LA CAREZZA A BABBO NATALE


Non voleva partire, quella sera, Babbo Natale.

Il sacco con i doni era pieno, la slitta tirata a lucido, le renne strigliate, pelo a pelo, e ogni renna montava un campanellino nuovo. Gli Elfi avevano fatto proprio un buon lavoro, paziente e certosino, come ogni anno.

Sulla terra cominciava a imbrunire e scendevano le prime ombre della notte, quella più magica dell’anno, eppure Babbo Natale non voleva decidersi a partire. Girava a vuoto per la stanza inventandosi di tutto: riallacciava gli stivali, pettinava la barba ordinatissima, apriva la cintura… per richiuderla sempre sullo stesso buco; accendeva e spegneva le luci dell’albero a ritmo di “Jingle Bells”, che oramai risuonava nell’aria da una buona mezz’ora, da quando cioè era prevista l’ora della sua partenza per la Terra. Sentiva che in quella notte mancava qualcosa e che per questo il suo lungo viaggio non sarebbe stato lo stesso di sempre: presentimento, sesto senso… non si era mai sentito così in vita sua e per la prima volta era un po’ malinconico.
Gli bussarono alla porta: era Jorg, l’Elfo più anziano: “Babbo Natale, che succede, non ti senti bene?”…gli dette una pacca sulle spalle e alla fine lo convinse, di malavoglia, a partire.

Ecco la Notte: amava annusare l’aria di dicembre. Scendendo da nord c’era prima l’odore del ghiaccio di mare, poi quello degli arbusti delle tundre, dei boschi di conifere. Poi le case; qui i profumi diventavano di legno di camino e ciambelle appena sfornate … aveva con gli anni imparato ad apprezzare anche i profumi delle città, soprattutto quando tra i miasmi di fabbriche e benzine sentiva la vaniglia delle camerette dei bambini, che lo invocavano a gran voce, giuravano di essere stati buoni tutto l’anno, chiedendogli i regali più semplici e fantasiosi.

Un camino dopo l’altro, un albero dopo l’altro, un bimbo dopo l’altro … “È un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare”, si disse Babbo Natale per strapparsi un sorriso e in quell’attimo si rese conto di essere un po’ solo e che da sempre, in quella notte magica, nessuno aveva mai pensato a lui.
Continuava il suo viaggio e ovunque scorgeva distintamente, accanto a ogni uomo, donna, vecchio o bambino del pianeta, un Angelo; ognuno aveva il suo e ogni Angelo accompagnava gli uomini, le donne, i bambini e i vecchi nel loro cammino, proteggendoli, certo, ma più spesso facendoli sorridere. Si fermò e capì, in un attimo, perché talvolta gli Uomini sorridono senza motivo, come a rincorrere un pensiero felice: è la carezza del loro Angelo.

Allora Babbo Natale cominciò con agitazione anzi con foga crescente a cercare il suo: rovistava in tutti i presepi delle case, delle chiese, nei grandi negozi che stavano chiudendo, nei libri delle biblioteche, nei racconti e nelle poesie .. cercava una traccia, un indizio. Non sarebbe ripartito, quella notte, dalla terra senza il suo Angelo.

A un certo punto sentì, nel coro delle voci che lo invocavano (che cominciavano a sembrargli querule e petulanti), una voce sottile ma ferma… di bimba, sicuramente… che diceva: “Babbo Natale, ti voglio bene!”
Corse in quella direzione e la trovò.

Non alta ancora, ma sottile come un ramo giovane, con i capelli scuri che le cadevano sugli occhi senza mai stare davvero in ordine. Aveva lo sguardo curioso di chi osserva il mondo come se fosse sempre la prima volta: occhi grandi, castani e profondi, capaci di cambiare colore a seconda della luce e delle emozioni, come l’acqua quando riflette il cielo.

Sorrideva con timidezza, un sorriso non costruito, di quelli che arrivano prima delle parole e restano anche dopo. Aveva mani piccole, sempre in movimento, come se volessero toccare tutto per capire meglio. C’era in lei una dolcezza naturale, non appresa, una fiducia istintiva che faceva venire voglia di proteggerla senza sapere perché.

Era una bambina che sembrava portare già dentro tutto: delicatezza, intelligenza, eleganza, forza, immaginazione.

Babbo Natale, voglio venire con te.”

Babbo Natale parcheggiò le renne in doppia fila,  scese dalla slitta, poggiò a terra il sacco dei regali, si tolse il cappello e la bimba gli fece una carezza; in quell’istante cominciò a sentirsi diverso … prima gli scomparve la lunga barba bianca, poi il pancione, adesso i vestiti addosso gli stavano larghi e lunghi, la pelle delle mani tornava liscia … in un istante e si ritrovò bambino… si avvicinò, le dette un bacino in fronte e disse “vengo io con te”.

Da quel Natale tutti i genitori e i nonni della terra furono costretti, loro, a comprare e comprarsi i regali, qualcuno travestendosi da Babbo Natale, per continuare la tradizione e cercare di rendersi felici.

Il corpo umano come l’Universo: la sorprendente architettura frattale della vita

Dalle galassie ai vasi sanguigni, dalle nebulose agli alveoli polmonari: la stessa geometria governa il cosmo e il nostro corpo. È la geometria frattale, una firma nascosta dell’organizzazione della natura.

Quando osserviamo il cielo stellato, vediamo un ordine che nasce dal caos: galassie che si ripetono in strutture sempre più grandi, filamenti cosmici che si intrecciano come una gigantesca ragnatela. Ma lo stesso tipo di organizzazione esiste anche dentro di noi. Il corpo umano, a ogni livello — macroscopico, microscopico e molecolare — obbedisce alle stesse leggi di autosimilarità e di complessità organizzata che regolano l’Universo.

Questa legge ha un nome: frattalità.

Che cos’è un frattale?

