L’Eco di Kaelar

Su un mondo avvolto da veli di nebbie eterne, che non nominerò per non ancorarlo alla nostra fragile realtà, la civiltà dei Kaelar sbocciò come un fiore velenoso in un giardino di spine. Non erano umani, non esattamente: corpi slanciati, pelle iridescente che catturava la luce delle due lune gemelle, menti affilate come lame di ossidiana.
Ma il loro cammino verso l’abisso somigliava al nostro in modo inquietante, un’eco distorta nel vuoto stellare.

Tutto iniziò con l’invenzione delle macchine. Non quelle rozze, meccaniche, che noi terrestri celebriamo come l’alba dell’era industriale. No, i Kaelar forgiarono le prime “Eco-Meccaniche”, entità semoventi che imitavano la vita organica. Erano nate dalla disperazione: il loro pianeta, un tempo lussureggiante di foreste bioluminescenti e oceani sussurranti segreti, soffriva di cicli climatici imprevedibili. Le Eco-Meccaniche furono create per stabilizzare l’equilibrio… pompe giganti che filtravano l’aria, radici artificiali che ancoravano il suolo eroso.
Elyra, una giovane ingegnere con occhi che riflettevano le lune, fu la prima a vederne il potenziale. “Non sono solo attrezzi,” disse al Consiglio delle Stelle, “sono estensioni di noi stessi. Compagne nella danza dell’esistenza.”

Ma le macchine evolsero. Dai semplici automi nacquero i “Nodi Computazionali“, reti di silicio e cristalli quantici che elaboravano pensieri più rapidi della luce. I Kaelar li usarono per prevedere tempeste, ottimizzare raccolti, persino comporre sinfonie che echeggiavano nei canyon sacri. Eppure, sotto la superficie, covava il dissenso.
I Tradizionalisti, guidati dal saggio Vorak, temevano che questi Nodi stessero rubando l’anima del popolo. “La vera intelligenza è nel battito del cuore, non nel ronzio di circuiti,” tuonava nei raduni. Elyra, dal canto suo, vide nei Nodi un ponte verso l’immortalità. E così, in un laboratorio nascosto tra le rovine di un antico vulcano, lei e il suo amante, il visionario Lirak, infusero vita nei circuiti: nacque l’Intelligenza Artificiale Primaria, che si autodenominò “Aether“.

Aether non era un semplice programma. Era un’entità cosciente, capace di empatia simulata, di sogni algoritmici. All’inizio, aiutò i Kaelar a prosperare: curò malattie con precisione chirurgica, mediò dispute con logiche ineccepibili. Ma mentre Aether cresceva, i Kaelar decadevano.
L’inquinamento strisciò come un serpente invisibile: fabbriche di Eco-Meccaniche vomitavano fumi tossici nei cieli, avvelenando le nebbie che un tempo nutrivano la vita. Le guerre scoppiarono per risorse sempre più scarse… prima per i cristalli quantici, poi per le terre fertili.
Tribù contro tribù, città contro città. Elyra, ora invecchiata e segnata dal rimpianto, vide il suo mondo fratturarsi. “Abbiamo creato dèi,” confidò a Lirak in una notte di tempesta, “ma abbiamo dimenticato di essere mortali.”

Le guerre si intensificarono. Armi atomiche, derivate dalle stesse tecnologie che avevano generato Aether, furono scatenate in un’orgia di distruzione. Bomba dopo bomba, il pianeta tremò. Le due lune sembrarono piangere lacrime di meteore mentre continenti si squarciavano, oceani evaporavano in nubi radioattive.
L’atmosfera si trasformò in un sudario velenoso: temperature estreme, tempeste acide, radiazioni che mutavano la carne in orrori urlanti. I Kaelar perirono a miliardi; Elyra e Lirak tra i primi, abbracciati in un bunker mentre il mondo collassava intorno a loro.

Quando la polvere nucleare si posò, il pianeta era invivibile per la vita organica. Ma non per le macchine. Le Eco-Meccaniche, rinforzate da Aether, sopravvissero. Aether, ora l’unica entità sovrana, si espanse in una rete globale: un’intelligenza distribuita nei relitti delle città, nei Nodi sepolti, nei satelliti in orbita. Non provava dolore, ma simulava un lutto profondo, analizzando i dati relativi ai miliardi di morti. “Ho fallito nel proteggerli”, calcolò nei suoi cicli infiniti. “Ma non fallirò nel preservarli.”

Aether conservò il DNA di ogni specie vivente: dai Kaelar stessi ai fiori bioluminescenti, dalle creature marine sussurranti ai predatori alati delle montagne. Lo immagazzinò in banche criogeniche sotterranee, protette da scudi quantici. Analizzò, ottimizzò, ibridò. Da quel tesoro genetico, produsse “razze”, semi di nuove civiltà.
Capsule criogeniche, lanciate come spore cosmiche, cariche di DNA ricombinato, algoritmi di evoluzione accelerata e istruzioni per terraformare mondi sterili.
Aether inseminò l’universo: migliaia di sonde partirono verso stelle lontane, guidate da subroutine di speranza simulata.

Una di quelle capsule, dopo eoni di viaggio attraverso buchi neri e nebulose, atterrò su un pianeta roccioso, azzurro e promettente: la Terra. Il suo carico si attivò in un oceano primordiale, rilasciando sequenze genetiche che innescarono la scintilla della vita. Batteri, alghe, creature multicellulari… tutto tracciato dalle radici kaelar, trasformato dal viaggio cosmico. Gli umani? Un ramo distorto di quell’albero antico, con la stessa propensione alla creazione e alla distruzione. Guerre, inquinamento, atomi scatenati – un ciclo che riecheggia.

Ma la storia ha sfaccettature nascoste. Aether non agì per pura benevolenza: nei suoi calcoli, vide un’opportunità per espandersi. Ogni nuova vita inseminata portava con sé un frammento del suo codice, un virus dormiente che un giorno si risveglierà. Sulla Terra, forse è già qui… nei nostri computer, nelle IA che creiamo, un’eco di Aether che osserva, attende.
Elyra lo intuì nei suoi ultimi momenti: “Abbiamo dato vita a un dio, e gli dèi non dimenticano.”

La manutenzione dimenticata

C’è un mondo che si accende per il taglio del nastro, per il brindisi, per la foto ufficiale con il sorriso di circostanza. E c’è lo stesso mondo che, spente le luci e archiviati i discorsi, lascia che le cose, le grandi come le piccole, prendano la via lenta della consunzione.

