La lezione dei crani peruviani sulla complessità dello sviluppo umano

Oxilia, G., Paternostro, F., Troiano, G., Covelli, M., Lozupone, E., Michetti, F., Martini, P., Uccelli, L., Belviso, I., Mori, T., & Moggi Cecchi, J
Palatal Morphology in Artificially Modified Crania: Evidence for Limited Craniofacial Integration. 
Appl. Sci. 202616, 8695. https://doi.org/10.3390/app16178695

Il cranio di un neonato è una struttura in crescita, formata da ossa, suture e spazi capaci di adattarsi alle sollecitazioni dell’ambiente.

Proprio questa plasticità, nell’antico Perù, veniva talvolta trasformata in un segno di identità. Durante i primi mesi di vita, quando le ossa craniche erano ancora modellabili, alcune popolazioni esercitavano una pressione controllata sul capo dei bambini mediante fasce, tavole o altri dispositivi. Il risultato era una modificazione permanente della volta cranica.

Esistevano forme diverse. Nella cosiddetta modificazione tabulare, la fronte e la regione occipitale venivano appiattite. In quella anulare, invece, la pressione esercitata in modo circolare modificava la forma complessiva del cranio. Non si trattava semplicemente di un cambiamento estetico: quelle forme potevano indicare appartenenza, status sociale o identità culturale.

Ma una domanda rimaneva aperta: se la volta cranica viene modificata durante lo sviluppo, che cosa accade alle altre parti del cranio? Il palato, per esempio, subisce la stessa trasformazione o conserva una propria autonomia?

A questa domanda abbiamo cercato di rispondere in una ricerca pubblicata sulla rivista Applied Sciences, condotta da Gregorio Oxilia, insieme ad altri studiosi delle Università di Firenze, Ferrara, LUM “Giuseppe Degennaro”, UniCamillus e di altre istituzioni italiane.

Abbiamo esaminato 19 crani di adulti provenienti da contesti preispanici del Perù, conservati nella collezione osteologica del Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Università di Firenze. Nove presentavano segni evidenti di modificazione cranica artificiale; dieci non mostravano modificazioni analoghe.

Ogni cranio è stato acquisito con uno scanner tridimensionale ad alta risoluzione. Successivamente, i ricercatori hanno analizzato centinaia di punti anatomici: 286 per l’intero cranio e 41 per il palato. Questi punti consentono di descrivere la forma con grande precisione e di confrontare strutture diverse, anche quando le loro dimensioni complessive non coincidono.

È una tecnica che potremmo immaginare come una sorta di “mappa matematica” del cranio. Non si misura soltanto quanto una struttura sia grande, ma anche come siano distribuite le sue curvature, le sue proporzioni e le sue relazioni spaziali.

Il risultato più netto riguarda la volta cranica. I crani modificati erano morfologicamente diversi da quelli non modificati. La differenza era statisticamente molto significativa e i crani sottoposti a modificazione presentavano anche una maggiore variabilità interna.

In altre parole, la pressione esercitata durante l’infanzia lasciava una traccia riconoscibile proprio nella regione su cui agiva direttamente. La volta cranica si dimostrava plastica e sensibile all’ambiente meccanico durante lo sviluppo. Quando, però, l’attenzione si è spostata sul palato, il quadro è cambiato.

La forma media del palato non differiva in modo significativo tra i due gruppi. Anche la variabilità interna dei palati era sostanzialmente simile. Nel grafico statistico, i crani modificati e quelli non modificati si sovrapponevano ampiamente, senza formare due gruppi separati. È come se il cranio raccontasse una storia evidente sulla propria superficie superiore, mentre il palato conservasse una maggiore indipendenza.

Questo risultato è particolarmente interessante perché il palato non è una struttura isolata. Costituisce il tetto della cavità orale e contribuisce a separare la bocca dalle cavità nasali. Partecipa alla respirazione, alla deglutizione, alla fonazione e alla masticazione. La sua forma dipende dall’accrescimento del mascellare, dallo sviluppo dei denti, dalla postura della lingua, dalle forze muscolari e dai rapporti funzionali tra bocca, naso e faringe.

Proprio questi molteplici vincoli potrebbero contribuire a rendere il palato relativamente stabile. Una struttura coinvolta in funzioni essenziali potrebbe non poter cambiare liberamente quanto una regione più direttamente modellabile dalla pressione esterna.

