Il fegato: grande laboratorio della vita

Il fegato. Analisi integrata tra anatomia, mito, arte e cultura

Immacolata Belviso, Carlo Benedini, Alessandro Palazzolo, Ferdinando Paternostro, Giorgio Zinno

Youcanprint 2026
ISBN: 9791224079477 (cartaceo) ISBN: 9791224082545 (ebook)


Quando pensiamo agli organi che rendono possibile la nostra esistenza, la mente corre immediatamente al cuore e al cervello. Eppure esiste una struttura straordinaria che ogni giorno svolge centinaia di funzioni indispensabili alla vita, coordinando processi complessi con una precisione sorprendente: il fegato.

Con un peso che nell’adulto spesso supera il chilogrammo e mezzo, il fegato è il più grande viscere del corpo umano. Ogni minuto riceve enormi quantità di sangue provenienti sia dall’intestino sia dalla circolazione arteriosa, trasformando nutrienti, immagazzinando energia, producendo proteine fondamentali, sintetizzando la bile e contribuendo alla neutralizzazione di sostanze potenzialmente dannose. Nessun altro organo possiede una versatilità funzionale simile.

Ma il fascino del fegato non si esaurisce nella sua straordinaria fisiologia.

Fin dall’antichità esso ha occupato un posto privilegiato nell’immaginario umano. Molto prima che la scienza moderna ne comprendesse le funzioni, le grandi civiltà del Mediterraneo lo consideravano il centro della vita e delle emozioni. Gli Etruschi e i Babilonesi studiavano il fegato degli animali per interpretare il futuro; i medici greci lo ritenevano uno degli organi fondamentali dell’equilibrio corporeo; filosofi e poeti lo associavano al coraggio, alla forza e alla vitalità.

Persino uno dei miti più celebri della cultura occidentale ruota attorno a questo organo. Prometeo, colpevole di aver donato il fuoco agli uomini, viene condannato da Zeus a un supplizio eterno: ogni giorno un’aquila gli divora il fegato, che durante la notte ricresce. Una narrazione simbolica che sembra anticipare una delle caratteristiche più sorprendenti oggi riconosciute dalla biologia moderna: la capacità rigenerativa del fegato.

Da dove nasce questa straordinaria centralità culturale? Perché un organo nascosto sotto le coste ha affascinato medici, artisti, filosofi e anatomisti per millenni?

A queste domande cerca di rispondere Il fegato: analisi integrata tra anatomia, mito, arte e cultura, un’opera che propone un approccio originale e multidisciplinare, capace di unire il rigore della scienza alla profondità della storia e della cultura.

Il lettore viene accompagnato in un percorso che inizia dall’anatomia macroscopica dell’organo. Posizione, rapporti, lobi, segmenti funzionali, vascolarizzazione e vie biliari sono descritti con chiarezza e precisione, fornendo le basi necessarie per comprendere la complessità dell’architettura epatica. Grande attenzione è dedicata alla moderna segmentazione di Couinaud, oggi fondamentale nella chirurgia e nella radiologia interventistica.

Il viaggio prosegue poi all’interno del parenchima, dove il mondo microscopico rivela un’organizzazione raffinata e affascinante. Lobuli, sinusoidi, epatociti, cellule di Kupffer e acini epatici diventano protagonisti di una narrazione che mostra come la forma anatomica sia intimamente legata alla funzione.

Un capitolo particolarmente coinvolgente è dedicato alla dissezione anatomica. Attraverso l’esperienza diretta del tavolo settorio, il fegato viene osservato nella sua tridimensionalità reale, consentendo di comprendere aspetti che nessuna immagine bidimensionale può restituire appieno. La dissezione diventa così uno strumento di conoscenza privilegiato, capace di trasformare la teoria in un’esperienza concreta.

Accanto alla dimensione anatomica trovano spazio la storia della medicina e l’evoluzione del pensiero scientifico. Dalle concezioni di Ippocrate e Galeno fino alle rivoluzionarie osservazioni di Leonardo da Vinci e di Andrea Vesalio, il fegato emerge come uno dei protagonisti della lunga avventura che ha portato alla nascita dell’anatomia moderna.

Il volume esplora inoltre la presenza del fegato nell’arte, nel linguaggio e nella società. Espressioni ancora oggi utilizzate quotidianamente, come “avere fegato”, testimoniano quanto profondamente questo organo sia radicato nella cultura occidentale. Anatomia e simbolo, biologia e immaginario, scienza e umanesimo si intrecciano in una prospettiva capace di arricchire la comprensione del corpo umano.

Ampio spazio è riservato anche alle moderne metodiche diagnostiche, dall’ecografia all’elastografia, fino alle principali patologie epatiche e alle relative strategie di prevenzione. Il lettore scopre così che la conoscenza anatomica rappresenta ancora oggi il fondamento indispensabile della pratica clinica.

Questo libro si rivolge agli studenti delle professioni sanitarie, ai medici, ai professionisti della salute, agli appassionati di storia della medicina e a tutti coloro che desiderano guardare oltre la superficie delle cose. Ogni capitolo invita a osservare il fegato da una prospettiva diversa, mostrando come un singolo organo possa raccontare al contempo la biologia della vita, la storia della medicina e l’evoluzione del pensiero umano.

Il fegato è una straordinaria sintesi di struttura e funzione, di rigenerazione e adattamento, di scienza e cultura. Conoscerlo significa intraprendere un viaggio affascinante attraverso una delle più grandi meraviglie del corpo umano.


