From Myofascial Chains to the Polyconnective Network: A Novel Approach to Biomechanics and Rehabilitation Based on Graph Theory

Dalle catene miofasciali alla rete policonnettiva: un approccio innovativo alla biomeccanica e alla riabilitazione basato sulla teoria dei grafi

Daniele Della Posta, Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Ferdinando Paternostro and Carla Stecco.

In recent years, the concept of the myofascial network has transformed biomechanical understanding by emphasizing the body as an integrated, multidirectional system.
This study advances that paradigm by applying graph theory to model the osteo-myofascial system as an anatomical network, enabling the identification of topologically central nodes involved in force transmission, stability, and coordination. Using the aNETomy model and the BIOMECH 3.4 database, we constructed an undirected network of 2208 anatomical nodes and 7377 biomechanical relationships.
Centrality analysis (degree, betweenness, and closeness) revealed that structures such as the sacrum and thoracolumbar fascia exhibit high connectivity and strategic importance within the network. These findings, while derived from a theoretical modeling approach, suggest that such key nodes may inform targeted treatment strategies, particularly in complex or compensatory musculoskeletal conditions. The proposed concept of a polyconnective skeleton (PCS) synthesizes the most influential anatomical hubs into a functional core of the system.
This framework may support future clinical and technological applications, including integration with imaging modalities, real-time monitoring, and predictive modeling for personalized and preventive medicine.

Negli ultimi anni, il concetto di rete miofasciale ha trasformato la comprensione biomeccanica, mettendo in risalto il corpo come un sistema integrato e multidirezionale.
Questo studio porta avanti tale paradigma applicando la teoria dei grafi per modellare il sistema osteo-miofasciale come una rete anatomica, permettendo l’identificazione di nodi topologicamente centrali coinvolti nella trasmissione delle forze, nella stabilità e nella coordinazione.
Utilizzando il modello aNETomy e il database BIOMECH 3.4, abbiamo costruito una rete non direzionale composta da 2208 nodi anatomici e 7377 relazioni biomeccaniche. L’analisi della centralità (grado, intermediazione e prossimità) ha rivelato che strutture come il sacro e la fascia toracolombare presentano un’elevata connettività e un’importanza strategica all’interno della rete.
Questi risultati, sebbene derivati da un approccio di modellizzazione teorica, suggeriscono che tali nodi chiave possano orientare strategie terapeutiche mirate, soprattutto nei casi complessi o compensatori del sistema muscoloscheletrico. Il concetto proposto di scheletro policonnettivo (Polyconnective Skeleton, PCS) sintetizza i nodi anatomici più influenti in un nucleo funzionale del sistema.
Questo quadro teorico potrebbe sostenere future applicazioni cliniche e tecnologiche, inclusa l’integrazione con tecniche di imaging, il monitoraggio in tempo reale e la modellizzazione predittiva per una medicina personalizzata e preventiva.


DALLA PRESENTAZIONE DELL’ARTICOLO DEL DR. DANIELE DELLA POSTA

PCS e comunicazione morfologica: due chiavi per leggere (e trattare) il corpo come una rete intelligente.

E’ uscito proprio oggi un nostro ultimo studio pubblicato su Life https://doi.org/10.3390/life15081200 dove abbiamo introdotto il concetto di Polyconnective Skeleton (PCS): un insieme di strutture centrali come il sacro, la fascia toraco-lombare e altri snodi anatomici che agiscono come veri e propri hub nella rete corporea. Non si tratta solo di anatomia: questi elementi sono strategici perché regolano la trasmissione delle forze e l’organizzazione dei movimenti a livello sistemico.

Attraverso un modello di rete (BIOMECH 3.4), abbiamo mappato oltre 7000 connessioni anatomiche, scoprendo che alcune di esse — il PCS, appunto — hanno un peso centrale nel mantenimento dell’equilibrio dinamico del corpo. Quando queste strutture sono in sofferenza o compromesse, tutto il sistema diventa meno efficiente, meno coordinato, più soggetto a dolore e disfunzioni.

Ma la vera svolta sta nel paradigma della comunicazione morfologica: l’idea che il corpo non si limiti a muoversi, ma a comunicare attraverso le sue forme. Il modo in cui una tensione si propaga, il modo in cui una spinta si redistribuisce lungo le fasce, o come una struttura reagisce a una perturbazione, ci parla di un’intelligenza distribuita nella materia stessa del corpo. Non è solo meccanica: è senso, coerenza, adattamento.

Capire il PCS significa allora avere una mappa dei punti più influenti del sistema, ma è solo attraverso la comunicazione morfologica che possiamo interpretarla in tempo reale nel gesto clinico. È qui che entrano in gioco le Kinematic Networks Technique (KNT): tecniche pensate per interagire con la rete, più che con il singolo distretto, e che si basano sulla risposta adattativa del corpo, non sulla correzione imposta.