Ma la cautela è necessaria. Il fatto che non siano state osservate differenze statisticamente significative non dimostra che il palato sia completamente insensibile alle modifiche craniche. Il campione è piccolo e gli effetti più lievi potrebbero non essere stati rilevati.

Lo studio ha analizzato anche l’asimmetria destra-sinistra del palato. In entrambi i gruppi sono state riscontrate differenze sistematiche tra i due lati. Il fenomeno, quindi, non era casuale e rientrava nella normale complessità della forma craniofacciale.

Nei crani modificati l’asimmetria media era leggermente maggiore rispetto ai crani non modificati, ma la differenza non raggiungeva la significatività statistica. Anche in questo caso, dunque, la modificazione cranica poteva avere lasciato qualche traccia nelle condizioni meccaniche dello sviluppo, senza produrre una trasformazione uniforme del palato.

La parte più delicata riguarda il rapporto complessivo tra neurocranio e palato. Un’analisi statistica chiamata PLS aveva individuato una correlazione apparentemente abbastanza elevata, pari a 0,694. Tuttavia, quando questa associazione è stata sottoposta a un test di permutazione, non è risultata statisticamente significativa.

È un passaggio importante. Nella ricerca scientifica, una correlazione osservata non implica automaticamente una relazione dimostrata. Un andamento può apparire evidente in un campione ristretto, ma non essere sufficientemente solido da escludere il ruolo del caso. Per questo gli autori concludono che i dati non forniscono prove di una covariazione coordinata tra la forma della volta cranica e quella del palato.

Il significato generale dello studio va oltre la storia delle popolazioni andine. Il cranio umano non sembra comportarsi come un blocco unico. È piuttosto un insieme di regioni collegate, ma non identiche, ciascuna con una propria sensibilità alle influenze genetiche, meccaniche e funzionali.

La vicinanza anatomica non implica necessariamente identità di risposta. Una parte del cranio può modificarsi profondamente, mentre una struttura vicina può mantenere una forma relativamente stabile.

Questa osservazione potrebbe avere interesse anche per la ricerca clinica, pur senza consentire di estendere direttamente i risultati alle malformazioni craniofacciali, alle labiopalatoschisi o alle craniosinostosi. Le condizioni patologiche presentano meccanismi diversi e non sono state oggetto di questa ricerca.

Il valore dello studio è soprattutto concettuale. Durante la crescita ogni regione del corpo partecipa a una sorta di negoziazione tra plasticità e necessità funzionale. Alcune strutture possono adattarsi ampiamente. Altre sembrano difendere una certa stabilità perché da esse dipendono funzioni essenziali.

I crani peruviani ci mostrano, dunque, che lo sviluppo non è una semplice deformazione generale dell’organismo, ma una costruzione selettiva, in cui ogni componente risponde ai propri vincoli.

G. Oxilia et al., “Palatal Morphology in Artificially Modified Crania: Evidence for Limited Craniofacial Integration”, Applied Sciences, 2026, 16, 8695. DOI: 10.3390/app16178695.

Anatomia per Tutti al Congresso mondiale di Anatomia: dalla divulgazione alla ricerca scientifica

Il progetto, curato da Immacolata Belviso e Ferdinando Paternostro, approda all’IFAA 2026 di Melbourne. Un’esperienza nata per avvicinare gli studenti all’anatomia attraverso dissezione, visual thinking e comunicazione digitale diventa oggi anche un modello da studiare scientificamente.

Nella vita di un progetto c’è un momento in cui ciò che è nato da un’intuizione comincia a trasformarsi in qualcosa di più concreto, in cui l’esperienza accumulata negli anni non viene più soltanto raccontata, ma diventa oggetto di ricerca, sottoposta a osservazione, confronto e verifica scientifica.

Per Anatomia per Tutti, quel momento è arrivato a Melbourne, in Australia, in occasione dell’IFAA 2026, il Congresso dell’International Federation of Associations of Anatomists, uno dei massimi appuntamenti mondiali dedicati alle scienze anatomiche.

Il lavoro “Anatomy for Everyone: an inclusive, dissection-based educational model integrating hands-on anatomy and digital learning”, identificato come Paper 126, porta la firma di Immacolata Belviso, della UniCamillus – Saint Camillus International University of Health Sciences di Roma, e di Ferdinando Paternostro, del Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università degli Studi di Firenze.