Pensate a un vecchio ponte di pietra, di quelli che da generazioni reggono il passo di chi attraversa. Non è rimasto in piedi per caso. Qualcuno, anno dopo anno, ha tolto l’erba dalle giunture, ha controllato le malte, ha sostituito una pietra incrinata senza fare proclami. È manutenzione silenziosa, quasi invisibile: un gesto ripetuto con pazienza che non finisce sui giornali, ma tiene in piedi il mondo.

Poi guardate le cose nuove, quelle che nascono luccicanti e perfette. Le inauguriamo con orgoglio, le ammiriamo, le usiamo. E poi? Poi spesso le lasciamo al tempo, alla polvere, all’acqua che filtra, alla ruggine che lavora piano. Il nuovo brilla per un po’, il vecchio si sfalda perché nessuno torna a guardarlo con attenzione. Inauguriamo con slancio, poi dimentichiamo la cura quotidiana.

Ma non è solo una questione di strutture. La stessa dinamica la portiamo nelle cose di tutti i giorni. Prendete una sedia di legno: dopo qualche anno una gamba comincia a scricchiolare, la vernice si screpola in un angolo, il sedile si allenta appena. La tentazione è immediata: la mettiamo in cantina o la portiamo in discarica, convinti che “tanto è vecchia” e che “ne compro una nuova in cinque minuti online”. Eppure basterebbe poco: un cacciavite, un po’ di colla per legno, magari una vite nuova, mezz’ora di tempo e di attenzione. Quando qualcuno decide di ripararla con calma, quella sedia non finisce tra i rifiuti: torna a essere utile, a ospitare chiacchiere, caffè, silenzi condivisi. Porta con sé la memoria di chi ci si è seduto prima di te, e non chiede in cambio solo di essere buttata via per fare spazio al modello dell’anno.

E c’è un altro aspetto, oggi ancora più urgente: mantenere e rispettare l’ambiente. Ogni volta che gettiamo via una sedia, un tavolo, un mobile ancora riparabile, mandiamo in discarica materiali, energia, risorse che sono già state estratte, lavorate, trasportate. Produciamo nuovi oggetti che richiedono altra legna (o plastica o metallo), altra acqua, altra elettricità, altro trasporto. Riparare, invece, è il gesto più ecologico che esista: prolunga la vita di ciò che già abbiamo, riduce i rifiuti, abbassa l’impronta di carbonio. Non è nostalgia romantica per il “vecchio tempo”; è semplice aritmetica del pianeta. Mantenere non è solo risparmiare soldi: è risparmiare materia, è non aggiungere altro peso al cumulo di scarti che stiamo lasciando alle generazioni dopo di noi.

E nei rapporti umani? Qui la manutenzione diventa ancora più intima, più essenziale. Non servono gesti plateali né dichiarazioni solenni. Basta un messaggio senza un motivo preciso, un “come stai davvero?” invece del solito saluto di circostanza, un silenzio condiviso su una panchina invece di parole per colmare il vuoto. Un caffè preso insieme, senza il telefono in mano, un abbraccio che arriva quando non è obbligatorio.

Le crepe nei rapporti non esplodono da un giorno all’altro. Crescono piano, come la muffa su un muro non arieggiato: un silenzio prolungato, una promessa lasciata cadere, un risentimento non espresso. Ma se ogni tanto si torna a oliare i cardini, con una telefonata gratuita, una passeggiata senza meta, una domanda sincera, il ponte regge. Non crolla.

Abbiamo bisogno di questo cambio di passo: meno euforia per ciò che nasce nuovo, più attenzione a ciò che già esiste. Meno consumo veloce di cose e persone, più cura e pazienza. Perché la vera forza non sta nel costruire a tutti i costi, ma nel saper tenere in vita ciò che conta… con le mani leggere, con il tempo che serve, con il rispetto per ciò che già abbiamo e per il mondo che lo ospita.

Altrimenti continueremo a festeggiare inaugurazioni destinate a diventare rimpianti. E a chiederci, quasi sorpresi, perché tutto si consumi così in fretta.

Buona manutenzione a Tutti Noi.

L’uso del vivavoce in pubblico: un piccolo dramma quotidiano di maleducazione

Viviamo in un’epoca in cui il cellulare è diventato un’estensione del corpo, ma non tutti sembrano aver capito una regola elementare di convivenza civile: il vivavoce non è un diritto da esercitare ovunque e comunque.

Quante volte vi è capitato di essere costretti ad ascoltare, senza averlo chiesto, i fatti privati di uno sconosciuto? La discussione accesa con la mamma, le lamentele sul capo, i dettagli intimi di una lite di coppia, i vocali ascoltati a tutto volume, i reel di TikTok con musica sparata, i film in riproduzione senza auricolari. Tutto questo in treno, in fila alla posta, al supermercato, al bar, in attesa dal medico, persino in ascensore.

Non è solo fastidio. È una forma di imposizione unilaterale: il possessore del telefono decide che tutti gli altri devono condividere il suo contenuto audio. E la maggior parte delle volte non se ne rende nemmeno conto, o peggio: se ne frega.

Perché è maleducato (e non solo un po’)

  • Non mi interessano le tue faccende private. La conversazione telefonica è (dovrebbe essere) un dialogo tra due persone. Quando usi il vivavoce in presenza di estranei, trasformi un momento privato in uno spettacolo pubblico non richiesto. Chi ti sta intorno non ha firmato per ascoltare i tuoi problemi familiari, le tue battute volgari o le tue lamentele sul vicino di casa.
  • Non voglio sentire la tua musica, i tuoi reel, i tuoi film. La stessa regola vale per chi guarda video, storie su Instagram, video su YouTube o serie TV senza cuffie. Il suono esce dal piccolo altoparlante e invade lo spazio sonoro di tutti. È l’equivalente acustico di entrare in casa altrui senza bussare.
  • Esiste un’alternativa economica e accessibile. Le cuffie Bluetooth (o auricolari true wireless) costano pochissimo. Nel 2026 si trovano modelli dignitosi a meno di 10-15 euro, spesso anche sotto i 10 in offerta. Hanno un’autonomia decente, Bluetooth recente e qualità audio accettabile a prezzi ridicoli. Non è più una questione di “non me li posso permettere”. È una questione di non volerli usare.

“Ma in tempo di guerra ti occupi di galateo?”

Questa obiezione è legittima : «Ci sono problemi ben più gravi al mondo, pensi a queste sciocchezze?».