Questo libro è dedicato alla memoria del Dott. Giuseppe Belviso, Medico di rara umanità e profondo amore per la conoscenza

Una nuova variante dell’arteria faciale conferma il valore insostituibile dell’anatomia settoria

Niccolò Fagni , Ferdinando Paternostro , Guglielmo Maria Fiori , Ludovica Livi , Giorgio Zinno , Jacopo Junio Valerio Branca , Eugenio Bertelli & Immacolata Belviso (2026)
Early trifurcation of the facial artery including a dedicated buccinator branch: anatomical and surgical implications

Case Reports in Plastic Surgery and Hand Surgery, 13:1, 2664264,
DOI:10.1080/23320885.2026.2664264


La recente descrizione di una rara variante dell’arteria faciale, pubblicata su Case Reports in Plastic Surgery and Hand Surgery, rappresenta molto più di una semplice curiosità anatomica. Si tratta, infatti, di un esempio concreto di quanto l’anatomia umana reale sia ancora oggi un territorio straordinariamente vivo, complesso e non completamente prevedibile.

Lo studio documenta una triforcazione precoce dell’arteria faciale, con la presenza di un ramo dedicato al muscolo buccinatore mai chiaramente descritto in precedenza.

In altre parole, invece del classico decorso singolo dell’arteria, abbiamo osservato una suddivisione in tre rami distinti: uno anteriore, che continua come arteria faciale propriamente detta, uno posteriore diretto alla regione masseterina e un ramo centrale che penetra nel muscolo buccinatore, creando una ricchissima rete microvascolare intramuscolare.

Per il grande pubblico potrebbe sembrare un dettaglio marginale. In realtà, per il chirurgo, per il radiologo, per il medico estetico e per l’anatomista, una variante di questo tipo può avere implicazioni enormi.
La faccia è una delle regioni più delicate del corpo umano: ogni intervento chirurgico, ricostruttivo o estetico richiede una conoscenza estremamente precisa della vascolarizzazione. Un’arteria che decorre in modo diverso dal previsto può cambiare completamente la sicurezza di una dissezione, il successo di un lembo ricostruttivo o il rischio di ischemie e complicanze iatrogene. Lo studio sottolinea, infatti, la possibile importanza di questa variante nella pianificazione dei lembi FAMM (Facial Artery Myo-Mucosal flap) e nelle procedure chirurgiche della regione buccale.

Ma il significato più profondo di questa ricerca è un altro: essa dimostra, ancora una volta, quanto sia indispensabile l’anatomia settoria.
Nessun atlante, nessuna ricostruzione digitale, nessuna immagine tridimensionale possono sostituire completamente l’osservazione diretta del corpo umano reale. È proprio durante la dissezione anatomica che emergono le varianti, le differenze individuali, le eccezioni che trasformano l’anatomia da disciplina “statica” a vera scienza biologica della variabilità umana.
Lo studio nasce infatti da una dissezione su preparato iniettato, eseguita durante attività anatomiche dedicate, in cui la precisione dell’osservazione ha permesso di identificare una configurazione vascolare finora non documentata.
Questo aspetto è fondamentale: molte delle conoscenze anatomiche che oggi consideriamo “classiche” derivano da secoli di anatomia settoria. E ancora oggi, nel XXI secolo, la dissezione continua a generare nuova conoscenza scientifica.

Il corpo non è costruito secondo schemi rigidi identici in tutti gli individui. Le varianti anatomiche non rappresentano errori della natura, ma espressioni della straordinaria plasticità dello sviluppo umano. In questo articolo si sottolinea come l’arteria facciale debba forse essere considerata non un singolo vaso “standard”, bensì un sistema vascolare modulare e adattativo.

Questa visione ha implicazioni enormi anche nella formazione medica. Studiare soltanto “l’anatomia dei libri” rischia di creare una percezione eccessivamente schematica del corpo umano. La dissezione insegna invece il rispetto della complessità biologica reale: ogni corpo può presentare differenze, e proprio queste possono diventare decisive nella pratica clinica.

La conoscenza anatomica autentica nasce ancora dall’osservazione diretta, dal contatto con il corpo reale e dalla capacità critica del ricercatore.
Per questo motivo, l’anatomia settoria continua a rappresentare non soltanto uno strumento didattico insostituibile, ma anche una delle più potenti forme di ricerca scientifica applicata alla medicina moderna.

Niccolò Fagni , Ferdinando Paternostro , Guglielmo Maria Fiori , Ludovica Livi , Giorgio Zinno , Jacopo Junio Valerio Branca , Eugenio Bertelli & Immacolata Belviso (2026)
Early trifurcation of the facial artery including a dedicated buccinator branch: anatomical and surgical implications

Case Reports in Plastic Surgery and Hand Surgery, 13:1, 2664264,
DOI:10.1080/23320885.2026.2664264

Grazie a ICLO Verona, ove è stato possibile realizzare lo studio

ICLO SUMMER SCHOOL IN ANATOMIA CLINICA E SETTORIA

Dall’Anatomia dei Libri all’Anatomia Reale: dissezione su cadavere per studenti di Medicina e Chirurgia
In partnership con Anatomia per Tutti

ICLO San Marino | 26, 27, 28, 29 luglio 2026
Direzione scientifica: Prof. Ferdinando Paternostro; Prof.ssa Immacolata Belviso
Numero chiuso: max 11 partecipanti
Info: c.romila@iclo.eu

PERCHÉ PARTECIPARE

L’anatomia non si comprende davvero finché non la si osserva nel corpo reale.
Questa Summer School nasce per offrire agli studenti di Medicina un’esperienza formativa unica: vedere, dissecare e comprendere l’organizzazione tridimensionale del corpo umano direttamente sul preparato anatomico.

Un percorso intensivo pensato per trasformare l’anatomia: da materia da studiare → a struttura da comprendere

OBIETTIVI FORMATIVI

Il corso permetterà allo studente di:

  • consolidare l’anatomia macroscopica attraverso osservazione diretta
  • sviluppare una reale comprensione tridimensionale dei rapporti anatomici
  • integrare anatomia, topografia e prime correlazioni cliniche
  • acquisire familiarità con i principali landmarks anatomici di interesse medico
  • prepararsi in modo avanzato agli anni clinici e chirurgici del percorso formativo

IL METODO DIDATTICO

Ogni giornata segue una progressione didattica strutturata:

OSSERVARE → DISSECARE → CORRELARE → COMPRENDERE

Con integrazione continua tra:

  • spiegazione anatomica topografica
  • dissezione guidata
  • correlazioni cliniche essenziali
  • confronto attivo con i partecipanti

PREPARATI ANATOMICI

  • 1 tronco
  • 1 arto superiore
  • 1 arto inferiore
  • 1 testa
  • Orario attività: 09:00 – 16:30

PROGRAMMA

GIORNO 1 – TORACE E ADDOME

Anatomia topografica del tronco e organizzazione delle cavità corporee

Studio progressivo delle grandi cavità del tronco e dei principali rapporti viscerali.