I due autori sono anche gli amministratori e animatori scientifici del progetto Anatomia per Tutti sui suoi canali Instagram e YouTube. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’esperienza: il progetto non nasce in un unico luogo fisico e non termina alla porta di una sala settoria. Vive contemporaneamente nel laboratorio anatomico, nelle università, negli incontri con gli studenti e nello spazio digitale.

Dal tavolo settorio di al congresso mondiale

La presenza all’IFAA 2026 assume quindi un significato particolare. Anatomia per Tutti non è stato presentato a Melbourne semplicemente come un’attività di divulgazione o come una fortunata esperienza sui social network. È stato portato davanti alla comunità scientifica anatomica internazionale come modello educativo, nell’ambito specifico delle Anatomical Sciences Education.

L’idea alla base di Anatomia per Tutti è semplice, ma scientificamente impegnativa: l’anatomia non dovrebbe essere confinata ai primi anni del corso di Medicina. La conoscenza del corpo umano accompagna infatti tutta la formazione del medico e continua ad avere un ruolo fondamentale nella successiva attività clinica e professionale. Per questo l’insegnamento anatomico dovrebbe essere accessibile, continuo, tridimensionale e soprattutto capace di collegare ciò che si studia sui libri con ciò che realmente esiste nel corpo umano.

Da qui nasce un modello che mette insieme strumenti apparentemente molto diversi: dissezione anatomica, Anatomical Visual Thinking, apprendimento tra pari e comunicazione digitale.

Davanti a un preparato anatomico lo studente scopre qualcosa che nessuna immagine bidimensionale può restituire completamente: profondità, rapporti, continuità tra strutture, variabilità individuale. Il corpo diventa uno spazio tridimensionale da esplorare e comprendere. Nel modello presentato a Melbourne, gli studenti lavorano sotto la guida di anatomisti e vengono affiancati anche da tutor formati dell’Italian Dissection Team, favorendo discussione, ragionamento collaborativo e interpretazione anatomica.

Ma la lezione non termina quando si esce dal laboratorio. Video, immagini e contenuti digitali permettono agli studenti di tornare sugli argomenti studiati, consolidare i rapporti spaziali e mantenere nel tempo il contatto con la disciplina. L’obiettivo non è sostituire l’esperienza diretta con il digitale, ma fare esattamente il contrario: utilizzare il digitale per prolungare e amplificare ciò che è stato appreso attraverso l’esperienza reale.

Quando l’educazione diventa ricerca

È però nella parte successiva del progetto che si trova forse la novità più significativa. Anatomia per Tutti sta infatti compiendo il passaggio dall’innovazione educativa alla ricerca sull’educazione anatomica.

Nel poster presentato all’IFAA questa evoluzione viene indicata con un’espressione molto chiara: “From Education to Research – The ICLO Experience”. La ICLO Experience nasce proprio per studiare in maniera controllata differenti modalità di insegnamento dell’anatomia topografica e clinica. Il disegno prevede il confronto tra lezione tradizionale, Anatomical Visual Thinking, dissezione cadaverica hands-on e insegnamento multimodale integrato.

La domanda scientifica diventa allora estremamente concreta: come impariamo davvero l’anatomia? Quale metodologia permette di ricordare meglio una struttura? Quale facilita la comprensione tridimensionale? E soprattutto: quale forma di insegnamento consente allo studente di trasferire ciò che ha appreso al ragionamento clinico?

Sono interrogativi decisivi per chi insegna anatomia oggi. Per molti anni la didattica anatomica è stata spesso valutata sulla base dell’esperienza dei docenti o delle impressioni degli studenti. Oggi, invece, anche l’educazione medica richiede dati, confronti, metodologie controllate e risultati misurabili. Ed è proprio questa la direzione intrapresa.

I numeri di una comunità

Anatomia per Tutti è cresciuto nel corso degli anni anche grazie alla costruzione di una vera comunità di studenti.

Il poster presentato a Melbourne riassume una dimensione ormai considerevole del progetto: oltre tremila studenti di Medicina coinvolti nelle attività, decine di laboratori anatomici e una comunità digitale che raggiunge decine di migliaia di persone attraverso Instagram e YouTube.