Integrare PCS e comunicazione morfologica nel lavoro clinico significa muoversi con più consapevolezza, trattare in modo più efficace, e soprattutto rispettare la natura relazionale e intelligente del corpo umano.


Posta, D.D.; Belviso, I.; Branca, J.J.V.; Paternostro, F.; Stecco, C.
From Myofascial Chains to the Polyconnective Network: A Novel Approach to Biomechanics and Rehabilitation Based on Graph Theory. 
Life 202515, 1200. https://doi.org/10.3390/life15081200

aNETomy, the anatomical network è la pagina di riferimento di questa ricerca

Visual Thinking Strategies for medico-anatomical teaching and rheumatological diagnostics: the case of M. L. Greville Cooksey’s Maria Virgo (1915)

Quanto è  utile lo studio diagnostico di personaggi immaginari o rappresentazioni artistiche, applicando il rigore metodologico della medicina clinica?

In altre parole, è didatticamente efficace tentare di formulare una diagnosi  su personaggi letterari o come nel caso trattato nell’articolo, figure dipinte in opere d’arte?

Questo articolo esplora l’applicazione delle Visual Thinking Strategies (VTS) nell’insegnamento medico-anatomico e nella diagnostica reumatologica, dimostrandone l’efficacia.

Tale pratica, infatti, serve ad allenare l’osservazione medica, sviluppare il pensiero critico e la discussione clinica, stimolando lo studente a formulare ipotesi, diagnosi differenziali e ragionamenti, anche in assenza di anamnesi e sintomi dichiarati. Inoltre ha il pregio di integrare medicina, arte e cultura umanistica.

Il metodo viene impiegato nel corso di Medicina dell’Università di Firenze in un caso studio che riguarda il dipinto Maria Virgo (1915) della pittrice preraffaellita May Louise Greville Cooksey.
L’analisi interprofessionale dell’opera, che ritrae una Madonna con mani nodose, ha portato a una discussione clinica sulle possibili diagnosi: artrosi nodulare, artrite reumatoide, xantomatosi, reticoloistiocitosi multicentrica e knuckle pads.
Quest’ultima è risultata l’ipotesi più plausibile.

I noduli fibrotici dorsali delle nocche (knuckle pads) sono lesioni benigne, dure, tondeggianti, non dolorose, situate soprattutto sul dorso delle articolazioni interfalangee prossimali e, meno frequentemente, metacarpofalangee. Sono formate da tessuto fibrotico sottocutaneo e possono essere associate a patologie fibrosanti come la contrattura di Dupuytren, oppure essere idiopatiche. Non alterano la funzionalità articolare e non sono infiammatorie. Istologicamente mostrano ipercheratosi, acantosi e proliferazione fibroblastica.

L’articolo sottolinea come l’integrazione tra arte e medicina, attraverso la VTS, favorisca nello studente lo sviluppo del cosidetto occhio clinico, indispensabile nella pratica medica.


Lippi, D., Cammelli, D., Zucchini, E., Vignozzi, L., Galassi, F. M., Belviso, I., Paternostro, F. & Varotto, E. (2025).
Visual Thinking Strategies for medico-anatomical teaching and rheumatological diagnostics: the case of M. L. Greville Cooksey’s Maria Virgo (1915).
Italian Journal of Anatomy and Embryology 129(1): 3-8. doi: 10.36253/ijae-16176

LA PERFEZIONE SPEZZATA. Quando l’uomo distrugge se stesso

Tutti coloro che stanno morendo per le guerre, a tutte le latitudini, sono uomini e donne come me e te. Tutti coloro che scappano dalla fame, dalla sete, dalla miseria, dagli stravolgimenti climatici, dall’assenza di un futuro e si trovano a consumare il loro corpo in stenti inauditi su una barca, un vagone, un camion, in una tendopoli o tra le macerie dell loro case sono uomini e donne esattamente come me e te.

Hanno la stessa perfezione dei neuroni, quelle minuscole cellule che costituiscono il nostro sistema nervoso e ci permettono di pensare, ricordare, provare emozioni e persino sognare. Il cervello contiene circa 86 miliardi di neuroni, una cifra impressionante che si avvicina al numero stimato di stelle nella Via Lattea, tra 100 e 400 miliardi. Questo paragone rende bene l’idea di quanto sia complessa e straordinaria la nostra mente, un piccolo, unico e originale universo fatto di connessioni e segnali elettrici. I neuroni, infatti, creano una rete incredibilmente complessa di connessioni che sta alla base della nostra coscienza e della nostra capacità di percepire il mondo.