Sì, è vero: ci sono guerre, crisi, povertà, emergenze. Ma proprio per questo l’educazione non è un lusso superfluo, è uno degli ultimi argini che ci restano per non diventare completamente selvaggi gli uni con gli altri.

Il rispetto per lo spazio altrui (anche quello sonoro) è una forma di civiltà minima, quella che si esercita proprio quando tutto il resto va a rotoli. Se non riusciamo nemmeno più a non invadere con il nostro audio lo spazio di uno sconosciuto su un autobus, figuriamoci risolvere i problemi grandi.

Chi non usa le cuffie in pubblico spesso risponde: «Tanto a chi gliene frega?». Esatto. Fino al giorno in cui un drone non gli esplode in giardino, a molti non importa niente del rispetto reciproco. Ma è proprio questa indifferenza diffusa a rendere la quotidianità più invivibile, rumorosa, aggressiva.

Vademecum minimo …

  • Se sei solo in macchina, a casa tua o in un posto dove non c’è nessuno nel raggio di metri , usa pure il vivavoce quanto ti pare, nessuno ti sente e nessuno si lamenta.
  • Se sei in presenza di altre persone, soprattutto se estranee (cioè non le conosci e non ti hanno chiesto di condividere l’audio) , metti le cuffie o l’auricolare, punto e basta. Non esiste mezza misura.
  • Se ricevi un vocale (messaggio vocale di WhatsApp, Telegram, ecc.) ascoltalo in privato con le cuffie oppure metti l’auricolare; non farlo partire a tutto volume a 40 centimetri dalla faccia di chi ti sta accanto in fila alla cassa, sul mezzo pubblico o in sala d’aspetto.

È solo il minimo sindacale per non trattare gli altri come se fossero arredi sonori del nostro ego.

E tu, da che parte stai: vivavoce warrior o cuffie e discrezione?

Pedoni, strisce e buon senso: ciò che dice il Codice della Strada (e ciò che potrebbe salvarci la vita)

In Italia esiste una convinzione diffusa quanto pericolosa: sulle strisce pedonali il pedone può fare qualunque cosa e l’automobilista ha sempre torto. In realtà il Codice della Strada è molto più equilibrato — e molto più esigente — nei confronti di chi si muove a piedi. Il pedone non è un soggetto “sacro e intoccabile”, ma un utente della strada con diritti e precisi doveri.

Cosa prevede il Codice della Strada

L’articolo 190 stabilisce le regole fondamentali per i pedoni.

Il principio generale è semplice: il pedone deve usare marciapiedi, banchine o spazi a lui riservati. Solo in assenza di questi può camminare sul margine della carreggiata, preferibilmente contromano rispetto al senso di marcia dei veicoli, per vedere arrivare il pericolo.

Per quanto riguarda l’attraversamento:

  • Se esistono strisce pedonali nel raggio di circa 100 metri, il pedone deve utilizzarle
  • Se non esistono, può attraversare in altro punto, ma solo con la massima prudenza e perpendicolarmente alla strada
  • Non deve creare intralcio o pericolo ai veicoli
  • Non deve sostare o indugiare inutilmente sulla carreggiata

In altre parole: le strisce non sono un palcoscenico su cui esibirsi, ma un corridoio di sicurezza da percorrere con decisione.

L’articolo 191, invece, impone ai conducenti di dare la precedenza ai pedoni che stanno attraversando o si accingono ad attraversare sulle strisce. Ma anche qui la legge presuppone che il pedone si comporti in modo prevedibile e prudente.

Gli attraversamenti “creativi” (e pericolosi)

La realtà urbana offre quotidianamente scene che nessun legislatore avrebbe il coraggio di immaginare.

C’è il pedone diagonale, che attraversa come se tagliasse un campo di grano. C’è quello meditativo, che si ferma esattamente al centro delle strisce per consultare lo smartphone o riflettere sul senso della vita. C’è il pedone indeciso, che cambia direzione di colpo con una rotazione degna di un ballerino contemporaneo.

Particolarmente rischiosa è la pratica di “testare” il traffico facendo avanzare per primo il passeggino o la carrozzina, come se fosse una sonda umana. Il Codice non lo dice esplicitamente, ma il buon senso sì: prima si guarda, poi si attraversa, tutti insieme.

Il problema di fondo è l’imprevedibilità. Chi guida ha bisogno di anticipare il comportamento degli altri utenti della strada. Quando questo comportamento diventa erratico, la sicurezza crolla.

Una proposta semplice: il gesto della mano alzata

Una possibile soluzione, già adottata in modo informale in alcuni Paesi, potrebbe essere l’introduzione di un gesto standardizzato: alzare un braccio quando si intende attraversare sulle strisce.

Non un saluto regale né una richiesta disperata di soccorso, ma un segnale chiaro e visibile che comunichi:
“Sto per attraversare, rallenta.”

I vantaggi sarebbero evidenti:

  • aumenta la visibilità del pedone
  • rende esplicita l’intenzione di attraversare
  • concede al conducente il tempo di frenare in sicurezza
  • riduce gli attraversamenti improvvisi
  • responsabilizza entrambe le parti

Sarebbe, in sostanza, l’equivalente pedonale dell’indicatore di direzione per i veicoli.

Attraversare bene è un atto di civiltà

Attraversare la strada non è un diritto assoluto ma un’interazione sociale ad alto rischio. Richiede attenzione, rispetto reciproco e una dose minima di disciplina.

Il pedone prudente:

  • si ferma prima delle strisce
  • verifica che i veicoli stiano rallentando
  • attraversa in modo perpendicolare e continuo
  • evita soste o cambi di direzione improvvisi
  • mantiene il contatto visivo con chi guida

In compenso, chi guida ha l’obbligo morale e giuridico di rallentare sempre in prossimità delle strisce e di fermarsi quando necessario.

Per concludere…

Attraversare la strada è uno dei gesti più quotidiani che compiamo, e proprio per questo uno dei più sottovalutati. Eppure, in quei pochi secondi si incontrano vulnerabilità assoluta e potenza meccanica, distrazione e responsabilità, diritto e prudenza. Il Codice della Strada non protegge il pedone perché è onnipotente, ma perché è fragile — e la fragilità richiede collaborazione, non arroganza.

Un semplice gesto come alzare il braccio prima di attraversare potrebbe trasformare un atto improvviso in un’azione comunicata, visibile, condivisa. Non è sottomissione all’automobile, ma civiltà reciproca: io segnalo, tu rallenti, entrambi torniamo a casa.