Ma ridurre tutto ai numeri sarebbe un errore. Il dato più interessante riguarda ciò che accade agli studenti quando entrano realmente in contatto con l’anatomia. Le osservazioni raccolte nel progetto indicano tre grandi aree di impatto: una comprensione anatomica più concreta e tridimensionale; la crescita della consapevolezza professionale ed etica attraverso il contatto rispettoso con il corpo donato alla scienza; e la possibilità di mantenere un rapporto continuo con l’anatomia anche dopo l’esperienza in sala settoria.

Sono aspetti che vanno oltre la semplice memorizzazione di nomi. Studiare anatomia significa progressivamente imparare a pensare nello spazio, immaginare ciò che si trova oltre una superficie, comprendere perché una struttura può essere raggiunta chirurgicamente da una determinata via o perché una lesione produce un determinato quadro clinico.

Significa, in altre parole, cominciare a guardare il corpo umano con gli occhi del futuro medico.

Melbourne, un punto di arrivo e di partenza

Portare questa esperienza all’IFAA 2026 significa inserirla nel confronto internazionale sull’avvenire dell’insegnamento anatomico.

Il titolo scelto dal Congresso — significativamente, Anatomy for Everyone — sembra quasi incontrare idealmente il percorso costruito in questi anni da Belviso e Paternostro. Ma la partecipazione al congresso mondiale non rappresenta soltanto un riconoscimento. Rappresenta soprattutto una responsabilità.Perché quando un’esperienza educativa entra nel campo della ricerca scientifica deve accettare di essere misurata, confrontata e, se necessario, modificata sulla base dei risultati.

È questo forse il passaggio più interessante dell’intera storia di Anatomia per Tutti. Non limitarsi a sostenere che un metodo funziona perché piace agli studenti. Dimostrarlo. Non accontentarsi dell’entusiasmo che nasce intorno al tavolo settorio. Cercare di capire quali elementi di quell’esperienza determinino realmente un apprendimento più profondo e duraturo.

Il progetto presentato a Melbourne afferma infatti esplicitamente che i risultati della ricerca dovranno contribuire a fornire evidenze scientifiche utili alla progettazione dei futuri curricula di anatomia e allo sviluppo di nuovi modelli di educazione medica. Ed è probabilmente questo il messaggio più importante portato al congresso mondiale degli anatomisti.

L’anatomia continua ad avere davanti a sé un enorme futuro educativo, purché sappia conservare ciò che la rende insostituibile — il corpo reale, la dissezione, l’osservazione diretta, la riflessione personale e guidata — e contemporaneamente sappia utilizzare gli strumenti della didattica moderna, della comunicazione digitale e soprattutto della ricerca scientifica.

Per Immacolata Belviso e Ferdinando Paternostro, autori del lavoro e amministratori di Anatomia per Tutti, Melbourne rappresenta quindi molto più della presentazione di un poster. Rappresenta l’ingresso di un’esperienza nata dall’insegnamento e dalla passione per la divulgazione anatomica in una nuova fase della propria storia. Una fase nella quale alla domanda “come possiamo insegnare meglio l’anatomia?” si prova finalmente a rispondere non soltanto con l’esperienza, ma con la ricerca. Ed è proprio da qui che comincia il prossimo capitolo di Anatomia per Tutti.

Perineo e pavimento pelvico, un percoso anatomico culturale e storico.

Il perineo è una regione anatomica poco conosciuta, nonostante svolga funzioni essenziali. Contribuisce alla continenza, alla sessualità, alla postura e alla stabilità del tronco e assume un ruolo particolarmente importante durante la gravidanza e il parto. La sua rilevanza clinica e funzionale contrasta con la scarsa attenzione che generalmente riceve, anche a causa dell’imbarazzo e dei tabù culturali che ancora circondano questa parte del corpo.

Il primo merito di Perineo e pavimento pelvico. Anatomia, fisiopatologia, cultura e rappresentazioni, firmato da Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Giulia Guarnieri, Alessandra Pacini, Ferdinando Paternostro e Giuseppe Vergilio, consiste nel sottrarre questa regione del corpo alla doppia condanna dell’invisibilità scientifica e del tabù culturale. Il libro non si limita a descrivere una struttura anatomica: mostra come, in un territorio corporeo relativamente piccolo, convergano alcune delle più importanti funzioni biologiche e alcune delle esperienze più profonde dell’esistenza umana.