Un frattale è una struttura geometrica che ripete la propria forma su scale diverse. In altre parole, osservando un frattale da lontano o da vicino, ritroviamo lo stesso schema. Una costa marina, una felce, una nuvola, una galassia: tutte queste strutture appaiono irregolari, ma seguono regole matematiche precise.

Nel 1975 il matematico Benoît Mandelbrot dimostrò che la natura non ama le forme perfettamente euclidee (sfere, cubi, cilindri), bensì quelle frattali, capaci di ottimizzare lo spazio, gli scambi energetici e la resistenza meccanica.

Ed è proprio questa geometria che ritroviamo nel corpo umano.

Il corpo umano: una perfetta macchina frattale

1. Sistema vascolare: il fiume dentro di noi

Le arterie si ramificano in arteriole, che a loro volta si ramificano in capillari, con una struttura che si ripete sempre uguale. Questo permette di:

  • Massimizzare la superficie di scambio.
  • Ridurre il consumo energetico del cuore.
  • Distribuire uniformemente ossigeno e nutrienti.

È lo stesso principio con cui un grande fiume si divide in affluenti sempre più piccoli, oppure con cui i filamenti dell’Universo trasportano materia tra le galassie.

2. Alberi respiratori e alveoli: l’aria come una galassia

I bronchi si dividono in bronchioli, che a loro volta si dividono in dotti alveolari, fino agli alveoli: minuscole “stelle” biologiche dove avviene lo scambio gassoso.

Se gli alveoli fossero disposti in modo regolare, non basterebbero mai a garantire l’ossigenazione. Grazie alla struttura frattale, invece:

  • La superficie respiratoria dell’uomo è compresa tra 70 e 100 m².
  • Il flusso dell’aria resta efficiente anche a bassi volumi.

Un’espansione cosmica in miniatura.

3. Sistema nervoso: una rete come l’Universo

I neuroni si ramificano con dendriti sempre più piccoli, secondo un’architettura frattale che consente:

  • Massima connettività con minimo volume.
  • Velocità di trasmissione ottimizzata.
  • Grande resilienza ai danni localizzati.

La rete neuronale ricorda sorprendentemente la struttura a filamenti del cosmo, in cui vuoti e nodi si alternano in un equilibrio dinamico.

4. Ossa e muscoli: frattali anche nella biomeccanica

Non solo vasi e nervi: anche osso e muscolo sono frattali.

  • La trabecolatura ossea segue linee di forza che si ripetono a diverse scale.
  • I fascicoli muscolari si organizzano in unità autosimili che conferiscono forza, elasticità e precisione.

Dal punto di vista biomeccanico, questa geometria consente:

  • Distribuzione uniforme dei carichi.
  • Assorbimento ottimale degli stress.
  • Adattamento continuo agli stimoli meccanici.

È la stessa logica con cui le galassie distribuiscono masse enormi mantenendo la stabilità.

A conferma scientifica di questa visione, una recente e autorevole revisione pubblicata su Clinical Anatomy da Belviso, Branca, Guarnieri, Morelli, Pacini, Della Posta, Ribatti e Paternostro (2025, DOI: 10.1002/ca.70052) ha dimostrato che l’organizzazione frattale è una caratteristica costante di numerosi organi umani — dai polmoni al cuore, dal cervello ai reni, dal fegato alla pelle. Analizzando decenni di letteratura internazionale, gli autori mostrano che la “dimensione frattale” non è solo una curiosità matematica, ma un vero indicatore quantitativo di funzione e malattia: per esempio, nei polmoni è collegata alla gravità dell’ostruzione respiratoria, nei vasi della retina riflette lo stato della microcircolazione sistemica, nel cervello è associata alle capacità cognitive e alla progressione delle malattie neurodegenerative, mentre nell’intestino diminuisce nei processi infiammatori e tumorali. Grazie alle moderne tecniche di imaging e di analisi computazionale, la frattalità emerge oggi come un nuovo linguaggio per descrivere in modo oggettivo la complessità anatomica, aprendo scenari concreti per la diagnosi, il monitoraggio clinico e la medicina del futuro.

Il principio universale: massima efficienza con minimo dispendio

Il frattale non è solo una “forma bella”: è una soluzione funzionale. In biologia esso serve a:

  • Ridurre il consumo energetico.
  • Aumentare la superficie di scambio.
  • Garantire ridondanza e sicurezza.
  • Favorire l’adattamento e la riparazione.

Lo stesso principio governa:

  • Le leggi dell’idrodinamica nei fiumi.
  • I flussi magnetici solari.
  • La distribuzione della materia nell’Universo.

Il corpo umano, dunque, non è un’eccezione alla legge cosmica: ne è una raffinata espressione.

Frattali e malattia: quando l’ordine si spezza

Oggi la medicina studia la frattalità anche come biomarker diagnostico:

  • La perdita di frattalità nel battito cardiaco è indice di scompenso.
  • L’alterazione frattale del tessuto polmonare indica fibrosi.
  • Nei tumori, il grado di crescita frattale correla con l’aggressività.

La salute, in fondo, è un’armonia frattale. La malattia è una rottura dell’autosimilarità.

Un essere umano fatto della stessa geometria delle stelle

L’idea più affascinante è questa:
non siamo separati dall’Universo. Ne siamo una piccola replica geometrica.

Le stesse leggi matematiche che organizzano:

  • Ammassi di galassie,
  • Nuvole cosmiche,
  • Filamenti di materia oscura,

organizzano anche:

  • I nostri polmoni,
  • Il nostro cuore,
  • Il nostro cervello.

Ogni respiro è una piccola espansione cosmica. Ogni impulso nervoso è un viaggio attraverso una galassia invisibile.

L’uomo, un frattale vivente dell’Universo

Il corpo umano non è una somma di organi, ma una struttura frattale dinamica, in cui ogni parte riflette il tutto. La moderna anatomia, integrata con la biomeccanica, la fisiologia e la matematica, ci mostra che siamo costruiti secondo le stesse leggi che governano le stelle.