Argomenti principali

  • Parete toracica e spazi intercostali
  • Mediastino e grandi vasi
  • Cuore e pericardio
  • Diaframma
  • Cavità addominale e peritoneo
  • Fegato, stomaco, pancreas, milza
  • Retroperitoneo e grandi vasi addominali

GIORNO 2 – DORSO, COLONNA E ARTO SUPERIORE

Anatomia neuro-muscolare e organizzazione funzionale dell’arto superiore

Dalla colonna vertebrale alle strutture neurovascolari dell’arto superiore.

Argomenti principali

  • Muscolatura del dorso
  • Colonna vertebrale e canale vertebrale
  • Midollo spinale e meningi
  • Plesso brachiale
  • Regione ascellare
  • Compartimenti del braccio e dell’avambraccio
  • Principali nervi periferici dell’arto superiore

GIORNO 3 – ARTO INFERIORE

Anatomia della locomozione e distribuzione neurovascolare

Analisi anatomica dell’arto inferiore in relazione a statica e movimento.

Argomenti principali

  • Regione glutea
  • Nervo sciatico
  • Triangolo femorale
  • Coscia anteriore e posteriore
  • Fossa poplitea
  • Compartimenti della gamba
  • Anatomia del piede

GIORNO 4 – TESTA E NEUROCRANIO

Anatomia integrata della testa: dal volto alla base cranica

Approccio stratigrafico alle regioni più complesse del corpo umano.

Argomenti principali

  • Volto e muscoli mimici
  • Compartimenti adiposi superficiali
  • Arteria faciale
  • Cavità orale e nasale
  • Base cranica
  • Forami cranici
  • Nervi cranici
  • Seno cavernoso e regioni profonde

A CHI È RIVOLTO

Studenti del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia interessati ad approfondire l’anatomia con un approccio pratico, avanzato e tridimensionale.


UN’ESPERIENZA FORMATIVA UNICA

La dissezione anatomica rappresenta uno dei momenti più formativi nel percorso di un futuro medico.

Partecipare significa:

  • comprendere davvero la tridimensionalità del corpo umano
  • fissare in modo duraturo concetti complessi
  • costruire basi solide per clinica, chirurgia e diagnostica
  • vivere l’anatomia come esperienza, non solo come studio

Info: c.romila@iclo.eu

Il canale petrotimpanico: prospettive evolutive, anatomiche e mediche

Papini A, Montemurro N, Paternostro F, Belviso I, Galli M, Martini P, Uccelli L, Moggi-Cecchi J, Oxilia G.
The petrotympanic canal (Huguier canal): Evolutionary, anatomical, and medical perspectives.
Anat Rec (Hoboken). 2026 Apr 22. doi: 10.1002/ar.70199. Epub ahead of print. PMID: 42017511.

Un “ponticello” dimenticato tra orecchio e mandibola

Immaginate un minuscolo tunnel osseo, largo appena 1-2 millimetri, nascosto all’interno dell’osso temporale del cranio. Collega due mondi apparentemente lontani: l’orecchio medio (dove si trovano i minuscoli ossicini che ci permettono di sentire) e la regione della fossa infratemporale, proprio accanto all’articolazione temporo-mandibolare (l’ATM, cioè l’articolazione della mandibola). Questo è il canale petrotimpanico, noto anche come canale di Huguier (o, in alcuni testi più antichi, di Civinini).

Per secoli è stato descritto in modo confuso, con nomi diversi e descrizioni imprecise. Il nuovo studio fa chiarezza una volta per tutte, riunendo in modo organico tre prospettive: evolutiva, anatomica e medica. Non si tratta di una “scoperta” di una struttura completamente nuova (era già nota), ma di una rivalutazione profonda della sua importanza: un piccolo canale che potrebbe spiegare molti disturbi quotidiani che collegano l’orecchio e la mascella.

Cosa contiene davvero questo canale?

Dentro passano:

  • la corda del timpano (un ramo del nervo facciale) che porta le fibre del gusto ai due terzi anteriori della lingua e stimola la produzione di saliva;
  • piccoli vasi sanguigni (arteria timpanica anteriore);
  • legamenti come il legamento discomalleolare, che collega direttamente l’ossicino del martello (malleus) al disco dell’articolazione della mandibola.

Grazie a dissezioni anatomiche accurate, revisioni storiche e confronti con l’anatomia comparata (in particolare con l’evoluzione), gli autori mostrano che questo canale non è un “residuo inutile”, bensì un ponte funzionale tra due sistemi che si sono evoluti insieme nei mammiferi.

Perché è importante? L’aspetto medico

Fino a oggi molti chirurghi e medici lo considerano poco rilevante. Questo articolo dimostra il contrario:

  1. Dolori “misteriosi” tra orecchio e mandibola Problemi all’ATM (bruxismo, click, artrite) possono trasmettersi all’orecchio medio attraverso questo canale e il legamento discomalleolare. Risultato: otalgie (dolore all’orecchio) senza infezione, acufeni o sensazione di orecchio “pieno” che, in realtà, dipendono dalla mascella.
  2. Rischio in chirurgia: durante interventi sull’orecchio medio, sull’ATM o sulla base del cranio, il canale può essere lesionato per errore. Conseguenze possibili: perdita del gusto, bocca secca cronica o addirittura infiammazioni che si propagano da un distretto all’altro.
  3. Diffusione di infiammazioni e infezioni: un’infezione dell’orecchio medio potrebbe “viaggiare” verso l’articolazione della mandibola (e viceversa) proprio grazie a questo passaggio. Capirlo meglio aiuta a spiegare certi casi di otite che non guariscono o di problemi mandibolari che peggiorano con un raffreddore.