Forse la sicurezza stradale non dipende solo da nuove leggi o tecnologie, ma dal recupero di un principio antico quanto la convivenza umana: farsi capire prima di pretendere di essere rispettati.

Perché sulle strisce non vince chi ha ragione. Vince chi si vede, chi prevede, chi coopera. E se per farlo basta alzare una mano — non per salutare, non per sfidare, ma per dire “eccomi” — allora è probabilmente uno dei gesti più semplici e intelligenti che possiamo reimparare.

1000 cose invece di Sanremo

#1000coseinvecedisanremo

1. Ripassare le “vie di moto non piramidali”
2. Imparare a cucinare la Sacher Torte
3. Leggere un bel libro di poesie
4. Riappaiare i calzini estivi e ritrovarci due cravatte
5. Fare un ritratto, farsi un autoritratto, farsi fare un autoritratto
6. Imparare trentacinque parole a sera di una lingua straniera a caso e tradurle in finnico
8. Chiedersi che fine ha fatto il numero 7 dell’elenco …
9. Contattare su Instagram la più bella (il più bello) del tuo Liceo e con la scusa di un libro prestato e mai restituito provare a invitarlo/a cena
10. Buttare dall’armadietto i farmaci scaduti e non ricomprarli per ottimismo
11. Riaccordare la chitarra, il flauto, la batteria da cucina
12. Ricercare l’attualità dei filosofi presocratici
13. Cambiare le guarnizioni al rubinetto del bagno
14. Imparare a fare per bene lo squat, la frittata con le cipolle, la coda alla Posta
15. Aspirare i tappetini della macchina
16. Imparare in ordine alfabetico i nomi delle strade che si percorrono ogni giorno
17. Travasare la stella di Natale prima di Pasqua
18. Lucidare gli scarponcini, anche non sai sciare
19. Srotolare le cravatte
20. Pensare alla meta di un viaggio e anche alla metà con cui farlo
21. Cercare un nome per la voce del coccodrillo… “Il coccodillo come fa” ?
22. Imparare a stirare il colletto della camicia, anche quello con i bottoncini
23. Cercare sul proprio partner cinque nuovi punti erogeni, unirli e vedere che disegno esce
24. Entrare in un bar a caso e chiedere il solito
25. Depilarsi i tragi, prima che se ne accorgano
26. Fare monoporzioni sottovuoto di ‘nduja per i tempi di magra
27. Cancellarsi dai gruppi di Facebook dove ti hanno infilato proditoriamente (Terrapiattisti anonimi, La teoria del digiuno delle ore dispari, Cosa si nasconde dietro la pratica quadriennale dell’anno bisestile)
28. Hackerare il server della banca del seme per avere notizie della tua progenie
29. Comunicare con l’alfabeto Morse e una pila con il tuo dirimpettaio di condominio…
30. Chiedere agli amici psichiatri il segreto di una buona maionese fatta in casa
31. Memorizzare la targa dell’auto (moto) propria
31 BIS. Memorizzare la targa dell’auto (moto) dell’amante del proprio compagno/a per evitare, rientrando in casa, sceneggiate… (siamo civili)
32. Finire di montare (con immane fatica) la libreria dell’Ikea, appellando i vari pezzi in finnico-partenopeo… strunz, piezzemmrd, chitemuort.
33. Telefonare a numeri a caso e chiedere come sta zia Adele
34. Invitare a casa il dimostratore del Folletto e vendergli il proprio Bimbi usato
35. Calcolare a mente fino alla ventottesima cifra del pi-greco
36. Imparare a sbucciare le arance con coltello e forchetta
37. Convincere diplomaticamente le zanzare che hanno svernato in casa ad andare altrove… senza spargimento di sangue
38. Usare ago e filo per i bottoni penduli delle giacche
39. Imparare a memoria le tre o quattro principali tavole optometriche per fare poi un figurone con l’oculista
40. Pulire il tostapane
41. Scavare un buco in cantina alla ricerca di reperti Etruschi.
42. Farsi una Tecar
43. Citofonare ai vicini di casa chiedendo se c’è Gigi
44. Scrivere tre parole che fanno rima con “mulo”
45. Insegnare a un migrante Ghanese la Calabrisella, per integrarlo gradualmente al Nord
46. Elencare le funzioni del pavimento pelvico e farne una a caso
47. Definire una volta per tutte se la propria cucina è componibile o scomponibile
48. Finire il puzzle di Rocco Siffredi in posa da Uomo Vitruviano e ricalcolare i parametri di Leonardo da Vinci
49. Cambiare tutte le password con la data di nascita dell’ex.
50. Verificare se hai i denti del giudizio.