Ma i neuroni da soli non bastano; hanno bisogno di una rete di “strade” attraverso cui far viaggiare le informazioni. I nervi portano i messaggi dal cervello al resto del corpo, permettendo a ogni singola parte di collaborare nel movimento e nella sensibilità. Quando tocchiamo qualcosa di caldo, il segnale viaggia in una frazione di secondo dai nervi della pelle fino al cervello, che ci dice di allontanare la mano: una reazione istantanea che ci protegge dai pericoli.

E poi gli ormoni… queste minuscole sostanze chimiche fluiscono nel nostro sangue e regolano la crescita, il metabolismo, le emozioni e il sonno. Grazie agli ormoni, il nostro corpo sa quando deve crescere, quando deve riposare e come adattarsi alle situazioni stressanti. È un sistema di comunicazione nascosto, silenzioso, fondamentale.

Il corpo contiene circa 100.000 chilometri di vasi sanguigni. Se si potessero allineare tutti questi vasi, farebbero quasi due volte e mezzo il giro della Terra. Il cuore pompa il sangue attraverso arterie e vene, portando ossigeno e sostanze nutritive a ogni cellula e raccogliendo i rifiuti per smaltirli. È un sistema perfetto e inarrestabile, che si adatta e risponde ai nostri bisogni in ogni momento della nostra vita, dalla quiete del sonno all’attività intensa di una corsa.

Siamo un insieme armonioso di sistemi che collaborano tra loro in una danza complessa e sincronizzata. Ogni piccolo dettaglio, ogni impulso elettrico, ogni goccia di sangue che scorre attraverso i vasi, ogni molecola di ormone che ci guida, rappresenta una meraviglia. Pensare a quanto tutto ciò avvenga senza che dobbiamo nemmeno pensarci ci lascia senza fiato. La bellezza e l’intelligenza con cui il corpo umano è fatto ci spingono a provare gratitudine e meraviglia. Di fronte a tanta perfezione, non possiamo che commuoverci, riconoscendo la straordinarietà di ciò che siamo. Pensate ora all’assurda, ottusa e invidiosa stupidità di una bomba, incapace di tutto se non di distruggere.

Ma la cosa più assurdamente bella di questo nostra materialità meravigliosa è che gli esseri umani sono interconnessi tra di loro attraverso una classe particolare di neuroni: i neuroni specchio. Questi ci permettono di comprendere i movimenti e le emozioni degli altri, di immedesimarci nei loro stati d’animo e di provare empatia. Grazie ai neuroni specchio, riusciamo a percepire il dolore, la gioia, la paura e la speranza che vediamo negli altri, come se fossero nostre.

Prima di Internet, prima di ogni tecnologia, i neuroni specchio hanno costruito comunità e società, ci hanno permesso di collaborare, di aiutare, di imparare l’uno dall’altro e di evolvere. Sono alla base del nostro essere “sociali”, capaci di condividere e capire le esperienze altrui, oltre i confini della lingua, della cultura o della distanza geografica.

Eppure, nonostante questa vertiginosa perfezione che abitiamo, l’uomo continua a farsi artefice di guerra. Di tutte le guerre. Non esistono guerre pure, guerre necessarie, guerre “difensive” quando, al fondo, ogni guerra non è altro che desiderio di conquista, sopraffazione, annientamento. È sempre conquista di potere, di risorse, di territori, di illusioni.

Ogni guerra è un tradimento della meraviglia biologica che ci costituisce. Ogni colpo d’arma non abbatte solo un corpo, ma cancella in un attimo miliardi di connessioni neuronali uniche, pensieri mai più pensati, sogni mai più sognati, amori mai più vissuti. Ogni esplosione dilania non solo la carne, ma spegne la complessa orchestra silenziosa di cellule, impulsi, ormoni, sangue, vita.

Ecco la vera oscenità della guerra: la sua totale incapacità di creare, il suo esclusivo talento a distruggere. Mentre il nostro corpo lavora incessantemente per la vita — ripara, rigenera, adatta, protegge, evolve — la guerra si ostina a spezzare, mutilare, annientare, senza rimedio.

Ogni essere umano, ovunque nato, porta in sé lo stesso fragile miracolo. Quando una vita si spegne per la violenza di una guerra, perdiamo tutti. Perdiamo un universo che non potrà mai più replicarsi. La guerra non ha eroi: ha solo vittime. E chi la fomenta ne porta il peso morale, eterno.

La connessione profonda che ci lega dovrebbe farci sentire parte di un‘unica grande Famiglia, e ogni perdita è una ferita che colpisce tutti. La morte lacerante di un essere umano in qualsiasi parte del pianeta dovrebbe essere un lutto profondo per ciascuno di noi. Questa morte non biologica è banale, il nostro corpo è la più sublime, immensa, complessa e in parte ancora inesplorata Meraviglia.

Condanna, senza esitazione e senza attenuanti, a tutte le guerre. Perché è la più atroce bestemmia contro l’intelligenza che abbiamo, il più vile affronto alla nostra comune, preziosa Umanità.