Il valore della ricerca: dal passato al futuro

Gli autori hanno fatto un lavoro da “detective anatomico”: hanno ripercorso la storia degli eponimi (chi era davvero Huguier? E Civinini?), hanno confrontato l’anatomia umana con quella di altri mammiferi e hanno sottolineato come questo canale sia un “fossile vivente” dell’evoluzione dell’orecchio medio dai primi tetrapodi.

In un’epoca in cui la medicina si concentra sempre più su tecnologie ad alta risoluzione (TAC 3D, endoscopia, robotica), riscoprire e rivalutare una struttura “vecchia” di 200 anni diventa fondamentale. Conoscere meglio il canale petrotimpanico significa operare in modo più sicuro, diagnosticare con maggiore precisione e, soprattutto, comprendere meglio il nostro corpo come un sistema integrato, non come pezzi separati.

Un piccolo canale che sembrava irrilevante si rivela invece un vero e proprio “autostrada” nervosa e vascolare tra l’orecchio e la mandibola. Questo studio non solo fa chiarezza su un punto di anatomia finora confuso, ma apre la porta a nuove ricerche cliniche che potrebbero migliorare la qualità della vita di migliaia di persone che soffrono di dolori orecchio-mandibola senza una spiegazione chiara.

L’immagine mostra un cranio umano in vista frontale, con un’illuminazione che evidenzia la fissura petrotimpanica (fissura di Glaser). Nei dettagli (b e c) si vedono i principali forami vicini: fossa mandibolare, forame ovale, stilomastoideo e canale carotideo. L’ingrandimento (d) mostra chiaramente il piccolo canale di Civinini/Huguier all’interno della fissura.

I due crani provengono dal Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Università di Firenze.
The petrotympanic canal (Huguier canal): Evolutionary, anatomical, and medical perspectives.

Anatomia della Musica

Neuroscienze, movimento ed esperienza motoria
Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Francesco Cappello, Ferdinando Paternostro, Gregorio Oxilia, Antonino Marcello Pilia, Youcanprint 2026

C’è un momento, nella storia della conoscenza, in cui discipline lontane smettono di parlarsi da estranee e iniziano a riconoscersi come parti di un unico sistema. È in questo spazio, ancora poco esplorato, che nasce Anatomia della Musica: un’opera che porta la musica nel corpo e il corpo nella musica, fino a renderli inseparabili.

Per lungo tempo, la musica è stata interpretata come espressione estetica, linguaggio culturale, forma d’arte capace di attraversare epoche e civiltà. L’anatomia, al contrario, ha seguito il percorso della descrizione rigorosa delle strutture, dell’analisi morfologica, della comprensione funzionale del corpo umano. Due territori solidi, ricchi, ma raramente sovrapposti in modo sistematico. Questo libro introduce una prospettiva diversa: la musica come funzione biologica integrata, radicata nella struttura stessa dell’organismo umano.

Il punto di partenza appare semplice e, proprio per questo, rivoluzionario: ogni esperienza musicale prende forma nel corpo. L’ascolto, l’esecuzione, il canto attivano simultaneamente sistemi sensoriali, motori, cognitivi ed emotivi. Il suono emerge da una catena complessa di eventi che coinvolgono la respirazione, il movimento, la postura, la memoria e la previsione. In questa visione, il corpo assume il ruolo di protagonista assoluto, luogo originario in cui la musica si organizza e acquista significato.

L’originalità dell’opera risiede nella capacità di costruire una vera e propria architettura anatomico-funzionale della musica. Ogni capitolo guida il lettore attraverso un percorso coerente e progressivo: dalle basi dell’integrazione multisensoriale fino alle dinamiche neurofisiologiche più sofisticate. Gli strumenti musicali vengono riletti alla luce delle richieste che impongono al corpo: la mano che modula le corde, il respiro che diventa sorgente sonora, il ritmo che si incarna nel movimento globale, la dissociazione digitale che rende possibile la polifonia. In questo modo, la classificazione tradizionale degli strumenti lascia spazio a una nuova mappa, costruita a partire dalle strategie corporee necessarie alla loro esecuzione.

Questa prospettiva consente di osservare fenomeni noti con uno sguardo completamente rinnovato. Il violinista appare come un sistema di coordinazione fine tra le due mani, il pianista come un modello avanzato di dissociazione bimanuale e di anticipazione visuomotoria, il percussionista come espressione pura del tempo biologico, capace di trasformare il corpo in un metronomo vivente. Il cantante, infine, rappresenta la forma più intensa di integrazione: il corpo stesso diventa strumento, in perfetta continuità tra funzione vitale ed espressione sonora.

Uno degli aspetti più affascinanti del volume riguarda la dimensione predittiva del sistema nervoso. La musica viene descritta come un atto anticipatorio: il cervello costruisce modelli interni, prevede sequenze, organizza il gesto prima ancora che il suono si manifesti. Il tempo musicale si rivela profondamente legato ai meccanismi biologici del movimento e della percezione, offrendo una chiave di lettura privilegiata per comprendere la complessità del comportamento umano.

Accanto a questa ricchezza teorica, emerge una scelta didattica di grande forza: l’assenza di immagini. Il testo invita il lettore a un coinvolgimento attivo, stimola la costruzione mentale delle strutture, favorisce un dialogo continuo con l’atlante anatomico. In un contesto culturale dominato dalla sovrabbondanza visiva, questa impostazione restituisce centralità alla parola e al pensiero, trasformando la lettura in un esercizio di consapevolezza e rigore.