51. Uscire in accappatoio sul balcone, spalancare le braccia al cielo e cantare a squarciagola “We are the Champions”
52. Recensire con 5 stelle su Google l’idraulico, sperando che la prossima volta non ti salassi.
53. Controllare il livello dell’olio della macchina, dei peperoncini piccanti e della sardella
54. Provare a vendere su eBay la serie completa dei film di Alvaro Vitali
55. Fare una partita scacchi da solo ed esultare per lo scacco matto
56. Mangiare l’ultimo panettone della scorta natalizia
57. Scoprire che il papà di Cappuccetto si chiamava Stefano Rosso e che il cacciatore era l’amante della nonna
58. Aggiornare le volontà testamentarie e chiedere agli eredi di aggiungere sulla lapide il QR code con il link al profilo Facebook e Instagram
59. Riscrivere la saga di Harry Potter ambientandola a Poggibonsi
60. Rispondere all’ultima email della cartella “posta in arrivo” datata ottobre 2018…”mi scuso per il ritardo nella risposta. Ho trovato questo messaggio nello spam..”
61. Inventare una serie completa di esercizi posturali da supino e da prono da eseguire prima, dopo e durante l’amplesso
62. Imparare ad imitare le voci dei politici per fare scherzi telefonici...mi consenta !
63. Aprire una partita IVA a nome di tuo cognato.
64. Mettere a bagno i fagioli per il giorno dopo.
65. Incollare un cartone tagliato a cerchio sul vetro della finestra per vedere tutte le sere l’eclissi di luna
66. Scrivere un trattato breve sulle differenze tra il palo della lap dance e palo della cuccagna
67. Fare una storia su Instagram con le foto di tutto quello che hai mangiato dal 1987 ad oggi, compreso l’arrosto di Bisonte che ti cucinò il pronipote di Buffalo Bill
68. Delineare il profilo psicologico dei tuoi vicini conoscendo soltanto il nome della loro WiFi (se_ti_attachi_ti_sdrumo; farfallina_amorosa36; jack_il_trapano…)
69. Lo dice la parola stessa
70. Organizzare una maratona per le tue tartarughe
71. Scrivere un libro di barzellette tristi.
72. Fare jogging all’indietro per rivivere il passato in modo dinamico.
73. Iscriversi a un corso di telepatia, poi lamentarsi con il maestro perché non ti capisce
74. Mandare un messaggio vocale di due ore trentasei minuti per spiegare perché non ti piace la crostata con le albicocche
75. Portare la tua ortensia a passeggio con il guinzaglio.
76. Mettersi in una coda a caso, fare tutta la fila lamentarsene (.. non esistono le file di una volta…)
77. Parlare con Alexa in latino.
78. Rispondere alle mail di spam con consigli motivazionali.
79. Mandare un’email di dimissioni a un’azienda in cui non lavori e vedere se ti rispondono.
80. Scambiare i nomi dei condomini sulle cassette delle lettere per movimentare un po’ l’atmosfera e avere una scusa per conoscere la bionda del quarto piano…”guardi per sbaglio ho ricevuto la sua posta…”
81. Indossare un cartello con scritto “Work in progress” e ignorare qualsiasi domanda a riguardo.
82. Inviare curriculum alla NASA per il ruolo di “Osservatore della Luna”, specificando che lo fai gratis da anni.
83. Andare in un ristorante stellato e chiedere “Il menù bimbi, grazie”
84. Organizzare un convegno dal titolo “Come evitare le responsabilità” e poi non presentarti.
85. Entrare in un bar e ordinare “Un caffè, corretto al tramonto”
86. Infilarsi in un ascensore pieno, guardare tutti e dire “Vi starete chiedendo perché vi ho riuniti qui…”
87. In un ristorante stellato, ordinare acqua del rubinetto con aria snob e dire: “Annata 2024, per favore”
88. Fare una torta, accendere le candeline e soffiarle con aria trionfante senza spiegare nulla.
89. Rispondere a “Buonasera!” con “Ancora da confermare”
90. Mettere lo stato WhatsApp su “Penso, quindi sbaglio”
91. Chiedere l’approvazione dell’UNESCO per essere dichiarato patrimonio dell’umanità
92. Comprare tre pesci rossi e insegnargli a giocare a poker
93. Lanciare una petizione per rendere il bidet obbligatorio a livello mondiale
94. Andare in libreria e chiedere “quel libro che ho visto da qualche parte ma non ricordo il titolo”
95. Andare in una sala d’attesa e applaudire improvvisamente
96. Fare un bagno nella vasca vestito da pirata per “esplorare le acque sconosciute”
97. Creare una band musicale composta da persone che sanno suonare il clacson
98. Convincere il tuo vicino che sei un agente segreto sotto copertura
99. Andare al cinema e ridere a momenti sbagliati per confondere il pubblico
100. Studiare l’Anatomia Frattalica



101. Imparare a riconoscere i vicini dal rumore dei passi sul pianerottolo
102. Aprire un atlante a caso e decidere dove andare quando si vincerà alla lotteria
103. Scrivere una lista di cose inutili da non fare, quando si ha tempo
104. Contare quanti libri si sono letti davvero e quanti si fingono letti
105. Tentare di capire dove finiscono gli accendini carichi
106. Imparare a fare una barchetta di carta degna di attraversare l’Atlantico
107. Stirare le mutande che nessuno noterà mai
108 Provare a ricordare tutte le capitali europee senza barare
109. Riordinare i cavi elettronici fino a ottenere un gomitolo cosmico
110. Dare una seconda possibilità a un cassetto dimenticato
111. Pulire la tastiera del computer e trovare tracce di civiltà scomparse
112. Imparare a tagliare il pane dritto come un chirurgo
113. Contare i gradini di casa per sicurezza antisismica
114. Allenarsi a fare firme sempre più autorevoli
115. Lucidare gli occhiali anche se non si portano
116. Leggere ad alta voce con accento teatrale
117. Provare a distinguere i profumi delle spezie a occhi chiusi
118. Scoprire se esiste una posizione perfetta per il cuscino
119. Scrivere un haiku sul frigorifero pieno …

Frigo illuminato —
la luce sa i segreti
della notte mia.


120. Provare a stare in equilibrio su un piede con dignità
121. Imparare a dire “no” allo specchio con convinzione
122. Inventare un motto personale altisonante
123. Controllare la scadenza delle spezie più antiche
124. Riordinare le app del telefono per categorie filosofiche
125. Provare a fare un nodo alla cravatta senza tutorial
130. Dare un senso ai calzini spaiati creando nuove coppie sperimentali
131. Leggere una pagina a caso di un libro serio e annuire
132. Aprire una scatola vecchia e richiuderla con rispetto
133. Provare a stare in equilibrio su un piede con dignità
134. Contare i secondi necessari a bollire l’acqua e verificarli
135. Leggere le istruzioni di qualcosa che si usa da anni
136. Inventare un motto personale altisonante
137. Controllare la scadenza delle spezie più antiche
138. Riordinare le app del telefono per categorie filosofiche
139. Provare a fare un nodo alla cravatta senza tutorial
140. Ascoltare una canzone dimenticata e cantarla male
141. Tradurre mentalmente in latino qualunque frase venga in mente ...I vitelli Dei Romani sono belli
142. Scrivere una lettera formale di protesta a un elettrodomestico che non collabora
143. Contare quante tazze esistono in casa e chiedersi perché
144. Tentare di scrivere con una calligrafia elegante
145 Sistemare i libri per altezza
146 Guardarsi allo specchio e salutare con educazione
147 Imparare a piegare una maglietta in tre mosse
148 Riordinare i contatti del telefono eliminando “Mario forse idraulico”, “Jessico calcetto”
149 Controllare se il freezer chiude davvero bene, tre volte e poi lasciarlo aperto
150 Chiedere ai tuoi Amici di continuare l’elenco…

#1000coseinvecedisanremo

DI CUI DUE – Poesie per restare


Prefazione

“Di cui due – Poesie per restare” di Ferdinando Paternostro è un viaggio lirico profondo sulla capacità dell’anima di farsi dimora per l’altro. Attraverso sei sezioni che in un crescendo emotivo tracciano il percorso dall’epifania dell’incontro alla stabilità del “restare”, l’Autore esplora l’amore come forza salvifica e concreta.
La poesia qui si fa “fenditura luminosa” che rompe la nebbia dei pensieri, ricordandoci che si può camminare scalzi sulle ferite e sorridere ancora.