Anatomia e Bellezza alla Biblioteca delle Oblate di Firenze, tra ricerca, insegnamento, arte e innovazione

Nella suggestiva cornice della Biblioteca delle Oblate di Firenze, si è svolta la presentazione del libro Anatomia Fotografica, realizzato con Carlo Benedini e con il prezioso imprimatur di Alessandro Palazzolo, mentore dell’intero progetto. Serata resa speciale dal Pubblico attento e affettuosamente partecipe e dalla presenza di Ester Andrieri e Alessandro Castelli, in rappresentanza della Casa Editrice Piccin, che ha da sempre e convintamente creduto nel progetto.

L’evento è stato molto più di una semplice presentazione editoriale: è stato un racconto di passione, ricerca e amicizia, i tre pilastri che hanno reso possibile la realizzazione di quest’opera. Abbiamo condiviso con i nostri ospiti, l’avventurosa storia della nascita del libro, un volume che unisce la fotografia d’arte alla descrizione didattica dell’Anatomia settoria, offrendo un antico ma attualissimo punto di vista sulla complessità del corpo umano.

La guida ideale del nostro racconto è stato Leonardo da Vinci, il cui genio si avvertiva tra le sale della biblioteca. A soli cinquanta metri dalle Oblate infatti, presso l’Ospedale di Santa Maria Nuova, Leonardo conduceva le sue dissezioni, costruendo la fondamenta di conoscenze che ancora oggi sono alla base dell’arte, della didattica e della ricerca biomeccanica.

L’Anatomia macroscopica non è solo una disciplina descrittiva, ma un campo in cui la ricerca e la didattica si intrecciano continuamente. Il dettaglio delle strutture del corpo è essenziale per la Medicina e la Chirurgia ma è anche un affascinante territorio di esplorazione per chi, come gli autori di Anatomia Fotografica, vuole raccontarla attraverso nuove prospettive visive e narrative.

Da secoli, lo studio del corpo umano si basa sull’osservazione diretta, sulla riproduzione e sulla condivisione di conoscenze. Oggi, grazie a strumenti innovativi come la fotografia ad alta definizione e le nuove tecnologie digitali, è possibile portare questa esperienza oltre i confini delle aule, rendendola accessibile a un pubblico sempre più ampio e trasmettendo emozioni e saperi.

Un libro per un progetto: Visceral Room

Alla base di questo lavoro non c’è solo un interesse scientifico e culturale, ma anche un profondo sodalizio tra chi scrive, Carlo e Alessandro. Questa feconda collaborazione ha dato vita non solo a Anatomia Fotografica, ma anche a Visceral Room, un progetto innovativo che esplora nuove modalità di rappresentazione e insegnamento dell’Anatomia clinica, topografica e settoria, unite alla teoria e alla pratica degli atti manipolativi in ambito osteopatico e fisioterapico.

La serata alle Oblate è stata quindi la celebrazione di una passione condivisa, di un sapere che si rinnova, si tramanda e che ha reso possibile la realizzazione di un’opera (mi permetto di definire) assolutamente unica nel suo genere.

Una copia del libro è da oggi disponibile in consultazione e prestito presso la Biblioteca fiorentina.

Valutazione delle proprietà biomeccaniche e viscoelastiche dei muscoli masticatori nei disturbi temporo-mandibolari. Approccio centrato sul paziente utilizzando le misure di MyotonPRO

Della Posta, D.; Paternostro, F.; Costa, N.; Branca, J.J.V.; Guarnieri, G.; Morelli, A.; Pacini, A.; Campi, G. Evaluating Biomechanical and Viscoelastic Properties of Masticatory Muscles in Temporomandibular Disorders: A Patient-Centric Approach Using MyotonPRO Measurements. 
Bioengineering 202512, 97.
https://www.mdpi.com/2306-5354/12/2/97

L’articolazione temporo-mandibolare (ATM) è essenziale per le funzioni di masticazione e di fonazione, oltre che per la realizzazione delle espressioni facciali. Tuttavia, questa articolazione può essere colpita da disturbi, noti come disordini temporomandibolari (TMD), indotti da cause complesse che portano a limitazioni nelle attività quotidiane.
Basandosi sulla metodologia e sui risultati del nostro precedente studio sulla funzione dell’ATM, la nostra ricerca si propone di applicare i criteri e le norme stabiliti ai pazienti con TMD. L’obiettivo primario è valutare l’applicabilità e la rilevanza clinica di queste norme di riferimento nel predire la gravità e la progressione dei disturbi dell’ATM in una popolazione clinica.
Utilizzando misurazioni miotoniche non invasive, abbiamo valutato 157 soggetti, tra cui individui non affetti da TMD e affetti da TMD. Per ottenere risultati ottimali, cinque parametri primari (frequenza, rigidità, decremento, tempo di rilassamento e creep) sono stati analizzati con strumenti statistico-fisici, fornendo gradi di funzionalità quantitativa tra i diversi gruppi clinici esaminati.
I risultati hanno identificato marcatori quantitativi significativi per la diagnosi precoce e il trattamento personalizzato dei disturbi dell’ATM.
Questo approccio interdisciplinare porta a una comprensione più approfondita delle disfunzioni dell’ATM e offre un contributo significativo alla pratica clinica, fornendo strumenti più precisi per la gestione e il trattamento di questa complessa condizione.

