranno proposte attività di Visual Thinking Anatomico, una metodologia innovativa che aiuta a trasformare l’osservazione in comprensione e la comprensione in memoria duratura.

Il momento più coinvolgente sarà l’attività presso il centro di dissezione dell’ICLO, dove gli studenti potranno osservare direttamente preparati anatomici umani e confrontare la teoria con la realtà tridimensionale delle strutture anatomiche. Un’esperienza che molti medici ricordano come una delle più formative dell’intero percorso universitario.

Partecipare significa non soltanto migliorare la propria preparazione anatomica, ma anche contribuire concretamente alla ricerca nell’ambito dell’educazione medica. I dati raccolti permetteranno infatti di comprendere quali strategie didattiche favoriscano il miglior apprendimento e potranno contribuire allo sviluppo di nuovi modelli formativi per le future generazioni di studenti di medicina.

La partecipazione è completamente gratuita. Tutte le attività previste dal protocollo di ricerca, comprese quelle presso il centro di dissezione ICLO di Verona, saranno offerte ai partecipanti senza alcun costo.

I posti disponibili sono limitati a 80 studenti.

Se ami l’anatomia, se desideri approfondire la conoscenza del corpo umano attraverso un’esperienza concreta e se vuoi essere protagonista di un progetto scientifico innovativo, questa è un’occasione che difficilmente si ripresenterà.

Compila il form di iscrizione e candidati a partecipare. I posti saranno assegnati fino al raggiungimento del numero previsto dal protocollo di studio.

Responsabili del progetto

Prof.ssa Immacolata Belviso Prof. Ferdinando Paternostro


Una giornata di anatomia. Una giornata di ricerca. Una giornata che potrebbe cambiare il tuo modo di studiare la medicina.

Il fegato: grande laboratorio della vita

Il fegato. Analisi integrata tra anatomia, mito, arte e cultura

Immacolata Belviso, Carlo Benedini, Alessandro Palazzolo, Ferdinando Paternostro, Giorgio Zinno

Youcanprint 2026
ISBN: 9791224079477 (cartaceo) ISBN: 9791224082545 (ebook)


Quando pensiamo agli organi che rendono possibile la nostra esistenza, la mente corre immediatamente al cuore e al cervello. Eppure esiste una struttura straordinaria che ogni giorno svolge centinaia di funzioni indispensabili alla vita, coordinando processi complessi con una precisione sorprendente: il fegato.

Con un peso che nell’adulto spesso supera il chilogrammo e mezzo, il fegato è il più grande viscere del corpo umano. Ogni minuto riceve enormi quantità di sangue provenienti sia dall’intestino sia dalla circolazione arteriosa, trasformando nutrienti, immagazzinando energia, producendo proteine fondamentali, sintetizzando la bile e contribuendo alla neutralizzazione di sostanze potenzialmente dannose. Nessun altro organo possiede una versatilità funzionale simile.

Ma il fascino del fegato non si esaurisce nella sua straordinaria fisiologia.

Fin dall’antichità esso ha occupato un posto privilegiato nell’immaginario umano. Molto prima che la scienza moderna ne comprendesse le funzioni, le grandi civiltà del Mediterraneo lo consideravano il centro della vita e delle emozioni. Gli Etruschi e i Babilonesi studiavano il fegato degli animali per interpretare il futuro; i medici greci lo ritenevano uno degli organi fondamentali dell’equilibrio corporeo; filosofi e poeti lo associavano al coraggio, alla forza e alla vitalità.

Persino uno dei miti più celebri della cultura occidentale ruota attorno a questo organo. Prometeo, colpevole di aver donato il fuoco agli uomini, viene condannato da Zeus a un supplizio eterno: ogni giorno un’aquila gli divora il fegato, che durante la notte ricresce. Una narrazione simbolica che sembra anticipare una delle caratteristiche più sorprendenti oggi riconosciute dalla biologia moderna: la capacità rigenerativa del fegato.

Da dove nasce questa straordinaria centralità culturale? Perché un organo nascosto sotto le coste ha affascinato medici, artisti, filosofi e anatomisti per millenni?

A queste domande cerca di rispondere Il fegato: analisi integrata tra anatomia, mito, arte e cultura, un’opera che propone un approccio originale e multidisciplinare, capace di unire il rigore della scienza alla profondità della storia e della cultura.

Il lettore viene accompagnato in un percorso che inizia dall’anatomia macroscopica dell’organo. Posizione, rapporti, lobi, segmenti funzionali, vascolarizzazione e vie biliari sono descritti con chiarezza e precisione, fornendo le basi necessarie per comprendere la complessità dell’architettura epatica. Grande attenzione è dedicata alla moderna segmentazione di Couinaud, oggi fondamentale nella chirurgia e nella radiologia interventistica.

Il viaggio prosegue poi all’interno del parenchima, dove il mondo microscopico rivela un’organizzazione raffinata e affascinante. Lobuli, sinusoidi, epatociti, cellule di Kupffer e acini epatici diventano protagonisti di una narrazione che mostra come la forma anatomica sia intimamente legata alla funzione.

Un capitolo particolarmente coinvolgente è dedicato alla dissezione anatomica. Attraverso l’esperienza diretta del tavolo settorio, il fegato viene osservato nella sua tridimensionalità reale, consentendo di comprendere aspetti che nessuna immagine bidimensionale può restituire appieno. La dissezione diventa così uno strumento di conoscenza privilegiato, capace di trasformare la teoria in un’esperienza concreta.

Accanto alla dimensione anatomica trovano spazio la storia della medicina e l’evoluzione del pensiero scientifico. Dalle concezioni di Ippocrate e Galeno fino alle rivoluzionarie osservazioni di Leonardo da Vinci e di Andrea Vesalio, il fegato emerge come uno dei protagonisti della lunga avventura che ha portato alla nascita dell’anatomia moderna.

Il volume esplora inoltre la presenza del fegato nell’arte, nel linguaggio e nella società. Espressioni ancora oggi utilizzate quotidianamente, come “avere fegato”, testimoniano quanto profondamente questo organo sia radicato nella cultura occidentale. Anatomia e simbolo, biologia e immaginario, scienza e umanesimo si intrecciano in una prospettiva capace di arricchire la comprensione del corpo umano.

Ampio spazio è riservato anche alle moderne metodiche diagnostiche, dall’ecografia all’elastografia, fino alle principali patologie epatiche e alle relative strategie di prevenzione. Il lettore scopre così che la conoscenza anatomica rappresenta ancora oggi il fondamento indispensabile della pratica clinica.

Questo libro si rivolge agli studenti delle professioni sanitarie, ai medici, ai professionisti della salute, agli appassionati di storia della medicina e a tutti coloro che desiderano guardare oltre la superficie delle cose. Ogni capitolo invita a osservare il fegato da una prospettiva diversa, mostrando come un singolo organo possa raccontare al contempo la biologia della vita, la storia della medicina e l’evoluzione del pensiero umano.

Il fegato è una straordinaria sintesi di struttura e funzione, di rigenerazione e adattamento, di scienza e cultura. Conoscerlo significa intraprendere un viaggio affascinante attraverso una delle più grandi meraviglie del corpo umano.


Questo libro è dedicato alla memoria del Dott. Giuseppe Belviso, Medico di rara umanità e profondo amore per la conoscenza