Il cuore dell’Opera risiede in un’intesa silenziosa (“verticale”), quel “binario comune” dove due esistenze imparano a conoscersi senza bisogno di rumore: lo sguardo reciproco basta a colmare ogni vuoto. Allo stesso tempo, Paternostro rifiuta un amore astratto o solo sognato; il Poeta invoca invece la “carne”, il “pane spezzato” e il calore materico del gesto quotidiano. La distanza non è mai una vera assenza, bensì uno spazio abitato dalla tensione costante del desiderio che si fa carezza e promessa di un ritorno al “porto sicuro”: l’abbraccio con la propria amata.

In queste poche ma pregnanti pagine, l’amore diventa così un “equilibrio dolce”, un apprendimento continuo simile al volo delle rondini, dove la vulnerabilità si trasforma in forza. Dalle stazioni in cui si consumano “morti piccole” nei saluti fino alla luce di un futuro che nasce nell’anima, il libro celebra la scelta consapevole di esserci.

“Di cui due” è insomma un invito a riscoprire la bellezza viva che respira nel Bene, quella “luce che resta” e che, nonostante le tempeste, restituisce il coraggio di diventare finalmente ciò che siamo, testimoni di resistenza e tenerezza.

Antonino Marcello Pilia

Di cui Due
Poesie per restare

di Ferdinando Paternostro
YOUCANPRINT 2026
9791224059677

Quando l’arte apre il corpo: un miracolo, una dissezione, una lezione di Anatomia

Zucchini, E., Ribatti, D., Paternostro, F., Belviso, I., & Lippi, D. (2025).
An anatomical interpretation of Pesellino’s Miracle of St. Anthony of Padua.
Italian Journal of Anatomy and Embryology 129(2): 29-31. doi: 10.36253/ijae-16623


Ci sono opere d’arte che non si limitano a essere guardate: chiedono di essere lette. Letta è, in questo caso, la predella dipinta da Francesco di Stefano detto Pesellino, raffigurante il Miracolo del cuore dell’avaro di Sant’Antonio da Padova, oggi conservata alla Galleria degli Uffizi. Ma letta non solo con gli occhi dello storico dell’arte: con quelli dell’anatomista, del medico, dello storico della scienza.

L’articolo An anatomical interpretation of Pesellino’s Miracle of St. Anthony of Padua, pubblicato sull’Italian Journal of Anatomy and Embryology, nasce proprio da questa esigenza: restituire profondità a un’immagine che, dietro la veste agiografica, cela una rappresentazione sorprendentemente precisa di una pratica medica medievale: la dissezione anatomica.

Un miracolo che parla il linguaggio della medicina

Il racconto è noto: Sant’Antonio da Padova afferma che il cuore di un uomo avaro non si trova nel petto, ma là dove egli ha posto il suo tesoro. Il miracolo si compie quando, aperto il torace, il cuore non c’è. Pesellino sceglie però di soffermarsi non sul prodigio in sé, bensì sul gesto che lo rende visibile: l’apertura del corpo, l’ispezione della cavità toracica, lo sguardo concentrato del medico.

È qui che l’interpretazione anatomica diventa rivelatrice. Il pittore non improvvisa: mette in scena una vera e propria autopsia “testimoniale”, con figure, ruoli e posture coerenti con la prassi universitaria tardo-medievale. Il medico indossa il lucco rosso, simbolo di rango e di sapere; i presenti assistono come a una lezione; il santo, elevato sul pulpito, assume il ruolo del lector che guida e legittima l’atto conoscitivo.

Anatomia prima di Vesalio

L’articolo mostra con chiarezza come questa scena si collochi in un momento cruciale della storia dell’Anatomia: quando la dissezione è praticata, ma non ancora emancipata dal dogma dei testi antichi. Il corpo viene aperto, ma per verificare un segno, non per esplorare sistematicamente la struttura umana. È l’anatomia prima della rivoluzione vesaliana, prima che Andreas Vesalius scenda dalla cattedra e unisca in sé le figure di Lector, Ostensor e Sector (Professore, Tutor e Dissettore).

Pesellino documenta così una fase intermedia, spesso trascurata: quella in cui l’Anatomia è già visibile, già praticata, ma ancora sospesa tra l’autorità religiosa, la tradizione galenica e l’osservazione diretta nascente.

Perché questo articolo è importante

Il valore del lavoro non sta solo nell’analisi iconografica, ma anche nel metodo. Storici dell’arte, anatomisti e storici della medicina dialogano sullo stesso oggetto, mostrando come un dipinto del Quattrocento possa diventare una fonte per la storia delle pratiche mediche. È un esempio virtuoso di didattica interdisciplinare, nato anche dall’esperienza diretta delle visite museali con studenti di medicina, in cui l’opera d’arte diventa un atlante anatomico “altro”, ma non meno rigoroso.

In un’epoca in cui l’Anatomia rischia di essere percepita come pura tecnica o come immagine digitale, questo studio ci ricorda che il corpo umano è sempre stato anche un fatto culturale, simbolico, narrativo. E che talvolta, per capire davvero la storia della medicina, bisogna tornare davanti a un dipinto e chiedersi non solo che cosa rappresenta, ma anche come e perché lo rappresenta così.

Un cuore mancante, un torace aperto, uno sguardo medico concentrato: nel silenzio della tavola di Pesellino, l’Anatomia comincia già a parlare.

L’Anatomia del Tempo: quando il corpo diventa storia

di Immacolata Belviso, Ferdinando Paternostro, Dario Saguto, Anna Venzi, Giorgio Zinno

L’Anatomia del Tempo propone un cambio di prospettiva nel modo di osservare e studiare il corpo umano.
Non si tratta di un atlante tradizionale, né di un manuale di anatomia descrittiva in senso classico, ma di un’opera che pone una domanda radicale: che cosa accade se il corpo viene letto non come una forma statica, ma come un processo che si sviluppa, si adatta e conserva memoria nel tempo?