Il doppio volto di Leonardo: il segreto della Gioconda

Tra il celebre ritratto della Monna Lisa, custodito al Louvre, e il presunto autoritratto di Leonardo da Vinci, conservato nella Biblioteca Reale di Torino, esiste un’affascinante e misteriosa corrispondenza che sta alimentando nuovi studi sull’opera del genio fiorentino.

L’autoritratto in questione, realizzato a sanguigna su carta intorno al 1515, raffigura un uomo anziano con una folta barba e un’espressione intensa e riflessiva. Nonostante sia spesso considerato una rappresentazione di Leonardo negli ultimi anni della sua vita, alcuni studiosi hanno messo in dubbio l’autenticità di questo autoritratto. Tuttavia, la recente scoperta della sovrapposizione perfetta con il volto della Monna Lisa ha riacceso l’interesse su questa ipotesi.

Effettuando una semplice operazione grafica – ribaltando orizzontalmente il disegno e sovrapponendolo al ritratto della Monna Lisa – si osserva una coincidenza sorprendente: i contorni dei due volti, incluse le proporzioni del naso, degli occhi e delle labbra, combaciano quasi in modo speculare. Questo dettaglio rafforza l’idea che Leonardo abbia volutamente progettato le due opere come elementi complementari di un unico messaggio visivo.

La Monna Lisa, realizzata tra il 1503 e il 1519, è nota per il suo enigmatico sorriso e per il suo sguardo che sembra seguire l’osservatore da qualsiasi angolazione. La donna ritratta ha ispirato infinite interpretazioni, alcune delle quali suggeriscono che dietro il suo volto si celi proprio un autoritratto velato di Leonardo stesso. La sovrapposizione con il disegno senile sembra confermare questa teoria e aggiunge un ulteriore strato di complessità simbolica.

Il risultato di questa fusione va oltre la semplice coincidenza artistica. Il volto della Monna Lisa, unendosi a quello dell’uomo anziano, sembra subire una metamorfosi temporale: la giovane donna diventa un uomo maturo, suggerendo un passaggio inevitabile dal femminile al maschile, dalla giovinezza alla vecchiaia. Questa trasformazione non è solo fisica, ma anche simbolica, poiché evoca il concetto di fluidità delle identità e la coesistenza delle energie opposte.

Leonardo potrebbe aver nascosto, attraverso queste due opere, un messaggio che trascende il tempo e le categorie sociali: il genere, l’identità e il tempo sono costruzioni illusorie, percezioni superficiali che nascondono una verità più profonda. Maschile e femminile, giovane e anziano, vita e morte sono semplicemente polarità estreme della stessa realtà.

Questo pensiero si collega direttamente ai principi dell’ermetismo, corrente filosofica che Leonardo conosceva bene. Secondo questi insegnamenti, ogni dualismo apparente è un’illusione: gli opposti non esistono in forma separata, ma sono solo variazioni dello stesso principio universale. Maschile e femminile coesistono in ogni individuo, così come luce e ombra, e insieme garantiscono l’equilibrio dell’intero universo.

Attraverso il suo duplice capolavoro, Leonardo sembra volerci invitare a guardare oltre le divisioni e le etichette, per riconoscere che tutte le polarità fanno parte di un’unità essenziale. Quella che percepiamo come separazione è solo un’illusione della mente e la vera saggezza sta nel riscoprire l’armonia nascosta dietro le apparenze.

📹 / robertedwardgrant (Instagram)

Chronic mastitis or breast cancer in The Charity by Francesco Salviati? An educational discussion

In questo articolo, il dipinto La Carità di Francesco de Rossi, noto come Salviati (1510-1563), viene studiato attraverso una prospettiva multidisciplinare che unisce Anatomia umana, Paleopatologia e Storia dell’Arte.
Sebbene non sia possibile formulare una diagnosi definitiva a causa della natura artistica dell’opera, le anomalie anatomiche rappresentate nel dipinto sono esaminate considerando due ipotesi principali: mastite cronica o tumore al seno.
Questo studio evidenzia ancora una volta come l’incontro tra Medicina e Arte possa offrire un prezioso contributo sia alla comprensione delle malattie del passato sia all’educazione dei futuri Medici, aiutandoli a sviluppare un più attento occhio clinico.