Studiare la frattalità significa quindi non solo capire meglio la medicina, ma anche riscoprire il nostro posto nel cosmo: non come spettatori dell’Universo, ma come una sua intima, straordinaria ripetizione.

Le tue labbra … (sono il centro del mondo)

Erick Sola, è il nome d’arte di Federico Sola, originario di Mormanno, in provincia di Cosenza.
Artista musicale ispirato, da adolescente inizia a suonare e a cantare; da ragazzo si trasferisce a Bologna per studiare e dedicarsi completamente alla musica.
Cantautore e chitarrista acustico, ha all’attivo diversi album e singoli tra cui Tipo Reggae (2022), Distante (2021), Dammene ancora un po’ (2023), Forse parlo troppo di me e Hangover (entrambi 2024).

C’è Spotify per ascoltarlo…!

Molto introspettivo, racconta di considerare la musica “come un amico” capace di comprenderlo più di molte persone.
Eick preferisce esibirsi in strada, dove il contatto con il pubblico è diretto e autentico: considera le piazze di Bologna il suo vero palco, un luogo dove ogni emozione arriva “cruda” e immediata. La musica per lui è anche una sorta di terapia personale: dopo un periodo difficile, suonare per le persone è stata una forma di guarigione, trasformando l’arte in dialogo e condivisione.
Nei suoi testi si alternano momenti nostalgici, riflessioni sull’identità, l’incertezza del futuro e un’attitudine libera e spontanea. Il suo stile è spesso descritto come “cantautorato indie pop” con influenze rock e atmosfere emotive e sincere.

Qualche mese fa, per la Donna che amo, ho scritto un testo che mi è subito parso adatto a essere trasformato in canzone. Così è stato, grazie alla musica, all’interpretazione e all’arte di Erick !

C’è una linea dolce che
ti disegna il viso,
come un confine che
mi fa sognare, mi invita a sognare.

Le tue labbra morbide,
sono proprio dove il tempo
si ferma a guardare te
Quando sorridi, il mondo tace,

tutto resta attorno a
Quel tuo gesto lieve.
Io mi perdo e mi ritrovo,
come se il cuore trovasse un sentiero


Le tue labbra
sono il centro del mondo,
dove ogni mio pensiero
torna a casa.
Nel loro disegno
il mio rifugio profondo,
Sai, mi basta
un tuo respiro,
e tutto il resto
scompare pian piano.
Le tue labbra sono il centro del mondo,
e io ci vivo, e io ci rimango.


I tuoi occhi sembrano
un cielo sereno
i capelli danzano intorno al tuo viso
mi accenni un sorriso

La tua voce mi sfiora
lievemente l’anima
è un sussurro dolce che accende il destino,
dove mi perdo ma poi mi avvicino.

Le tue labbra
sono il centro del mondo,
dove ogni mio pensiero
torna a casa.
Nel loro disegno
il mio rifugio profondo


Non c'è distanza che possa spostarmi,
non c'è  spazio e tempo che sappia ingannarmi.
È nel tuo sorriso che trovo il mio nome,
E’ nelle tue labbra che trovo il mio cuore.

Le tue labbra…
sono il centro del mondo.
Per come siamo adesso
Dove tutto è canzone, dove trovo me stesso.

POESIE FAVOLOSE

dalla Prefazione, di Francesco Zanoncelli

“…l’attesa è già amore” fine verso della raccolta magicamente poetica che ho l’onore e l’immenso piacere di commentare.

L’attesa, vissuta nel silenzio dei propri pensieri, la ritengo l’estrema ricerca della parola, che non è mai una fine, piuttosto una condizione sicuramente portatrice di Libertà e di vita. Essa è anche necessità e l’autore lo sa, perché attinge ad una conoscenza in cui il rumore, la cacofonia, la barbarie che tutto pervade, hanno preso il sopravvento. Di conseguenza, alimentando l’incapacità di realizzarlo, questo silenzio diviene un limite insormontabile, a meno che non scaturisca in noi, impellente e violento, il desiderio e il coraggio di approdare alle rive magiche e sconosciute dell’amore.

Oggi siamo in una società che parla troppo o, per eccesso opposto, si chiude nel mutismo, perché, appunto, non conosce il silenzio, per cui raramente accede alle sue pause preziose. Infatti, è proprio grazie a queste che la “parola” diviene canto, poesia, elevato carme. Non a caso, Kavakis, Rilke, Van Gog, parlano del silenzio e della solitudine in maniera sublime, affermando che è proprio questa liturgia interiore che ci darà la capacità di conoscere noi stessi e gli altri, dando ragione al principio secondo cui con le parole, quando divengono poesia, tutto si può raggiungere anche le stelle: queste pagine impresse di “magico amore”, lo dimostrano.

Leggendo il titolo di questa raccolta, un incauto lettore potrebbe male interpretarne il senso: “ma chi si crede di essere questo? Se le poesie sono favolose lo faccia dire ad altri e ponga il suo pensiero nelle mani virtuose di un’umiltà letteraria sempre più rara”.

No!

Quel “favolose” è favoloso, mai termine fu più adatto ai silenzi, alle parole, alle epifanie qui contenute, all’infinita avventura vissuta dai protagonisti, in quanto essi hanno avuto non solo il coraggio e il dono di attingere ad una favola, ma pure la capacità di realizzarla.

Le favole, appunto, quasi per convenzione, iniziano sempre con un “c’era una volta”, ma in questa occasione occorre fare un’eccezione, un necessario strappo alla regola, e pronunciare sommessamente, in quanto si tratta di un volo leggero: “C’è ora!”

Le favole da sempre incantano, ma qui, con armonia, melodia, concertazione, filigrana musicale legata ad un atto poetico fine e coinvolgente, il pentagramma si fa canto, voce e silenzio che sussurra.