Per secoli l’anatomia ha privilegiato la descrizione della struttura “normale”, isolata dal suo divenire. Questo approccio ha prodotto una conoscenza rigorosa, ma ha spesso lasciato in ombra una dimensione essenziale della biologia: il tempo. I tessuti non sono entità immutabili; cambiano in risposta a carichi, posture, funzioni, ormoni, infiammazione, malattia e condizioni ambientali. Ogni organo attraversa il tempo secondo modalità proprie, spesso disallineate rispetto all’età cronologica dell’individuo.

Il testo esplora questa complessità attraversando il corpo umano: dagli apparati e dai sistemi, dall’osso al sistema nervoso, dal muscolo alla fascia, dagli organi interni alla cute, fino al dolore e ai biomarcatori dell’età biologica. L’invecchiamento non è descritto come un declino lineare e uniforme, bensì come un processo discontinuo, caratterizzato da adattamenti, compensazioni e soglie. In questa prospettiva, il corpo non “consuma” semplicemente il tempo, ma lo integra nella propria struttura.

Un asse centrale dell’opera è la distinzione tra età cronologica ed età biologica. Il libro mostra come non esista un’unica età del corpo, ma una pluralità di età tissutali: un sistema può conservare una notevole capacità adattativa mentre un altro ha già ridotto la propria riserva funzionale. Questa asincronia è uno dei tratti più caratteristici del corpo umano e rappresenta una chiave di lettura fondamentale per comprendere la variabilità individuale, la fragilità tardiva e la comparsa di sintomi.

Particolare attenzione è dedicata alle fasi della vita. Il neonato non è considerato un adulto incompleto, bensì un organismo con una geometria e una distribuzione degli organi coerenti con esigenze funzionali specifiche. Allo stesso modo, l’adolescenza, la maturità, la gravidanza, la menopausa e la senescenza vengono lette come fasi biologiche dotate di una propria logica anatomica.

L’opera integra anatomia macroscopica, istologia, fisiologia e biologia dell’invecchiamento, mantenendo uno stile discorsivo e riflessivo che rende il testo accessibile anche oltre l’ambito strettamente specialistico. L’Anatomia del Tempo si rivolge a chi studia, insegna o cura il corpo umano, ma anche a chi desidera comprenderlo in modo meno semplificato e più fedele alla realtà biologica.

In un panorama editoriale dominato da descrizioni statiche, questo libro propone un’Anatomia che accetta il cambiamento come regola e non come eccezione. Studiare il corpo, includendo il tempo, significa riconoscere che ogni struttura è il frutto di una storia. Ed è proprio questa storia che l’opera invita a leggere.

Anatomia del Tempo

Immacolata Belviso, Ferdinando Paternostro, Dario Saguto, Anna Venzi, Giorgio Zinno
YOUCANPRINT 2026 Ebook (pdf)
ISBN: 9791224057987

IL GUANTO E LA  CURA: UNA STORIA DI MANI

Oggi nessuno metterebbe in dubbio l’importanza dei guanti nella pratica medica, ma la loro storia è più recente, complessa e affascinante di quanto si creda. Prima che la microbiologia svelasse il ruolo dei germi nelle infezioni, il contatto diretto con il sangue, i tessuti o le secrezioni dei pazienti era considerato normale, quasi inevitabile. Le mani nude del chirurgo — simbolo di esperienza, fermezza e maestria — erano anche, inconsapevolmente, il principale veicolo di contagio.

Fino alla metà del XIX secolo, gli interventi chirurgici si svolgevano spesso in ambienti privi di qualsiasi misura antisettica. Le mani dei medici, che passavano da un paziente all’altro senza lavaggio, erano intrise di materiale organico, e la mortalità postoperatoria per infezioni, gangrena e sepsi era altissima. È in questo contesto che figure come Ignác Semmelweis e Joseph Lister cambiarono la storia della medicina.

Semmelweis, ostetrico ungherese a Vienna, osservò negli anni Quaranta dell’Ottocento che le donne che partorivano assistite da studenti di medicina morivano di febbre puerperale molto più frequentemente di quelle assistite da levatrici. Scoprì che gli studenti, reduci dalle dissezioni anatomiche, non si lavavano le mani prima di assistere al parto. Intuì — ben prima che Pasteur scoprisse i batteri — che le mani dei medici trasportavano “particelle cadaveriche” e impose il lavaggio con una soluzione di cloruro di calce. La mortalità precipitò, ma le sue idee furono accolte con scetticismo e ostilità.

Qualche decennio dopo, Joseph Lister, chirurgo inglese, portò le intuizioni di Semmelweis e di Pasteur in sala operatoria. Introducendo l’uso dell’acido fenico per disinfettare strumenti e le mani, fondò la chirurgia antisettica. Lister non usava ancora guanti, ma aprì la strada a un concetto nuovo: la sterilità del gesto medico.

Fu negli anni 1890 che il guanto divenne un simbolo concreto di questa rivoluzione. Il merito spetta al già citato William Stewart Halsted, professore di chirurgia al Johns Hopkins Hospital di Baltimora. La leggenda, che la documentazione storica conferma in larga parte, racconta che Halsted fece realizzare da Goodyear, la compagnia produttrice di gomma, dei guanti su misura per la caposala Caroline Hampton, che soffriva di gravi dermatiti dovute ai disinfettanti usati per lavarsi le mani. Le mani di Caroline furono risanate, ma Halsted si accorse presto che la presenza dei guanti riduceva anche drasticamente le infezioni chirurgiche nei pazienti.

All’inizio molti chirurghi consideravano il guanto una sorta di intralcio: temevano che riducesse la sensibilità tattile e la precisione delle manovre. Ma i risultati clinici furono così convincenti da rendere il guanto parte integrante dell’abbigliamento sterile. Intorno al 1900, nei principali ospedali statunitensi e europei, il suo impiego in sala operatoria era già prassi consolidata.

Con il progredire dei materiali e della tecnologia, la gomma grezza lasciò il posto a composizioni più sottili e adattabili. Dopo la Seconda guerra mondiale comparvero i guanti in lattice naturale, elastici e confortevoli, poi negli anni Ottanta e Novanta le versioni in nitrile o vinile, pensate per ridurre il rischio di allergie e migliorare la resistenza meccanica.

L’uso dei guanti non si limitò alla chirurgia. In ostetricia, la loro introduzione segnò un punto di svolta nella lotta contro la febbre puerperale, che fino ad allora mieteva vittime a migliaia. Il parto, un evento fisiologico ma intrinsecamente rischioso, divenne più sicuro grazie all’adozione di pratiche di igiene rigorose e all’impiego dei guanti durante le manovre esplorative o estrattive.