Paternostro, F., Lippi, D., Zucchini, E., Nori, J., Galassi, F.M., Nerlich, A.G., & Bianucci, R. (2024).
Italian Journal of Anatomy and Embryology 128(2): 55-60.
https://doi.org/10.36253/ijae-15580

Upper Eyelid Ptosis During Neuromodulator Injections. An Exploratory Injection and Dissection Study

Ferdinando Paternostro, Wei-Jin Hong, Guo-Sheng Zhu, Jeremy B. Green, Milan Milisavljevic,
Mikaela V. Cotofana, Michael Alfertshofer, S. Benoit Hendrickx, Sebastian Cotofana

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/jocd.16631

Aesthetic neuromodulator injections of the upper face are frequently performed to temporarily block muscular actions of the periorbital muscles to ultimately reduce skin rhytids. However, the adverse event rate in the literature for toxin-induced blepharoptosis ranges from 0.51% to 5.4%.

To identify access pathways by which injected neuromodulator product can travel from extra-to
intra-orbital and therefore affect the levator palpebrae superioris muscle.

Nine non-embalmed human body donors were investigated in this study with a mean age at death of 72.8 (16.1) years. The 18 supraorbital regions were injected in 28 times (14 for supratrochlear and 14 for supraorbital) with 0.5 cc, whereas eight cases (four for supratrochlear and four supraorbital) were injected with 0.1 cc of colored product. Anatomic dissections were conducted to identify structures stained by the injected color.

The results of this injection-and dissection-based study revealed that both the supratrochlear and the supraorbital neurovascular bundles are access pathways for injected neuromodulator products to reach the intra-orbital space and affect the levator palpebrea superioris muscle. Out of 36 conducted injection passes, seven (19.44%) resulted in affection of the sole elevator of the eyelid of which 100% occurred only at an injection volume of 0.5 cc and not at 0.1 cc.

Clinically, the results indicate that a low injection volume, a superficial injection for the supraorbital location, and angling the needle tip away from the supratrochlear foramen (toward the contralateral temple) when targeting the corrugator supercilii muscles, can increase the safety profile of an aesthetic toxin glabellar treatment.


Paternostro, F., Hong, J., Zhu, S., Green, J. B., Milisavljevic, M., Cotofana, M. V., Alfertshofer, M., Hendrickx, S. B., & Cotofana, S. Simulating
Upper Eyelid Ptosis During Neuromodulator Injections—An Exploratory Injection and Dissection Study.
Journal of Cosmetic Dermatology. https://doi.org/10.1111/jocd.16631


https://www.instagram.com/professorsebastiancotofana

https://www.cotofanaanatomy.com/

Fate l’amore, non la guerra… se potete

L’erezione: vita, slancio e futuro

Il pene è costituito da tre strutture principali cilindriche di tessuto erettile. I due corpi cavernosi sono strutture parallele che si estendono lungo la maggior parte dell’organo e sono fondamentali per l’erezione. Sono costituiti da un tessuto spugnoso che contiene numerosi spazi cavi, detti sinusoidi. Quando il pene è flaccido, i sinusoidi sono vuoti, ma durante l’eccitazione sessuale si riempiono di sangue grazie alla dilatazione delle arterie. Questa espansione dei sinusoidi permette l’ingrossamento e l’irrigidimento del pene. I corpi cavernosi sono rivestiti da una membrana resistente chiamata tunica albuginea, che svolge un ruolo importante nel mantenere la rigidità dell’erezione grazie alla sua elasticità limitata, assicurando che la pressione interna rimanga alta e mantenendo l’erezione.

Il corpo spongioso, un terzo cilindro situato nella parte inferiore del pene, circonda l’uretra, il canale attraverso cui viene espulsa sia l’urina che lo sperma. Il corpo spongioso è più morbido rispetto ai corpi cavernosi e non si espande allo stesso modo durante l’erezione, il che evita una compressione eccessiva dell’uretra, garantendo il passaggio dello sperma durante l’eiaculazione. Nella parte terminale, il corpo spongioso si espande per formare il glande, la parte arrotondata e sensibile all’estremità del pene.

L’erezione dipende dalla coordinazione tra il sistema vascolare, il tessuto erettile e il sistema nervoso. Queste strutture lavorano in sinergia per consentire l’afflusso e il mantenimento del sangue nei corpi cavernosi. Il tessuto dei corpi cavernosi e del corpo spongioso è altamente vascolarizzato e costituito da sinusoidi (spazi vascolari) circondati da muscolatura liscia. Durante l’erezione, questi sinusoidi si riempiono di sangue e la pressione interna aumenta, causando la dilatazione e l’inturgidimento del pene.