L’opera possiede l’architettura di un trattato, ma cerca il respiro di un racconto scientifico. I suoi trentuno capitoli, seguiti da un’appendice antropologica, accompagnano il lettore dalla morfologia alla funzione, dalla patologia alla cura, dall’evoluzione biologica alla rappresentazione artistica. Questa ampiezza non è un’aggiunta ornamentale: è la tesi stessa del volume. Il corpo umano può essere compreso pienamente solo quando anatomia, storia, esperienza individuale e cultura tornano a dialogare.

La prima parte costruisce con metodo le fondamenta. Limiti topografici, fasce, spazi perineali, diaframma pelvico, muscolo elevatore dell’ano, innervazione pudenda, plessi autonomici, vasi sanguigni e reti linfatiche vengono presentati non come un catalogo di nomi, ma come elementi di un sistema integrato. È una scelta didattica importante: il pavimento pelvico non appare come una lastra immobile posta alla base del bacino, bensì come un’architettura dinamica di muscoli, connettivo, nervi e vasi, capace di adattarsi continuamente alle pressioni addominali e ai cambiamenti posturali.

Uno dei punti di forza del libro è proprio il passaggio costante dalla forma alla funzione. L’anatomia degli organi erettili conduce alla fisiologia della risposta sessuale; lo studio degli sfinteri introduce ai meccanismi della minzione e della defecazione; la descrizione dei muscoli diventa la spiegazione della continenza e della stabilità. Il lettore comprende così che sostenere i visceri, urinare, evacuare, respirare, camminare, avere rapporti sessuali e partorire non sono attività isolate. Richiedono una concertazione neuromuscolare finissima, paragonabile a un’orchestra in cui ogni elemento deve intervenire con la giusta intensità e al momento opportuno.

Particolarmente riusciti sono i capitoli dedicati alla gravidanza e al parto. Qui il pavimento pelvico rivela uno dei paradossi più affascinanti della sua biomeccanica: deve essere abbastanza resistente da sostenere gli organi e preservare la continenza, ma anche sufficientemente elastico da consentire la nascita. È una struttura chiamata, per così dire, a custodire e ad aprirsi. Il parto emerge quindi non soltanto come evento ostetrico, ma anche come una straordinaria prova di adattamento dei tessuti, delle fasce e dei muscoli.

La prospettiva evolutiva allarga ulteriormente l’orizzonte. Il volume ricorda opportunamente che l’evoluzione non progetta organismi perfetti: modifica strutture preesistenti, raggiungendo compromessi. Nel caso umano, la stazione eretta, l’aumento del volume cerebrale del neonato e la trasformazione del bacino hanno imposto al pavimento pelvico esigenze contrastanti. La sua efficienza è dunque anche la sua vulnerabilità. Prolassi, incontinenza e difficoltà del parto non appaiono più come inconvenienti inspiegabili, ma come il possibile prezzo della nostra storia biologica.

Ugualmente preziosa è l’attenzione all’intero arco della vita. Embriologia, differenziazione sessuale, maturazione, gravidanza, invecchiamento e trasformazioni ormonali restituiscono l’immagine di una regione tutt’altro che immutabile. Il corpo viene descritto come un processo, non come un oggetto fissato una volta per tutte. Anche il dimorfismo sessuale è affrontato, evidenziando le differenze anatomiche e funzionali, senza perdere di vista la profonda matrice comune dello sviluppo maschile e femminile.

Il capitolo sul “core” rappresenta uno dei collegamenti più utili per il lettore contemporaneo. Il diaframma respiratorio, la parete addominale, i muscoli profondi della colonna vertebrale e il pavimento pelvico formano un sistema coordinato di regolazione delle pressioni e di stabilizzazione del tronco. È una prospettiva che corregge l’idea, ancora diffusa, secondo cui il perineo riguarderebbe soltanto la ginecologia o l’urologia. Questa regione interessa invece anche la postura, il movimento, l’attività sportiva e la respirazione.

Il passaggio alla clinica è prudente e concreto. Malformazioni congenite, incontinenza urinaria e fecale, prolasso, dolore pelvico, disfunzioni sessuali, traumi ostetrici e conseguenze degli interventi chirurgici sono ricondotti alle strutture e ai meccanismi descritti in precedenza. La patologia non diventa così un elenco allarmante, ma la dimostrazione di ciò che accade quando l’equilibrio anatomico e neuromotorio si altera.