“Il silenzio delle parole apre scrigni segreti”, ci narrano i due protagonisti, coinvolti nell’avventura di “Una vicinanza che li allontana”, di un ossimoro che li imprigiona in un incantesimo composto da bagliori e sfumature di luce, in cui le ombre della fata e dell’uomo che scrive, si confondono in una tavolozza pittorica di colori, senza mai comporre l’affresco del loro desiderio.

E ancora: “I nostri occhi hanno fatto l’amore prima della pelle” ci porta su di una spiaggia dorata e calda che evoca il ventre solare della poesia, mentre il suo verticale sorriso è penetrato dal raggio di un verso cantato dal poeta, affinché l’incontro non divenga ancora fuga, ma connubio di sensi, magma ancestrale di un’entità invocata, desiderata, chiamata amore.

Sì, come afferma l’autore, le fate non hanno bacchetta magica, né i poeti voce per ammaliare, ma solo versi per amare, con cui il poeta, ben ispirato da colei che abita magici boschi e cieli eterei, esprime pure il suo coraggio letterario, “avendo l’ardire” di modificare pure un testo che è pietra miliare di una lingua stupenda, il vocabolario, alleggerendo il suo ricco contenuto della congiunzione “se”, per togliere ogni dubbio non solo all’amore, ma  anche assicurare certezze ad una condizione umana che si sorregge spesso su di un precario equilibrio.

Bene.

La meraviglia di queste pagine si riassume in quel lettore che, come un bambino di fronte ad una favola particolare, realizza, ascoltando, che il mordere il cuore di un poeta è il bacio più profondo, più desiderabile.

Che è nel silenzio che si trova il coraggio delle parole aperte all’amore e che pure è terminato il tempo di leggere poesie agli alberi.

Che occorre ritrovare il desiderio di cercare “nella palude delle parole non dette” per recuperare bellezza e che pure nel tenue lume della poesia e dell’amore la notte giunge alla tenerezza dell’alba, aprendo cieli tersi non oppressi da brume.

Che l’amore è distacco, necessaria avventura “anche se mi porta altrove”.
Che il bacio è fatato.
Che al bruco “non servono ali”,
Che esistono gufi parlanti, e rovi e boschi oscuri, fiumi impetuosi, e lisce pietre, e fuochi ed ombre e spiagge dorate baciate dal sole,

Poi, come fiume in piena, le novelle continuano, narrandoci che sulla luna non sono arrivati gli astronauti con un mostro metallico, ma una fata e un poeta, a bordo di una favola che volava con le ali della poesia, realizzando, ancora, che l’amore è Libertà, perché sdogana la coscienza da ogni zavorra che limita il pensiero.

Con “Affida il tuo dolore al respiro della terra, e lei saprà trasformarlo.” ci giunge intatto l’alito della natura che poesia e magia colgono insieme.
Poi, “tra le tende smosse dal vento, // nelle lenzuola disfatte” pensiero e parola si fanno carne e volto e carezza e sorriso e respiro affrettato scomposto dall’amore.
Poi il canto della Fata, che pervade e incontra una natura intatta in un Eden privo di padrone, dove la voce diviene filigrana per giungere a chi la sa ascoltare e dove “un biglietto per il cielo” non costa niente per un poeta straordinario che riesce pure ad entrare in una valigia per poter viaggiare con la magia.

E’ proprio vero, come afferma lo scrittore e poeta polacco Stanislaw Jerzy Lec, che i poeti sono come i bambini: “quando siedono a una scrivania, non toccano terra con i piedi”.
“Specialmente quando incontrano la magia di una fata” aggiungo io.

Concludo con un pensiero dell’autore, che così definisce l’amore:
“… un miracolo che accade agli umani una sola volta nella vita. E quando accade, non ha più senso avere paura.”
Grazie Fata ! Grazie uomo che scrive!

Per sempre, Francesco


Poesie Favolose
La fata e il poeta. Il silenzio sussurra e la parola vibra. Storia d’amore allo soglia del bosco incantato 
di Ferdinando Paternostro
2025 ATS Giacomo Catalani Editore
ISBN-13 979-1280189424
Amazon

La Giostra Segreta

Nella profondità del bosco, nascosta tra rami intrecciati e  petali di fiori selvatici, esisteva una radura segreta dove solo la fata Lilli sapeva arrivare. Lì, tra le ombre delicate delle foglie, sorgeva una giostra incantata: i suoi cavalli erano scolpiti nell’avorio della luna, i fiori che la decoravano sbocciavano di notte e la musica che la faceva girare era il canto delle stelle.

Era il rifugio di Lilli, il posto dove si ritirava quando il suo cuore si faceva pesante, quando la malinconia sussurrava tra le ali e il vento le ricordava che anche i sogni più belli, a volte, svaniscono. Quella sera, la Fata era salita sulla giostra con passo lieve, lasciandosi cullare dal movimento lento, mentre il suono dolce e antico delle note l’accompagnava nei suoi pensieri.

Ad ogni giro, i suoi occhi si riempivano di ricordi: persone che aveva amato, che avevano condiviso con lei il vento e la luce, che avevano riso accanto a lei su quei cavalli di sogno… ma che adesso non c’erano più. Il suo cuore batteva piano… la giostra della vita, che gira, gira, fino a che un giorno tutti devono scendere.

Ma proprio mentre la tristezza la avvolgeva come un velo di nebbia, Lilli avvertì una presenza. Tra i fiori, nascosto come una foglia tra le altre, c’era il poeta. Non parlava, non si muoveva, ma i suoi occhi brillavano, carichi d’amore e di lacrime. Guardava Lilli con un’intensità che trapassava il tempo, come se in quello sguardo volesse donarle tutta la bellezza che esisteva, tutta la speranza che il suo cuore poteva contenere.