Le arterie principali sono le arterie cavernose, che si trovano all’interno dei corpi cavernosi, e le arterie dorsali, situate lungo la parte superiore del pene. L’ossido nitrico (NO), rilasciato in seguito alla stimolazione sessuale, provoca il rilassamento della muscolatura liscia delle arterie cavernose, permettendo un maggiore afflusso di sangue. Inoltre, le vene che normalmente permettono il ritorno del sangue vengono compresse dal rigonfiamento del tessuto erettile, riducendo il deflusso e mantenendo l’erezione.

La funzione erettile è regolata dal sistema nervoso autonomo, che include sia il sistema parasimpatico sia il sistema ortosimpatico. Il sistema parasimpatico è principalmente responsabile dell’inizio dell’erezione attraverso il rilascio di ossido nitrico e la conseguente dilatazione delle arterie. Il sistema ortosimpatico, al contrario, modula l’erezione e provoca la detumescenza, cioè il ritorno allo stato flaccido. Quando lo stimolo sessuale diminuisce o interviene il sistema ortosimpatico (ad esempio, a causa di stress o paura), la muscolatura liscia delle arterie si contrae, il flusso di sangue diminuisce, le vene si riaprono e il pene ritorna allo stato flaccido.

Terminazioni nervose somatiche mediano le sensazioni tattili, particolarmente nella zona del glande, contribuendo al piacere sessuale. La muscolatura del pavimento pelvico, in particolare i muscoli ischiocavernosi e il muscolo bulbospongioso, ha un ruolo nell’intensificare l’erezione. I muscoli ischiocavernosi si contraggono durante l’erezione, comprimendo la base dei corpi cavernosi e contribuendo a mantenere alta la pressione interna. Il muscolo bulbospongioso avvolge la base del pene e aiuta durante l’eiaculazione a spingere lo sperma lungo l’uretra.

L’erezione è un fenomeno straordinariamente complesso che coinvolge un’ampia gamma di strutture anatomiche e processi fisiologici. Dalla regolazione vascolare alla stimolazione nervosa, ogni elemento contribuisce a garantire che l’afflusso di sangue nei corpi cavernosi avvenga in modo efficiente e sicuro. Questo meccanismo riflette un equilibrio perfetto tra rilassamento e tensione, un delicato gioco tra i sistemi parasimpatico e ortosimpatico, e rappresenta la nostra capacità di rispondere in modo coordinato a uno degli impulsi più fondamentali della vita.

Il Testosterone: l’ormone del desiderio e del progresso

Dietro il complesso meccanismo dell’erezione si trova il testosterone, l’ormone maschile per eccellenza, simbolo di forza, vitalità, ambizione e desiderio. Ma la funzione del testosterone non si limita alla sfera della sessualità: è anche un potente motore del comportamento umano, un propulsore che spinge l’individuo non solo verso il piacere fisico, ma anche verso il raggiungimento degli obiettivi, il superamento delle sfide e la continua ricerca di nuove conquiste. Il testosterone alimenta il desiderio e la determinazione, rappresentando la scintilla che accende la volontà di azione, l’ambizione e la spinta verso l’ignoto.

L’erezione è solo una delle molteplici manifestazioni dell’energia generata dal testosterone: la stessa forza che rende possibile l’erezione si trasforma in uno slancio vitale, un bisogno profondo di esplorare e di lasciare un segno. È l’energia primordiale che ha portato l’uomo a solcare mari sconosciuti, esplorare nuove terre e sfidare pericoli apparentemente insormontabili. L’irrequietezza tipica dell’adolescenza maschile, caratterizzata da curiosità inesauribile e voglia di mettersi alla prova, è un riflesso di questo potente ormone che, nel suo picco, plasma la personalità e la determinazione.

Il testosterone è infatti l’impulso che ci ha condotti a costruire città, innalzare monumenti e, in tempi moderni, lanciare razzi verso la Luna e i pianeti. Questa tensione verticale dell’erezione rappresenta il desiderio di superare i limiti e guardare verso l’alto, spingendoci a esplorare l’ignoto e sfidare l’impossibile.

Il testosterone non conferisce solo forza muscolare, resistenza fisica e capacità riproduttiva, ma alimenta costantemente la nostra sete di sapere e il bisogno di vincere nuove sfide. La competizione, sia essa sportiva, lavorativa o intellettuale, è profondamente legata alla presenza di questo ormone, che determina la nostra attitudine al rischio, la volontà di emergere e la capacità di affrontare gli ostacoli. Il testosterone ha dato forma a molte delle più grandi imprese umane: le piramidi, i grattacieli, le spedizioni oltre oceano e persino le missioni nello spazio sono tutte espressioni tangibili di questa energia creativa.

Il bisogno di costruire, erigere e creare qualcosa che superi l’individuo e lasci un’impronta duratura è un riflesso di questa energia vitale. L’erezione, simbolo di fertilità e vita, è una delle manifestazioni più concrete di questa energia creatrice: una tensione verso l’unione e, allo stesso tempo, un gesto di sfida all’incompiutezza dell’esistenza. Questa visione ci permette di comprendere l’essenza dell’umanità: una costante ricerca di nuovi traguardi, una volontà di superare i propri limiti e lasciare il proprio segno.