Il valore di Anatomia della Musica si misura anche nella sua capacità di parlare a pubblici diversi. Lo studente di medicina trova un terreno concreto in cui osservare l’anatomia in azione; il musicista scopre la dimensione biologica del proprio gesto; il ricercatore individua un modello integrato di straordinaria complessità; il lettore appassionato entra in contatto con una nuova visione del corpo e del suono. L’opera costruisce un ponte tra saperi, mostrando come la comprensione profonda della musica passi attraverso la conoscenza del corpo che la genera.

Nel panorama editoriale contemporaneo, questo libro si colloca come una proposta autenticamente originale. Introduce un linguaggio nuovo, capace di coniugare precisione scientifica e forza evocativa, e apre un campo di riflessione destinato a sviluppi futuri in ambito didattico, clinico e artistico. La musica emerge come una delle espressioni più complete della biologia umana, una funzione che integra sistemi diversi in un’unica esperienza dinamica.

Alla fine della lettura, resta una consapevolezza chiara e profonda: ogni suono porta con sé il segno del corpo che lo ha generato. Ogni gesto musicale racconta una struttura, una funzione, una relazione. In questa prospettiva, la musica si rivela per ciò che realmente è: una forma di anatomia vivente, capace di rendere visibile, attraverso il suono, la straordinaria complessità dell’essere umano.

Coopertina del libro Anatomia della Musica

ANATOMIA DELLA MUSICA
Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Francesco Cappello, Ferdinando Paternostro, Gregorio Oxilia, Antonino Marcello Pilia
EBOOK YOUCANPRINT 2026
ISBN: 9791224074137
Pagine: 84

NERVI CRANICI E ATM: una prospettiva anatomica e settoria

L’Anatomia del distretto cranio-cervico-facciale rappresenta un sistema altamente organizzato in cui strutture nervose, muscolari, articolari e vascolari operano in modo coordinato per sostenere funzioni complesse quali sensibilità, motricità, espressione, masticazione e integrazione sensoriale.

In questo contesto si inserisce il volume “Nervi Cranici e Articolazione Temporo-Mandibolare: Una Prospettiva Anatomica e Settoria”, che ho curato con la Prof.ssa Immacolata Belviso, che propone una lettura sistematica e tridimensionale dell’anatomia cranio-facciale attraverso un approccio integrato tra neuroanatomia, dissezione e applicazione clinica.

Il percorso prende avvio dall’encefalo, analizzato nelle sue principali componenti: telencefalo, diencefalo, tronco encefalico e cervelletto, fornendo le basi strutturali e funzionali necessarie per comprendere l’origine e l’organizzazione dei nervi cranici, includendo aspetti fondamentali quali vascolarizzazione, meningi e sistema ventricolare cerebrale, elementi che definiscono il contesto anatomico entro cui i nervi cranici si sviluppano e si distribuiscono.

La trattazione dei dodici nervi cranici segue uno schema rigoroso e coerente che comprende l’origine reale e apparente, i forami di emergenza, il decorso intracranico ed extracranico, i rami, i territori di distribuzione, i componenti funzionali e le implicazioni cliniche, offrendo una visione integrata tra morfologia e funzione e facilitando l’applicazione delle conoscenze nella pratica.

Un ruolo centrale viene attribuito al nervo trigemino e al nervo faciale, che rappresentano i principali sistemi di integrazione sensitivo-motoria del volto: il trigemino come principale via della sensibilità somatica e componente motoria dei muscoli masticatori attraverso il ramo mandibolare, organizzato nelle tre branche oftalmica, mascellare e mandibolare che definiscono una precisa mappa territoriale, e il faciale come sistema motorio dei muscoli mimici con componenti sensitive e parasimpatiche, caratterizzato da un decorso complesso attraverso la ghiandola parotide e da una distribuzione terminale di grande rilevanza clinica.

L’approccio dissettivo costituisce un elemento metodologico fondamentale del volume, guidando il lettore nell’identificazione dei punti di repere superficiali, nell’accesso ai piani fasciali, nell’isolamento delle strutture nervose e nel riconoscimento dei rapporti anatomici, sviluppando una competenza spaziale tridimensionale essenziale per l’attività clinica e chirurgica.

L’articolazione temporo-mandibolare viene analizzata nella sua complessità morfologica e funzionale attraverso lo studio delle superfici articolari, del disco, della capsula, dei legamenti, della vascolarizzazione e dell’innervazione, evidenziando la sua natura di sistema articolare specializzato caratterizzato da movimenti combinati di rotazione e traslazione e da una stretta integrazione con il sistema neuromuscolare e con il nervo trigemino.

La muscolatura masticatoria, massetere, temporale, pterigoideo mediale e laterale, viene descritta in termini di origine, inserzione, rapporti, innervazione, vascolarizzazione e funzione, delineando un sistema biomeccanico coordinato che garantisce la dinamica mandibolare e la stabilità articolare.

L’intero impianto del testo si fonda su un’integrazione costante tra Anatomia descrittiva, osservazione al tavolo settorio e applicazione clinica, offrendo uno strumento di elevato valore per medici, fisioterapisti, osteopati, odontoiatri e specialisti dell’area cranio-facciale, con un orientamento diretto alla valutazione, alla pianificazione terapeutica e alla pratica interventistica.

I contenuti multimediali e i video di dissezione ampliano ulteriormente l’efficacia didattica, favorendo lo sviluppo di una rappresentazione tridimensionale accurata delle strutture e di un’immediata trasferibilità delle conoscenze nella pratica professionale. Il volume integra struttura e funzione in un sistema coerente e operativo, offrendo una visione avanzata dell’Anatomia come disciplina applicata e orientata alla clinica.

NERVI CRANICI E ATM: UNA PROSPETTIVA ANATOMICA E SETTORIA
Autori: Ferdinando Paternostro, Immacolata Belviso
Impaginazione, grafica e montaggio video: Ester Galli
Editore: PhisioVit Srl
ISBN: 9791224325802
Pagine: 126
ECM: Si

Il giallo del tessuto adiposo: uno dei pochi colori “veri” dell’Anatomia

All’inizio di ogni Anatomy Lab, quando prepariamo gli studenti a entrare in sala settoria, diciamo sempre una cosa che spesso li sorprende. Molti dei colori che vedono nelle tavole anatomiche sono inevitabilmente convenzionali: il rosso brillante delle arterie, il blu delle vene, il rosa dei muscoli. Sono colori utili per studiare, ma non sempre corrispondono esattamente alla realtà.
Uno dei pochi colori che, invece, appare sorprendentemente simile a quello delle tavole anatomiche è il giallo del tessuto adiposo.