Lilli se ne accorse. Scese dalla giostra con la grazia di un petalo nel vento, lo raggiunse e, senza dire nulla, gli tese le braccia. Lo prese per mano e lo condusse al centro della radura, dove un trono d’oro e velluto attendeva chi sapeva vedere oltre il dolore. Il poeta si sedette, stupito, e Lilli, con un battito d’ali, accese tutte le luci della giostra.

Le lanterne si accesero come stelle, i fiori si aprirono in un’esplosione di colori, la musica cambiò. Non era più malinconica, ma luminosa, dolce, vibrante. I cavalli iniziarono a muoversi con più leggerezza, come se danzassero sulle nuvole.

Il poeta prese la mano di Lilli e la guardò negli occhi.

“L’amore non finisce, nemmeno quando qualcuno scende dalla giostra — sussurrò. — Rimane nelle luci che continuano a brillare, nella musica che non smette mai di suonare.”

E con quelle parole, gli strinse la mano e salì con lei. Insieme, girarono e girarono, mentre la notte si riempiva di stelle e il bosco si accendeva di magia.
Da allora, ogni volta che Lilli sentiva il peso della tristezza, sapeva che in quella radura, tra i cavalli di luce e i fiori danzanti, ci sarebbe sempre stato un giro in più da fare, una nuova musica da ascoltare, e … un poeta pronto a stringerle la mano e a ricordarle che nulla, nell’Amore vero, si perde.

Fate l’amore, non la guerra… se potete

L’erezione: vita, slancio e futuro

Il pene è costituito da tre strutture principali cilindriche di tessuto erettile. I due corpi cavernosi sono strutture parallele che si estendono lungo la maggior parte dell’organo e sono fondamentali per l’erezione. Sono costituiti da un tessuto spugnoso che contiene numerosi spazi cavi, detti sinusoidi. Quando il pene è flaccido, i sinusoidi sono vuoti, ma durante l’eccitazione sessuale si riempiono di sangue grazie alla dilatazione delle arterie. Questa espansione dei sinusoidi permette l’ingrossamento e l’irrigidimento del pene. I corpi cavernosi sono rivestiti da una membrana resistente chiamata tunica albuginea, che svolge un ruolo importante nel mantenere la rigidità dell’erezione grazie alla sua elasticità limitata, assicurando che la pressione interna rimanga alta e mantenendo l’erezione.

Il corpo spongioso, un terzo cilindro situato nella parte inferiore del pene, circonda l’uretra, il canale attraverso cui viene espulsa sia l’urina che lo sperma. Il corpo spongioso è più morbido rispetto ai corpi cavernosi e non si espande allo stesso modo durante l’erezione, il che evita una compressione eccessiva dell’uretra, garantendo il passaggio dello sperma durante l’eiaculazione. Nella parte terminale, il corpo spongioso si espande per formare il glande, la parte arrotondata e sensibile all’estremità del pene.

L’erezione dipende dalla coordinazione tra il sistema vascolare, il tessuto erettile e il sistema nervoso. Queste strutture lavorano in sinergia per consentire l’afflusso e il mantenimento del sangue nei corpi cavernosi. Il tessuto dei corpi cavernosi e del corpo spongioso è altamente vascolarizzato e costituito da sinusoidi (spazi vascolari) circondati da muscolatura liscia. Durante l’erezione, questi sinusoidi si riempiono di sangue e la pressione interna aumenta, causando la dilatazione e l’inturgidimento del pene.

Le arterie principali sono le arterie cavernose, che si trovano all’interno dei corpi cavernosi, e le arterie dorsali, situate lungo la parte superiore del pene. L’ossido nitrico (NO), rilasciato in seguito alla stimolazione sessuale, provoca il rilassamento della muscolatura liscia delle arterie cavernose, permettendo un maggiore afflusso di sangue. Inoltre, le vene che normalmente permettono il ritorno del sangue vengono compresse dal rigonfiamento del tessuto erettile, riducendo il deflusso e mantenendo l’erezione.

La funzione erettile è regolata dal sistema nervoso autonomo, che include sia il sistema parasimpatico sia il sistema ortosimpatico. Il sistema parasimpatico è principalmente responsabile dell’inizio dell’erezione attraverso il rilascio di ossido nitrico e la conseguente dilatazione delle arterie. Il sistema ortosimpatico, al contrario, modula l’erezione e provoca la detumescenza, cioè il ritorno allo stato flaccido. Quando lo stimolo sessuale diminuisce o interviene il sistema ortosimpatico (ad esempio, a causa di stress o paura), la muscolatura liscia delle arterie si contrae, il flusso di sangue diminuisce, le vene si riaprono e il pene ritorna allo stato flaccido.

Terminazioni nervose somatiche mediano le sensazioni tattili, particolarmente nella zona del glande, contribuendo al piacere sessuale. La muscolatura del pavimento pelvico, in particolare i muscoli ischiocavernosi e il muscolo bulbospongioso, ha un ruolo nell’intensificare l’erezione. I muscoli ischiocavernosi si contraggono durante l’erezione, comprimendo la base dei corpi cavernosi e contribuendo a mantenere alta la pressione interna. Il muscolo bulbospongioso avvolge la base del pene e aiuta durante l’eiaculazione a spingere lo sperma lungo l’uretra.

L’erezione è un fenomeno straordinariamente complesso che coinvolge un’ampia gamma di strutture anatomiche e processi fisiologici. Dalla regolazione vascolare alla stimolazione nervosa, ogni elemento contribuisce a garantire che l’afflusso di sangue nei corpi cavernosi avvenga in modo efficiente e sicuro. Questo meccanismo riflette un equilibrio perfetto tra rilassamento e tensione, un delicato gioco tra i sistemi parasimpatico e ortosimpatico, e rappresenta la nostra capacità di rispondere in modo coordinato a uno degli impulsi più fondamentali della vita.