I missili: succedaneo dell’erezione ed espressione di declino

I missili, a differenza dei razzi spaziali, metafora di esplorazione e sete di conoscenza, sono strumenti di distruzione, emblemi di un impulso distorto. Se i razzi incarnano il desiderio di scoprire e di espandere le proprie frontiere, i missili rappresentano l’opposto: una deviazione verso il dominio e la negazione della vita. In un certo senso, l’impulso che porta alla creazione e alla costruzione trova il suo contrappeso nell’impulso alla distruzione, quando l’energia creatrice viene meno. Questo fenomeno è strettamente legato al testosterone, l’ormone del desiderio e della creazione. Quando, con gli anni, i livelli di testosterone iniziano a diminuire, l’impulso vitale si affievolisce e la tensione verso la creazione può trasformarsi in una tensione verso il controllo e, in casi estremi, verso la distruzione. I missili, in questo contesto, appaiono come una compensazione per la perdita di vitalità, un tentativo di affermare potere e dominio in un momento della vita in cui la capacità di creare e generare è in declino.

I missili sono un succedaneo dell’erezione, un simbolo esterno di forza che cerca di compensare la perdita di quella forza interna, vitale e creativa. Tuttavia, il risultato non è lo stesso: mentre l’erezione è il preludio alla creazione, alla vita e alla continuità, i missili portano solo distruzione, morte e vuoto. Quando il testosterone cala, molti cercano di compensare con un potere esteriore che non ha nulla a che vedere con la vera potenza, che è la capacità di generare, creare e costruire qualcosa di duraturo e significativo. D’altra parte la guerra non è più neppere una competizione fisica e virile, un confronto corpo a corpo tra soldati, ma uno scontro a distanza, privo di contatto e mediato da strumenti distruttivi che surrogano un’energia creativa ormai spenta.

E se ci fossero più Donne nei luoghi di comando…?

…si potrebbe forse sperare in una società caratterizzata da un maggiore approccio empatico e orientata al bene collettivo. Magari Donne che nella loro vita hanno avuto la gioia della maternità.

La maternità porta con sé una prospettiva diversa sulla cura, l’educazione e la protezione, con una forte attenzione alla crescita e al sostegno reciproco.

Speriamo che anche stavolta ci salvino le Donne, come nella storia hanno sempre implicitamente o esplicitamente fatto… mentre noi continueremo a gigionare nel cambio di una sola consonante tra razzo e…

Bridging the Gap Rather Than Filling the Entire Valley—Anatomic Insights When Treating the Medial Infraorbital Region

Francesco P. Bernardini, Brent Skippen, Raul Cetto, Mariana Calomeni, Sebastian Cotofana, Simone Ugo Urso, Ferdinando Paternostro, Morris E. Hartstein
Journal of Cosmetic Dermatology

The treatment of the medial infraorbital region also termed the tear trough has become increasingly popular by the use of soft tissue fillers in a minimally invasive approach using a cannula.

A total of 246 tear troughs were injected and investigated originating from 123 study participants. The clinical outcome was evaluated 6 months after the treatment by independent observers based on standardized frontal images and the procedure was documented by ultrasound imaging.

On average, 0.26 (0.1) cc [range: 0.08–0.32] of soft tissue filler material was injected per tear trough. Tear trough depth was before the treatment rated as 2.12 (0.4), whereas after the treatment it was 1.15 (0.4) (p < 0.001). Hyperpigmentation score was 2.19 (0.4) before the treatment, whereas after the treatment it was 1.31 (0.5) (p < 0.001). Intraorbital fat pseudo-prolapse severity was rated before the treatment 1.88 (0.7), whereas it was rated after the treatment 1.14 (0.3) (p < 0.001). Wrinkle severity of the lower eyelid was rated before the treatment 1.51 (0.6), whereas it was rated after the treatment 1.12 (0.3) (p < 0.001).

The results of this retrospectively investigated case series revealed that the conducted injection technique for treating the tear trough for medial infraorbital hollowing with a cannula provided statistically significant clinical improvement with a limited adverse events profile. The technique utilized an injection approach which was perpendicularly oriented to the longitudinal axis of the tear trough thereby “bridging the gap instead of filling the entire valley.”

Bernardini, F., Skippen, B., Cetto, R., Calomeni, M., Cotofana, S., Urso, S., Paternostro, F. and Hartstein, M. (2024), Bridging the Gap Rather Than Filling the Entire Valley—Anatomic Insights When Treating the Medial Infraorbital Region. J Cosmet Dermatol. https://doi.org/10.1111/jocd.16582