Quando gli studenti osservano per la prima volta il corpo umano durante la dissezione, il grasso sottocutaneo o viscerale mostra davvero quella tonalità giallo-avorio che ricorda molto le rappresentazioni dei manuali di anatomia. Non è una scelta artistica casuale: quel colore ha una spiegazione biologica precisa.

Il tessuto adiposo è composto da cellule specializzate, gli adipociti, che accumulano grandi gocce di lipidi, soprattutto trigliceridi. In questi lipidi tendono a dissolversi e a depositarsi alcune molecole pigmentate provenienti dalla dieta, i carotenoidi. I carotenoidi sono pigmenti naturali presenti in molti vegetali – carote, zucca, pomodori, verdure a foglia verde – e sono liposolubili, cioè si sciolgono nei grassi. Proprio per questa caratteristica vengono facilmente immagazzinati nel tessuto adiposo, conferendogli la tipica colorazione giallastra.

Un secondo fattore contribuisce a rendere evidente questo colore: il tessuto adiposo è relativamente poco vascolarizzato rispetto a muscoli o organi parenchimatosi. Ciò significa che il colore del sangue non domina visivamente il tessuto, e quindi emergono di più le tonalità dei lipidi e dei pigmenti che contiene.

Il risultato è quella tonalità giallo chiaro, talvolta giallo dorato, che gli studenti imparano subito a riconoscere durante le dissezioni. È un piccolo dettaglio, ma ha anche un valore didattico: ricorda che il corpo umano non è fatto solo di strutture e relazioni anatomiche, ma anche di chimica, metabolismo e dieta.

Il colore del grasso negli animali cambia soprattutto per dieta, metabolismo e specie.

Nel bovino il grasso è spesso giallastro perché questi animali accumulano molti carotenoidi dell’erba, che restano nel tessuto adiposo.
Nel maiale e in molti altri mammiferi il grasso è più bianco, perché il loro metabolismo trasforma e degrada meglio questi pigmenti.
Nel pollo il grasso può essere giallo, perché i carotenoidi della dieta si accumulano facilmente nei lipidi.
Nei pesci, invece, il grasso può avere tonalità diverse (giallo o rosato) per la presenza di pigmenti come astaxantina e altri carotenoidi presenti negli organismi marini di cui si nutrono.

Così, quando all’inizio dell’Anatomy Lab parliamo del “giallo vero” del tessuto adiposo, non stiamo solo preparando gli studenti alla dissezione. Stiamo mostrando loro uno dei primi esempi di come l’anatomia macroscopica sia inseparabile dalla biologia molecolare e dalla fisiologia: anche un semplice colore racconta una storia di metabolismo, nutrizione e struttura dei tessuti.

Pedoni, strisce e buon senso: ciò che dice il Codice della Strada (e ciò che potrebbe salvarci la vita)

In Italia esiste una convinzione diffusa quanto pericolosa: sulle strisce pedonali il pedone può fare qualunque cosa e l’automobilista ha sempre torto. In realtà il Codice della Strada è molto più equilibrato — e molto più esigente — nei confronti di chi si muove a piedi. Il pedone non è un soggetto “sacro e intoccabile”, ma un utente della strada con diritti e precisi doveri.

Cosa prevede il Codice della Strada

L’articolo 190 stabilisce le regole fondamentali per i pedoni.

Il principio generale è semplice: il pedone deve usare marciapiedi, banchine o spazi a lui riservati. Solo in assenza di questi può camminare sul margine della carreggiata, preferibilmente contromano rispetto al senso di marcia dei veicoli, per vedere arrivare il pericolo.

Per quanto riguarda l’attraversamento:

  • Se esistono strisce pedonali nel raggio di circa 100 metri, il pedone deve utilizzarle
  • Se non esistono, può attraversare in altro punto, ma solo con la massima prudenza e perpendicolarmente alla strada
  • Non deve creare intralcio o pericolo ai veicoli
  • Non deve sostare o indugiare inutilmente sulla carreggiata

In altre parole: le strisce non sono un palcoscenico su cui esibirsi, ma un corridoio di sicurezza da percorrere con decisione.

L’articolo 191, invece, impone ai conducenti di dare la precedenza ai pedoni che stanno attraversando o si accingono ad attraversare sulle strisce. Ma anche qui la legge presuppone che il pedone si comporti in modo prevedibile e prudente.

Gli attraversamenti “creativi” (e pericolosi)

La realtà urbana offre quotidianamente scene che nessun legislatore avrebbe il coraggio di immaginare.

C’è il pedone diagonale, che attraversa come se tagliasse un campo di grano. C’è quello meditativo, che si ferma esattamente al centro delle strisce per consultare lo smartphone o riflettere sul senso della vita. C’è il pedone indeciso, che cambia direzione di colpo con una rotazione degna di un ballerino contemporaneo.

Particolarmente rischiosa è la pratica di “testare” il traffico facendo avanzare per primo il passeggino o la carrozzina, come se fosse una sonda umana. Il Codice non lo dice esplicitamente, ma il buon senso sì: prima si guarda, poi si attraversa, tutti insieme.

Il problema di fondo è l’imprevedibilità. Chi guida ha bisogno di anticipare il comportamento degli altri utenti della strada. Quando questo comportamento diventa erratico, la sicurezza crolla.

Una proposta semplice: il gesto della mano alzata

Una possibile soluzione, già adottata in modo informale in alcuni Paesi, potrebbe essere l’introduzione di un gesto standardizzato: alzare un braccio quando si intende attraversare sulle strisce.