Il Testosterone: l’ormone del desiderio e del progresso

Dietro il complesso meccanismo dell’erezione si trova il testosterone, l’ormone maschile per eccellenza, simbolo di forza, vitalità, ambizione e desiderio. Ma la funzione del testosterone non si limita alla sfera della sessualità: è anche un potente motore del comportamento umano, un propulsore che spinge l’individuo non solo verso il piacere fisico, ma anche verso il raggiungimento degli obiettivi, il superamento delle sfide e la continua ricerca di nuove conquiste. Il testosterone alimenta il desiderio e la determinazione, rappresentando la scintilla che accende la volontà di azione, l’ambizione e la spinta verso l’ignoto.

L’erezione è solo una delle molteplici manifestazioni dell’energia generata dal testosterone: la stessa forza che rende possibile l’erezione si trasforma in uno slancio vitale, un bisogno profondo di esplorare e di lasciare un segno. È l’energia primordiale che ha portato l’uomo a solcare mari sconosciuti, esplorare nuove terre e sfidare pericoli apparentemente insormontabili. L’irrequietezza tipica dell’adolescenza maschile, caratterizzata da curiosità inesauribile e voglia di mettersi alla prova, è un riflesso di questo potente ormone che, nel suo picco, plasma la personalità e la determinazione.

Il testosterone è infatti l’impulso che ci ha condotti a costruire città, innalzare monumenti e, in tempi moderni, lanciare razzi verso la Luna e i pianeti. Questa tensione verticale dell’erezione rappresenta il desiderio di superare i limiti e guardare verso l’alto, spingendoci a esplorare l’ignoto e sfidare l’impossibile.

Il testosterone non conferisce solo forza muscolare, resistenza fisica e capacità riproduttiva, ma alimenta costantemente la nostra sete di sapere e il bisogno di vincere nuove sfide. La competizione, sia essa sportiva, lavorativa o intellettuale, è profondamente legata alla presenza di questo ormone, che determina la nostra attitudine al rischio, la volontà di emergere e la capacità di affrontare gli ostacoli. Il testosterone ha dato forma a molte delle più grandi imprese umane: le piramidi, i grattacieli, le spedizioni oltre oceano e persino le missioni nello spazio sono tutte espressioni tangibili di questa energia creativa.

Il bisogno di costruire, erigere e creare qualcosa che superi l’individuo e lasci un’impronta duratura è un riflesso di questa energia vitale. L’erezione, simbolo di fertilità e vita, è una delle manifestazioni più concrete di questa energia creatrice: una tensione verso l’unione e, allo stesso tempo, un gesto di sfida all’incompiutezza dell’esistenza. Questa visione ci permette di comprendere l’essenza dell’umanità: una costante ricerca di nuovi traguardi, una volontà di superare i propri limiti e lasciare il proprio segno.

I missili: succedaneo dell’erezione ed espressione di declino

I missili, a differenza dei razzi spaziali, metafora di esplorazione e sete di conoscenza, sono strumenti di distruzione, emblemi di un impulso distorto. Se i razzi incarnano il desiderio di scoprire e di espandere le proprie frontiere, i missili rappresentano l’opposto: una deviazione verso il dominio e la negazione della vita. In un certo senso, l’impulso che porta alla creazione e alla costruzione trova il suo contrappeso nell’impulso alla distruzione, quando l’energia creatrice viene meno. Questo fenomeno è strettamente legato al testosterone, l’ormone del desiderio e della creazione. Quando, con gli anni, i livelli di testosterone iniziano a diminuire, l’impulso vitale si affievolisce e la tensione verso la creazione può trasformarsi in una tensione verso il controllo e, in casi estremi, verso la distruzione. I missili, in questo contesto, appaiono come una compensazione per la perdita di vitalità, un tentativo di affermare potere e dominio in un momento della vita in cui la capacità di creare e generare è in declino.

I missili sono un succedaneo dell’erezione, un simbolo esterno di forza che cerca di compensare la perdita di quella forza interna, vitale e creativa. Tuttavia, il risultato non è lo stesso: mentre l’erezione è il preludio alla creazione, alla vita e alla continuità, i missili portano solo distruzione, morte e vuoto. Quando il testosterone cala, molti cercano di compensare con un potere esteriore che non ha nulla a che vedere con la vera potenza, che è la capacità di generare, creare e costruire qualcosa di duraturo e significativo. D’altra parte la guerra non è più neppere una competizione fisica e virile, un confronto corpo a corpo tra soldati, ma uno scontro a distanza, privo di contatto e mediato da strumenti distruttivi che surrogano un’energia creativa ormai spenta.

E se ci fossero più Donne nei luoghi di comando…?

…si potrebbe forse sperare in una società caratterizzata da un maggiore approccio empatico e orientata al bene collettivo. Magari Donne che nella loro vita hanno avuto la gioia della maternità.

La maternità porta con sé una prospettiva diversa sulla cura, l’educazione e la protezione, con una forte attenzione alla crescita e al sostegno reciproco.

Speriamo che anche stavolta ci salvino le Donne, come nella storia hanno sempre implicitamente o esplicitamente fatto… mentre noi continueremo a gigionare nel cambio di una sola consonante tra razzo e…

PRIMIZIE

Il canto segreto dell’Amore: note di Poesia nell’eco del Tempo.

Primizie” si presenta non soltanto come una raccolta poetica, ma come un’opera d’arte che abbraccia l’intima essenza dell’esperienza umana, elevando la parola poetica a strumento privilegiato di esplorazione e di espressione del sentimento. Antonino Marcello Pilia, con l’acume di un Artista consapevole e la delicatezza di un’anima sensibile, intesse una sinfonia di emozioni che trovano la loro culla nel vissuto quotidiano, trasfigurato dalla poesia.