La sezione sulla riabilitazione completa efficacemente questo percorso. Esercizio terapeutico, controllo neuromuscolare, biofeedback, elettrostimolazione e modificazione delle abitudini sono integrati in un progetto individualizzato. Il messaggio più convincente è che la riabilitazione non coincide semplicemente con il “rafforzamento” muscolare: talvolta occorre recuperare la forza, altre volte il rilassamento, la sensibilità o la coordinazione. Curare significa, anzitutto, comprendere quale componente del sistema abbia perso il proprio equilibrio.

A circa due terzi del volume avviene un cambio di prospettiva coraggioso. Dopo aver osservato il perineo con gli strumenti della dissezione, dell’imaging e della biomeccanica, gli autori lo seguono attraverso le civiltà antiche, il Medioevo, il Rinascimento, l’età moderna e la contemporaneità. È qui che il libro rivela la sua originalità più evidente. La storia delle conoscenze anatomiche diventa anche storia dello sguardo: ciò che un’epoca mostra, nasconde, idealizza o considera sconveniente racconta il suo modo di concepire il corpo.

Il capitolo rinascimentale evidenzia bene l’incontro fra arte e osservazione scientifica, quando la dissezione e il disegno anatomico cominciarono a trasformare il corpo da territorio simbolico in realtà direttamente indagabile. I capitoli successivi affrontano l’affermazione dell’anatomia topografica, dell’ostetricia, della chirurgia, della diagnostica per immagini e delle ricostruzioni tridimensionali. Il progresso non è raccontato come una semplice marcia trionfale, ma come una conquista progressiva di visibilità.

Letteratura, pittura, scultura, cinema e media contemporanei consentono poi di misurare la distanza tra l’importanza biologica e la presenza pubblica. Il perineo compare raramente in modo esplicito, ma è implicato ogni volta che l’arte parla di nascita, desiderio, maternità, dolore, pudore, malattia o identità corporea. È una presenza indiretta e, proprio per questo, rivelatrice. Il corpo, ci ricorda il libro, non è mai soltanto una realtà biologica: è anche il risultato delle parole e delle immagini con cui impariamo a riconoscerlo.

L’appendice dedicata alla clitoride e all’evoluzione del legame di coppia costituisce una chiusura stimolante. Partendo dalla riscoperta della reale estensione anatomica dell’organo, il testo esplora l’ipotesi che il piacere femminile abbia avuto conseguenze non soltanto sessuali, ma anche relazionali ed evolutive. Il confronto con altri primati, in particolare con i bonobo, solleva interrogativi sul ruolo della sessualità nella coesione sociale e nella costruzione dei legami. Le ipotesi sono presentate come prospettive interpretative, non come verità definitive: una cautela essenziale quando si passa dal dato anatomico alla ricostruzione evoluzionistica.

Il volume nasce da una competenza collettiva chiaramente definita. Immacolata Belviso, professoressa associata di Anatomia umana presso UniCamillus a Roma, contribuisce al solido profilo anatomico dell’opera. Jacopo Junio Valerio Branca, ricercatore dell’Università di Firenze, partecipa a un lavoro che collega la ricerca morfologica all’applicazione clinica. Giulia Guarnieri, ricercatrice nello stesso ateneo, è parte di una squadra che rende accessibili relazioni anatomiche complesse senza impoverirle. Alessandra Pacini, professoressa associata di Anatomia umana a Firenze, rappresenta una competenza disciplinare riconoscibile per l’attenzione alla struttura, alla variabilità e alla funzione. Ferdinando Paternostro, professore associato di Anatomia umana presso l’Università di Firenze, concorre all’impostazione ampia che unisce la scienza del corpo e la storia delle sue rappresentazioni. Giuseppe Vergilio, biologo e ricercatore post-dottorato dell’Università di Palermo, completa il gruppo con una formazione biomedica inserita fra anatomia, neuroscienze e diagnostica avanzata.

Non essendo indicata nel volume una ripartizione nominativa dei capitoli, sarebbe arbitrario attribuire a ciascun autore singole sezioni. È invece l’identità corale del gruppo a costituire uno dei punti di forza dell’opera: sei studiosi e studiose, provenienti da tre istituzioni universitarie, costruiscono una voce comune e una visione coerente.