Non un saluto regale né una richiesta disperata di soccorso, ma un segnale chiaro e visibile che comunichi:
“Sto per attraversare, rallenta.”

I vantaggi sarebbero evidenti:

  • aumenta la visibilità del pedone
  • rende esplicita l’intenzione di attraversare
  • concede al conducente il tempo di frenare in sicurezza
  • riduce gli attraversamenti improvvisi
  • responsabilizza entrambe le parti

Sarebbe, in sostanza, l’equivalente pedonale dell’indicatore di direzione per i veicoli.

Attraversare bene è un atto di civiltà

Attraversare la strada non è un diritto assoluto ma un’interazione sociale ad alto rischio. Richiede attenzione, rispetto reciproco e una dose minima di disciplina.

Il pedone prudente:

  • si ferma prima delle strisce
  • verifica che i veicoli stiano rallentando
  • attraversa in modo perpendicolare e continuo
  • evita soste o cambi di direzione improvvisi
  • mantiene il contatto visivo con chi guida

In compenso, chi guida ha l’obbligo morale e giuridico di rallentare sempre in prossimità delle strisce e di fermarsi quando necessario.

Per concludere…

Attraversare la strada è uno dei gesti più quotidiani che compiamo, e proprio per questo uno dei più sottovalutati. Eppure, in quei pochi secondi si incontrano vulnerabilità assoluta e potenza meccanica, distrazione e responsabilità, diritto e prudenza. Il Codice della Strada non protegge il pedone perché è onnipotente, ma perché è fragile — e la fragilità richiede collaborazione, non arroganza.

Un semplice gesto come alzare il braccio prima di attraversare potrebbe trasformare un atto improvviso in un’azione comunicata, visibile, condivisa. Non è sottomissione all’automobile, ma civiltà reciproca: io segnalo, tu rallenti, entrambi torniamo a casa.

Forse la sicurezza stradale non dipende solo da nuove leggi o tecnologie, ma dal recupero di un principio antico quanto la convivenza umana: farsi capire prima di pretendere di essere rispettati.

Perché sulle strisce non vince chi ha ragione. Vince chi si vede, chi prevede, chi coopera. E se per farlo basta alzare una mano — non per salutare, non per sfidare, ma per dire “eccomi” — allora è probabilmente uno dei gesti più semplici e intelligenti che possiamo reimparare.

Arco bovino: variante dell’arco aortico tra anatomia, storia e significato clinico

Le varianti anatomiche dell’arco aortico rappresentano da sempre un ambito di grande interesse per l’anatomia clinica, la radiologia e la chirurgia vascolare. Tra queste, la configurazione comunemente definita arco bovino è una delle più frequenti e, al contempo, fraintesa.

Da molti anni mi occupo in modo continuativo dello studio delle varianti dell’arco aortico, sia dal punto di vista anatomico che clinico, con particolare attenzione alla loro rilevanza pratica. Questo interesse si riflette sia nella mia attività di ricerca sia nella didattica, dove le varianti non vengono trattate come eccezioni, bensì come parte integrante dell’anatomia umana.

Nel video YouTube inserito in questo articolo è possibile osservare in modo immediato come si presenta l’arco bovino dal punto di vista anatomico e comprendere perché questa configurazione ha un significato concreto nella pratica clinica quotidiana.

Cos’è l’arco bovino: definizione anatomica

Con il termine arco bovino si indica una variante dell’arco aortico umano caratterizzata da un’origine comune del tronco brachiocefalico e della carotide comune sinistra, oppure dalla nascita della carotide comune sinistra direttamente dal tronco brachiocefalico.

Questa configurazione differisce dall’anatomia “classica”, in cui dall’arco aortico originano separatamente:

  1. tronco brachiocefalico
  2. carotide comune sinistra
  3. arteria succlavia sinistra

L’arco bovino non è una rarità: studi anatomici e radiologici indicano una prevalenza che può raggiungere il 20–25% della popolazione, rendendolo una delle varianti più comuni tra i rami epiaortici.

Varianti dell’arco aortico e rilevanza clinica

La presenza di un arco bovino modifica la geometria dei vasi epiaortici e può influenzare:

  • la dinamica dei flussi ematici
  • l’accesso endovascolare
  • la pianificazione chirurgica
  • l’esecuzione di procedure di radiologia interventistica

Per il chirurgo, il radiologo e il clinico, riconoscere una variante dell’arco aortico non è un dettaglio descrittivo, ma un elemento che incide sulla sicurezza e sull’efficacia delle procedure. In questo senso, l’arco bovino rappresenta un esempio paradigmatico di come la conoscenza delle varianti anatomiche costituisca un aspetto essenziale della medicina moderna.

La nostra esperienza e la letteratura scientifica

L’interesse per le varianti dell’arco aortico ha accompagnato costantemente il mio percorso di ricerca. Questo lavoro si è concretizzato anche in studi di ampio respiro, tra cui un’analisi pubblicata sull’Italian Journal of Anatomy and Embryology che ha valutato la prevalenza e la distribuzione delle principali varianti dell’arco aortico in una popolazione estremamente ampia.

L’articolo (consultabile qui: https://oajournals.fupress.net/index.php/ijae/article/view/1692) sottolinea che le varianti non debbano essere considerate anomalie marginali, bensì configurazioni anatomiche ricorrenti, con implicazioni dirette nella pratica clinica e nella formazione dei professionisti sanitari.

Perché “arco bovino”? Origine del termine e storia anatomica

Il termine arco bovino ha un’origine storica e descrittiva. Non indica una reale identità anatomica con l’arco aortico dei bovini, ma nasce da un’analogia visiva con alcune configurazioni osservate negli animali da allevamento, in cui i grandi vasi emergono da un tronco comune.

Questa analogia va letta nel contesto dell’anatomia comparata, disciplina che ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’anatomia moderna. Già nel Rinascimento, Leonardo da Vinci studiava il cuore e i grandi vasi mediante dissezioni sia umane sia animali, tra cui cuori bovini, utilizzandoli come modello per comprendere la funzione e la meccanica cardiovascolare.