Il titolo stesso, “Primizie”, evoca l’idea di un’offerta, di un dono prezioso che l’autore porge al lettore, un dono che è il frutto primigenio del suo cuore e della sua mente. Le 88 poesie che compongono la raccolta, come i tasti di un pianoforte, disegnano una melodia che è allo stesso tempo complessa e armoniosa, dove ogni nota, ogni verso, è un’esplorazione del sentimento amoroso, inteso nella sua dimensione più vasta e profonda.

Pilia, con una padronanza stilistica che tradisce un rigoroso lavoro di riflessione e di affinamento, riesce a sublimare l’esperienza individuale, trasformandola in un diario lirico che trascende il tempo e lo spazio. Ogni poesia è un frammento di eternità, in cui l’amore, sebbene ormai concluso, continua a vivere e a pulsare, reso immortale dall’arte del verso. Qui l’Amore non è mero oggetto di rappresentazione, ma si fa soggetto attivo, presenza viva che anima l’intera raccolta, conferendo ad essa una tensione emotiva che si rivela in ogni parola.

domattina
non mi sveglierà il tuo bacio,
ma il suo indelebile ricordo:
nei miei versi è rimasto
il tuo rossetto.


velluto
al fianco onorato,
al volto sfiorato,
unguento di vita
tua mano: ristoro.


Nell’ordine cronologico che l’Autore ha scelto per disporre le sue composizioni, si percepisce una chiara volontà di tracciare un percorso, una narrazione che accompagna il lettore lungo le tappe di un viaggio esistenziale. Questo percorso, tuttavia, non è lineare, ma piuttosto un ritorno continuo sul medesimo punto: il cuore dell’esperienza amorosa, che viene rielaborata e ripensata attraverso la lente del presente.

La lingua di Pilia, semplice ma carica di suggestioni, risponde perfettamente alla sua poetica. Egli non cerca l’artificio retorico né la sperimentazione formale fine a sé stessa, ma punta alla verità del sentimento, alla sincerità dell’espressione. Ecco allora che i suoi versi, pur nella loro apparente semplicità, si rivelano densi di significati, capaci di toccare le corde più intime dell’animo umano.

In questa raccolta, Pilia si dimostra un autentico Poeta nel senso crociano del termine: egli è capace di dare forma all’indistinto, di trasformare l’esperienza soggettiva in un’opera d’arte universale, che parla al cuore di ogni lettore. “Primizie” è, dunque, non solo un prezioso scrigno di ricordi e sensazioni, ma una testimonianza della potenza della poesia, che si fa eco del passato e promessa del futuro, in un perpetuo dialogo con l’eterno.

In definitiva, “Primizie” è un’opera che va oltre la mera lettura: è un’esperienza da vivere, un viaggio interiore che invita il lettore a riflettere sul senso della vita, sull’Amore e sul potere redentore della Poesia. Antonino Marcello Pilia, con la sua raccolta, ci regala una vera e propria sinfonia lirica, in cui la parola diventa musica e la Poesia diventa vita.

Primizie
Antonino Marcello Pilia
G.C.L. Edizioni 2024

RICORDI DI VITA, volume 4

RICORDI DI VITA, 4 di Luigi Paternostro (Edizioni Phasar, Firenze 2024) è un affascinante viaggio attraverso le memorie e le tradizioni, molte delle quali quasi dimenticate, di un piccolo borgo calabro, Mormanno, nel cuore del Parco del Pollino.
Anche questo volume, il quarto della serie, è un vero e proprio tesoro culturale; l’Autore esplora e condivide una vasta gamma di emozioni attraverso liriche e racconti.

La sezione “Bolle di sapone” ci regala un’intima raccolta di poesie divisa in due parti: una dedicata ai canti giovanili e l’altra a riflessioni più mature, dove le illusioni spesso cedono il passo a una visione più realistica della vita. Le poesie, a suo tempo commentate anche dal compianto amico prof. Luigi Maradei, risuonano come un canto nostalgico e profondo, che invita alla riflessione.

La seconda parte del libro, “Racconti e memorie del loco natio,” è una raccolta di storie che affondano le radici nella storia del Paese, ricostruendo, con una narrazione vivida e dettagliata, atmosfere e vicende del passato. Qui l’Autore riesce a catturare l’essenza della vita di comunità, trasmettendo un senso di appartenenza e di continuità culturale.

Non manca un’ulteriore sezione, un’appendice al “Vocabolario dialettale,” che arricchisce l’opera di un elemento linguistico prezioso. Questo glossario, iniziato nel 1985 con “Gli alti bruzi e il loro linguaggio,” rappresenta un tentativo appassionato di preservare il dialetto locale. È un ulteriore approfondimento di una ricerca infinita e accurata per raccogliere e documentare parole che altrimenti rischierebbero di perdersi, elevandole a veri e propri monumenti linguistici. Ogni termine registrato diventa una pietra miliare nella conservazione della memoria e dell’identità del territorio.

Infine, la quarta parte del libro offre sei momenti supplementari che completano la serie “Ricordi di vita magistrale,” consolidando il lavoro dell’autore come un archivio di memorie personali e collettive. Questi momenti sono profondamente legati all’esperienza di Luigi Paternostro come insegnante e poi come direttore didattico. Le memorie raccolte riflettono non solo le sue esperienze personali nell’ambito educativo, ma anche le interazioni con Allievi, Colleghi e la Comunità scolastica. Il risultato è un affresco dettagliato e commovente del suo impegno nel mondo dell’istruzione, che offre uno sguardo intimo e significativo sulla vita scolastica e sulla sua evoluzione nel tempo.

Luigi Paternostro riesce con maestria a trasformare le sue esperienze di vita e le memorie raccolte in un’opera che non è solo un documento storico, ma anche un omaggio sentito e sincero alla sua terra e alla sua gente.

RICORDI DI VITA, 4 è un’opera che tocca il cuore, una celebrazione della cultura e delle tradizioni.
È un libro che va oltre il semplice ricordo, diventando una vera e propria dichiarazione d’amore per una comunità.
Consigliato a chiunque voglia scoprire il valore delle proprie radici e assaporare (o riassaporare) l’importanza della Memoria.