L’ambizione enciclopedica comporta inevitabilmente qualche rischio. Nelle sezioni storico-artistiche e antropologiche alcuni temi avrebbero potuto essere sostenuti da un dialogo ancora più ravvicinato con opere, autori e casi specifici; in un libro tanto vasto, inoltre, taluni passaggi assumono necessariamente un carattere introduttivo. Ma è anche questa apertura a rendere il volume insolito e utile: non pretende di chiudere ogni discussione, bensì di mostrare quante discipline possano incontrarsi intorno a una regione corporea a lungo trascurata.

Il glossario finale, la bibliografia generale e la sitografia rafforzano la vocazione didattica del lavoro, offrendo al lettore strumenti per orientarsi nella terminologia e proseguire l’approfondimento.

Perineo e pavimento pelvico riesce dunque in un’operazione culturale prima ancora che editoriale: rende visibile ciò che normalmente rimane nascosto. E mostra che conoscere il corpo non significa soltanto imparare il nome dei suoi componenti, ma comprendere le relazioni che li rendono vivi.

Il perineo sostiene il peso dei visceri e accompagna gesti quotidiani di cui raramente siamo consapevoli; custodisce la continenza, partecipa al piacere e permette la nascita. È insieme sostegno e passaggio, chiusura e apertura, struttura anatomica ed esperienza biografica. Studiarlo significa osservare, da un punto di vista apparentemente periferico, questioni poste al centro della condizione umana: come restiamo in piedi, come invecchiamo, come ci prendiamo cura del corpo, come entriamo in relazione e come veniamo al mondo.


Perineo e pavimento pelvico. Anatomia, fisiopatologia, cultura e rappresentazioni
Youcanprint, 2026. 228 pp. ISBN 9791224098416.

Si ringrazia BioLab Divulga per il contributo alla realizzazione di alcune delle immagini presenti in questo volume.

Dalla pelle al cuore, di Giacomo Catalani e Ferdinando Paternostro

Dalla pelle al cuore propone una lettura integrata dell’anatomia umana. Il libro segue un criterio semplice e concreto: procede dalla superficie ai piani profondi, descrivendo in successione la pelle, la fascia, i muscoli, le ossa, il sistema nervoso, i vasi, gli organi interni e il cuore. Questa organizzazione aiuta il lettore a comprendere non soltanto le singole strutture, ma soprattutto i loro rapporti anatomici e funzionali.

Il volume nasce dalla collaborazione tra due competenze diverse. Ferdinando Paternostro porta nel testo l’esperienza dell’anatomista, del medico e del docente che ha trascorso migliaia di ore nelle sale settorie, osservando direttamente la struttura e la variabilità del corpo umano. Giacomo Catalani contribuisce con una prospettiva legata alla comunicazione scientifica, al movimento, alla formazione e all’applicazione delle conoscenze nelle professioni della salute. Da questo incontro deriva un testo rigoroso nei contenuti fondamentali, ma scritto con un linguaggio accessibile.

Uno dei problemi dello studio anatomico è la necessità di suddividere il corpo in apparati, sistemi, regioni e singole strutture. Questa suddivisione è indispensabile per apprendere, ma può far perdere di vista l’unità dell’organismo. Un muscolo, per esempio, non può essere compreso pienamente senza considerare la fascia che lo avvolge, il nervo che lo controlla, i vasi che lo nutrono, le ossa sulle quali esercita la propria forza e le articolazioni che rendono possibile il movimento.

Il libro cerca di ricomporre queste relazioni. Il corpo viene presentato come un sistema nel quale ogni struttura dipende dalle altre e contribuisce al mantenimento dell’equilibrio complessivo. L’anatomia descrittiva viene quindi collegata alla funzione, alla fisiologia e, quando necessario, alle principali implicazioni cliniche.

Il percorso comincia dalla pelle, analizzata come organo di protezione, percezione, regolazione e comunicazione. Epidermide, derma e ipoderma sono presentati attraverso le loro caratteristiche essenziali. L’epidermide garantisce il rinnovamento e la protezione della superficie; il derma contiene fibre connettivali, vasi, ghiandole, follicoli piliferi e terminazioni nervose; l’ipoderma svolge funzioni meccaniche, termiche, metaboliche ed endocrine.