Nei suoi disegni e appunti anatomici, Leonardo non si limitava a descrivere la forma, ma cercava di cogliere le relazioni strutturali e funzionali tra i vasi, anticipando di secoli il concetto moderno di variabilità anatomica. Anche se il termine “arco bovino” è successivo, l’approccio comparativo leonardesco costituisce una delle radici culturali di questa nomenclatura.

Anatomia delle varianti: una conoscenza necessaria

L’arco bovino dimostra in modo chiaro che l’anatomia umana non è un modello rigido, ma un sistema variabile, adattivo, complesso. Insegnare e studiare le varianti anatomiche significa preparare il medico reale, non quello ideale.

La dissezione, l’imaging e lo studio comparato restano strumenti insostituibili per comprendere queste differenze. È proprio in questa integrazione tra anatomia classica, varianti e applicazioni cliniche che l’anatomia mantiene oggi la sua piena attualità.

L’arco bovino non è una curiosità terminologica né una rarità occasionale. È una delle varianti più frequenti dell’arco aortico umano, con implicazioni pratiche che si estendono alla chirurgia, alla radiologia e alla medicina clinica.

Studiare, riconoscere e descrivere correttamente le varianti dell’arco aortico significa fare anatomia nel senso più autentico del termine: un’anatomia al servizio della comprensione, della sicurezza e della responsabilità clinica.

L’Anatomia che sorprende ancora: perché una variante rara può salvare una vita

Fagni, N.; Livi, L.; Bucciarelli, F.; Giardino, F.R.; Cuomo, R.; Paternostro, F.; Belviso, I.; Branca, J.J.V.
The Superior Trajectory of the Lingual Artery over the Hypoglossal Nerve: A Morphological Case Report and Focused Review of Neurovascular Inversion in the Carotid Triangle
J. Vasc. Dis. 20265, 4. https://doi.org/10.3390/jvd5010004

Per molti, l’Anatomia è una scienza conclusa, già interamente descritta e fissata nei manuali. Eppure, chi lavora davvero sul corpo umano, in sala operatoria o in laboratorio di dissezione, sa che l’Anatomia continua a parlare, a sorprendere, a mettere in discussione certezze apparentemente consolidate. È proprio da una di queste sorprese che nasce una recente ricerca anatomica di grande valore scientifico e clinico.

Lo studio documenta una variante estremamente rara del decorso dell’arteria linguale, che, in questo caso, incrocia superiormente il nervo ipoglosso all’interno del triangolo carotideo. Si tratta di una vera e propria inversione neurovascolare che modifica relazioni considerate classiche e affidabili nella chirurgia del collo e del pavimento orale.

Nella pratica clinica l’Anatomia non è mai un sapere teorico, ma una mappa di sicurezza. Chirurghi otorinolaringoiatri, maxillo-facciali, vascolari, plastici, radiologi interventisti e odontoiatri si affidano quotidianamente a rapporti anatomici ben definiti per orientarsi nello spazio operatorio, evitare sanguinamenti e proteggere nervi fondamentali per funzioni delicate come la parola e la deglutizione. Questa ricerca dimostra chiaramente che anche i punti di riferimento più consolidati possono, in rari casi, non essere affidabili.

In condizioni normali, l’arteria linguale decorre inferiormente al nervo ipoglosso. Nel caso descritto, invece, questa relazione è completamente invertita. Il risultato è la creazione di una zona anatomica in cui un gesto chirurgico abituale può diventare improvvisamente rischioso, esponendo il paziente a sanguinamenti inattesi, difficili da controllare, o a danni del nervo ipoglosso con possibili conseguenze sulla motilità della lingua.

Il valore dello studio non è soltanto descrittivo. Il messaggio che emerge è forte e attuale: non esiste un’Anatomia standard valida per tutti. In un’epoca in cui la chirurgia tende sempre più verso approcci mini-invasivi, transorali e robotici, con campi operatori limitati e margini di errore ridotti, la variabilità anatomica diventa un fattore critico per la sicurezza. Una variante non riconosciuta può trasformare una procedura routinaria in una complicanza evitabile.

Questa ricerca richiama l’attenzione sulla necessità di mantenere uno sguardo anatomico critico anche nell’interpretazione degli esami di imaging e di non affidarsi automaticamente a schemi prefissati. La conoscenza tridimensionale dei rapporti tra vasi, nervi e piani muscolari rimane uno strumento insostituibile per una chirurgia davvero consapevole.

Un altro elemento di grande rilievo riguarda il metodo. Questa variante non è stata individuata grazie a una sofisticata tecnologia di imaging, bensì attraverso un’accurata dissezione cadaverica, svolta in ambito didattico. È una dimostrazione concreta di come i laboratori di Anatomia non siano soltanto luoghi di formazione, ma anche spazi autentici di scoperta scientifica. La dissezione permette di cogliere rapporti sottili, contatti neurovascolari e dettagli topografici che spesso sfuggono anche alle migliori indagini radiologiche.

In definitiva, questa ricerca ci ricorda che l’Anatomia non è una disciplina statica né un sapere del passato. È una scienza viva, profondamente intrecciata con la sicurezza del paziente e la qualità dell’atto medico. Ogni variante descritta non rappresenta una semplice curiosità accademica, ma un potenziale strumento di prevenzione del rischio, un passo in più verso una medicina più attenta, consapevole e rispettosa della complessità del corpo umano.

Fagni, N.; Livi, L.; Bucciarelli, F.; Giardino, F.R.; Cuomo, R.; Paternostro, F.; Belviso, I.; Branca, J.J.V.
The Superior Trajectory of the Lingual Artery over the Hypoglossal Nerve: A Morphological Case Report and Focused Review of Neurovascular Inversion in the Carotid Triangle
J. Vasc. Dis. 20265, 4. https://doi.org/10.3390/jvd5010004