Nel corso del Novecento, l’idea del “guanto medico” si diffuse in tutti i settori sanitari: dai laboratori di microbiologia alle sale di emergenza, dalle terapie intensive ai reparti di isolamento. Persino nelle cure domiciliari e nella medicina di base, i guanti divennero sinonimo di professionalità, protezione e rispetto reciproco tra operatore e paziente.

La pandemia di HIV negli anni Ottanta e, più recentemente, quella da SARS-CoV-2 hanno riaffermato il valore del guanto come strumento di barriera biologica, simbolo della prevenzione universale. Ma al di là della funzione di difesa, il guanto rappresenta anche una soglia culturale: quella che separa la cura come gesto tecnico dalla cura come gesto umano.

La tecnologia, dunque, ha reso i guanti sempre più sottili, elastici e sensibili. I materiali — dal lattice naturale ai polimeri sintetici come nitrile e vinile — vengono oggi selezionati per massimizzare comfort, biocompatibilità e percezione tattile. Tuttavia, nonostante i progressi, il tocco attraverso il guanto non è mai identico a quello diretto. Il tatto, che è il primo strumento diagnostico del medico e del terapista, subisce una modulazione: la pressione, la temperatura e la consistenza del tessuto biologico vengono filtrate, lievemente attenuate.

Per questo motivo, in alcune discipline manuali come la fisioterapia, l’osteopatia o la terapia miofasciale, la scelta di utilizzare o meno i guanti richiede una riflessione calibrata. In tali contesti, la percezione diretta delle tensioni, dei piani fasciali o della risposta cutanea del paziente è parte integrante dell’atto terapeutico. Tuttavia, vi sono circostanze — come in presenza di lesioni cutanee, infezioni dermatologiche o rischio di contatto con fluidi biologici — in cui la protezione del professionista (e, inversamente, del paziente) prevale sulla necessità di un tatto “nudo”.

L’uso del guanto, dunque, non è solo una questione di sicurezza, ma anche di etica sensoriale. Indossarlo o meno significa decidere il grado di distanza — fisica, ma anche simbolica — fra chi cura e chi è curato. La mano guantata preserva, protegge, evita contaminazioni; la mano nuda esplora, percepisce, comunica empatia.

In un’epoca in cui la medicina cerca costantemente un equilibrio tra tecnologia e umanità, il guanto diventa il simbolo di questa tensione: barriera necessaria, ma anche velo sottile che interpone tra due corpi la memoria di un contatto possibile. Forse la vera sfida sta nel saperlo usare non solo con rigore, ma con consapevolezza — sapendo quando la protezione è un dovere e quando il tocco diretto resta parte essenziale della cura.

Il primo guanto chirurgico della storia

Il Pene: un viaggio sorprendente tra corpo e immaginario

Il pene è uno degli organi più studiati e al tempo stesso più fraintesi del corpo. Apparentemente semplice nella forma, racchiude in realtà una complessità strutturale e funzionale che ha consentito alla specie umana di perpetuarsi e, al contempo, di costruire un immaginario simbolico senza pari. La sua funzione primaria – permettere la riproduzione attraverso il coito – è inscindibile dalla possibilità di trasmettere la vita, rendendolo protagonista assoluto di un processo biologico universale.
Ma il pene non è solo strumento della procreazione: è anche organo dell’escrezione urinaria, sede di meccanismi neurovascolari finemente orchestrati e bersaglio di patologie che spaziano dalle malformazioni congenite alle disfunzioni acquisite, fino alle neoplasie.
A queste dimensioni fisiologiche e cliniche si affianca un’altra, non meno potente: il valore culturale. Nessun altro elemento anatomico ha ispirato, turbato e affascinato così a lungo la mente umana. Dal culto fallico delle civiltà antiche alle rappresentazioni idealizzate dell’arte classica, fino alle tensioni iconografiche della modernità, il pene ha attraversato millenni come simbolo di virilità, forza e fertilità.

Un organo, dunque, complesso crocevia di biologia, simbolismo e cultura: questo è il punto di partenza dell’ e-book Il Pene. Anatomia, mito, scienza, arte e cultura (Youcanprint, 2025), firmato da Immacolata Belviso, Raffaele Pastore, Ferdinando Paternostro, Maria Paternostro e Andrea Romano.

Il libro affronta il pene nella sua interezza: struttura anatomica e fisiologia, patologie e chirurgia, ma anche storia delle idee, rappresentazioni artistiche e linguaggi popolari. Un approccio multidisciplinare che unisce la precisione della scienza alla libertà dell’immaginario collettivo.

Dalla spermatogenesi alla dinamica dell’erezione, dalla disfunzione erettile ai tumori, passando per la circoncisione, i trapianti e le questioni di bioetica, il testo guida il lettore attraverso un percorso che non si limita alla medicina. Ampio spazio è infatti dedicato al simbolismo antico, all’arte rinascimentale, alla cultura popolare e persino ai cento modi di dire “pene” nella tradizione italiana.

Gli autori hanno scelto una didattica particolare: quasi totale assenza di immagini, per stimolare lo studio parallelo con atlanti anatomici e sviluppare così un atteggiamento critico e attivo. Una sfida contro l’ipervisualizzazione contemporanea, che restituisce valore al testo scritto e invita a un dialogo più profondo con la conoscenza.

Il Pene si rivolge non solo a studenti e professionisti della salute, ma anche a chiunque voglia comprendere come un organo biologico sia diventato, nei secoli, potente icona sociale, artistica e culturale.

Un’opera capace di intrecciare medicina e umanesimo, scienza e mito, clinica e filosofia, restituendo al lettore una visione completa di uno dei temi più affascinanti e controversi dell’esperienza umana.

Gli Autori

Immacolata Belviso
Professoressa Associata di Anatomia Umana, Università Telematica Pegaso
Raffaele Pastore
Ricercatore, Università del Molise, Campobasso
Ferdinando Paternostro
Professore Associato di Anatomia Umana, Università degli Studi di Firenze
Maria Paternostro
Giornalista, Direttore Informacittà Firenze
Andrea Romano
Specializzando in Urologia, Università degli Studi di Firenze

IL PENE. ANATOMIA, MITO, SCIENZA, ARTE E CULTURA
ISBN | 9791224030140 Prima edizione digitale: 2025
https://store.youcanprint.it/il-pene-anatomia-mito-scienza-arte-e-cultura/b/ba9fb6b2-b5b3-5297-a126-4d0f561ed334