Le Tre Età della Donna, Klimt tra Anatomia e Sogno

Le Tre Età della Donna (The Three Ages of Woman) di Gustav Klimt è un’opera del 1905. Rappresenta tre figure femminili che incarnano le diverse fasi della vita: l’infanzia, l’età adulta e la vecchiaia. Klimt, utilizzando, lamine d’oro e intricati motivi decorativi, conferisce una qualità lussuosa e ricca all’opera, esplorando temi come la bellezza, il tempo e la nostra transitoria natura.
Particolare è l’attenzione ai dettagli anatomici, che integrano lo stile decorativo e simbolista.

La figura della Bambina è rappresentata in una posa di sonno, con il corpo rannicchiato e la testa appoggiata sulla spalla dell’adulta. Il corpo è morbido, piccolo, con braccia e gambe che esprimono l’innocenza e la delicatezza dell’infanzia. Le proporzioni sono realistiche, ma con un tocco di “tenerezza” che enfatizza la vulnerabilità.

La Donna rappresenta il culmine della bellezza e della vitalità. È raffigurata in piedi, con una postura elegante e serena. Le sue braccia sono rilassate lungo il corpo, con una mano che sembra sostenere la testa della bambina. La forma del corpo è snella e aggraziata, fatta di linee morbide che ne delineano i contorni. La pelle è luminosa e liscia, e il viso esprime tranquillità e riflessione. Il collo lungo e i capelli fluenti aggiungono un tocco di grazia e bellezza classica.

La figura dell’Anziana è rappresentata in una posizione curva, con il capo abbassato e le mani che si coprono il volto, esprimendo forse vergogna o tristezza. Il corpo è magro e rugoso, con segni evidenti di invecchiamento: la pelle è olivastra e cadente, le ossa prominenti e le vene superficiali visibili (del piede, della gamba, della mano, dell’avambraccio e del collo). La schiena curva e l’atteggiamento chiuso suggeriscono la fragilità e il peso degli anni. I capelli grigi sono disordinati. È evidente il contrasto tra la freschezza della giovinezza e l’usura della vecchiaia.

Le figure sono immerse in uno sfondo ricco di motivi decorativi, che aggiungono un ulteriore strato di significato e bellezza all’opera, invitando lo spettatore a riflettere sulle connessioni tra la natura e il ciclo vitale.

Nella porzione in alto a destra si possono notare strutture che potrebbero ricordare cellule viste al microscopio: cerchi sovrapposti o adiacenti, con nuclei o strutture interne, grandi e vitali. Klimt era noto per l’inclusione di dettagli ornamentali complessi nei suoi lavori, spesso ispirati a motivi naturali e organici. Questi dettagli possono avere diverse interpretazioni simboliche, come la rappresentazione dell’infinito, della vita, della crescita o della fertilità. Se fossero cellule, base della nostra biologia, potrebbero suggerire una connessione con la nascita o l’inizio della vita, collegando simbolicamente la figura della bambina alla generazione della vita a livello microscopico. Le “cellule”, in basso e a sinistra, cambiano tono di colore, diventano più piccole e invecchiate, prossime alla morte forse, quelle su fondo nero.

Permettete infine tre “voli” pindarici:

  • Le cellule piramidali della corteccia cerebrale furono osservate per la prima volta nel 1875 dal neuroanatomista spagnolo Santiago Ramón y Cajal. Utilizzando la tecnica di colorazione di Golgi, Cajal fu in grado di visualizzarle e descriverle dettagliatamente, contribuendo significativamente alla comprensione della struttura e della funzione del sistema nervoso. Le cellule piramidali della corteccia prerolandica sono alla base del movimento, e per noi il movimento è vita.
    Cosa vedete nella parte in basso a destra del dipinto?
  • Il drappo che avvolge, lievemente, le gambe della Donna e della Bimba è “la spirale della vita”? Questo è un simbolo antico e universale, utilizzato in tutte le epoche per rappresentare la crescita, l’evoluzione e il ciclo continuo dell’esistenza. Spesso simboleggia anche il percorso di sviluppo personale e spirituale, il movimento attraverso le diverse fasi del nostro tempo e l’interconnessione tra tutte le forme di vita.
  • E, infine, mi piace immagina un “codice binario” (alla Matrix, per chi ama il genere) nelle ampie parti destre e sinistre del quadro, che forse non sono un mero riempitivo grafico. Il “volo” è troppo arduo?

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. A Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria , fino al 15 settembre

ENERGIE E CORRENTI…


Pensieri, battiti di cuore e relazioni tra le cellule.

Mentre viviamo siamo energia, costantemente.
Che si allontana nello spazio e sfugge da noi alla velocità che ha l’energia, ovvero a quella della luce.
Quanti anni fa siete nati? 20, 40, 60 anni fa?
C’è un punto dallo spazio a 20, 40, 60 anni luce dalla Terra dove adesso il cuore sta dando il primo sangue ai polmoni e il fiato lancia il primo vagito. Il cervello è dapprima spaventato dal ritrovarsi in un posto sconosciuto e poi consolato dall’odore, dalla voce e dal battito della madre.

Il mio primo giorno di scuola materna lo stanno vedendo dal Alfa Centauri, con la mano di papà che mi accompagnava, dalla Stella di Barnard stanno guardando le mie fatiche dell’imparare a leggere, scrivere e far di conto.
Dal Cigno si stanno crogiolando del mio primo amore e aspettano con ansia il primo bacio.
Su Altair sono arrivati gli anni dell’Università, le giornate sui libri e le sere con gli amici…

Allora ogni tempo viaggia nello spazio e Noi, io e te, che oramai quaggiù ci siamo persi, in qualche punto dell’Universo che non sappiamo neppure immaginare ci siamo appena conosciuti, ci stiamo abbracciando e ci stiamo cercando. Ancora.