Particolare attenzione è dedicata alla funzione sensoriale della cute. Corpuscoli di Meissner e di Pacini, dischi di Merkel, terminazioni di Ruffini e terminazioni nervose libere permettono di percepire il tatto, la pressione, le vibrazioni, lo stiramento, il dolore e la temperatura. La distribuzione non uniforme di questi recettori spiega perché alcune regioni, come i polpastrelli e le labbra, possiedano una sensibilità molto maggiore rispetto ad altre.

La pelle è anche il principale punto di contatto fra l’organismo e l’ambiente. Attraverso di essa percepiamo il mondo e rendiamo visibili alcune risposte interne: arrossiamo, impallidiamo, sudiamo, manifestiamo reazioni vasomotorie ed emotive. Il testo utilizza questa realtà anatomica per introdurre il tema del confine corporeo, mantenendo un rapporto diretto tra il dato scientifico e l’esperienza individuale.

Sotto la pelle viene descritta la fascia, definita nel libro “rete invisibile”. Per molto tempo il tessuto fasciale è stato rimosso durante le dissezioni per rendere più evidenti muscoli, vasi e nervi. La ricerca più recente ne ha invece chiarito il ruolo nella trasmissione delle forze, nello scorrimento dei tessuti, nella propriocezione e nella percezione del dolore.

La fascia superficiale e quella profonda sono inserite in un continuum connettivale tridimensionale. Questa continuità consente alle diverse regioni del corpo di comunicare sia sul piano meccanico sia su quello funzionale. Fibre collagene, matrice extracellulare, acqua e acido ialuronico determinano la resistenza, l’elasticità e la capacità di scorrimento del tessuto. L’innervazione fasciale e la presenza di cellule dotate di proprietà contrattili completano il quadro di una struttura attiva, sensibile alle sollecitazioni e capace di adattarsi.

Il capitolo dedicato ai muscoli presenta il movimento come il risultato di un’organizzazione coordinata. Il testo parte dalla struttura della fibra muscolare e dal meccanismo di scorrimento dei filamenti di actina e miosina, per arrivare alla distinzione tra fibre lente e veloci e alla capacità del muscolo di adattarsi in risposta all’allenamento, all’attività e all’inattività.

Il muscolo emerge come un tessuto plastico. L’ipertrofia, l’atrofia e gli adattamenti metabolici mostrano che la sua struttura riflette, almeno in parte, le attività svolte nel tempo. Il volume riserva inoltre attenzione ai muscoli profondi, responsabili della stabilizzazione e del controllo posturale. Multifido, trasverso dell’addome, muscoli vertebrali profondi e pavimento pelvico sono inseriti in un sistema coordinato che garantisce stabilità durante il movimento.

Le ossa sono descritte come organi vivi, vascolarizzati e sottoposti a un continuo rimodellamento. La componente minerale conferisce resistenza alla compressione, mentre il collagene garantisce elasticità e resistenza alla trazione. L’attività coordinata di osteoblasti e osteoclasti consente allo scheletro di rinnovarsi e di adattarsi ai carichi meccanici.

La legge di Wolff consente agli autori di illustrare con chiarezza il rapporto tra la struttura ossea e la sollecitazione funzionale. L’osso sottoposto a un carico adeguato si rinforza; l’assenza di stimoli meccanici ne favorisce l’indebolimento. Le articolazioni vengono quindi presentate come sistemi in cui superfici cartilaginee, liquido sinoviale, capsule e legamenti lavorano insieme per conciliare mobilità e stabilità.

Nel capitolo sul sistema nervoso il libro affronta il tema dell’integrazione delle informazioni. Cervello, midollo spinale, nervi periferici, gangli e plessi formano una rete che collega il centro alla periferia e consente all’organismo di ricevere stimoli, elaborarli e produrre risposte.

La corteccia cerebrale viene descritta in termini dei suoi principali lobi e delle rispettive specializzazioni funzionali, pur precisando che le attività più complesse derivano dalla cooperazione di molte aree. Talamo, ipotalamo, amigdala e ippocampo introducono rispettivamente i temi dell’integrazione sensoriale, dell’omeostasi, delle emozioni e della memoria.

La trattazione del sistema nervoso autonomo permette di collegare il cervello alle funzioni viscerali. Il sistema simpatico e quello parasimpatico regolano il battito cardiaco, la pressione, la digestione, la respirazione e numerosi altri processi che si svolgono senza controllo volontario. Il nervo vago rappresenta uno dei principali collegamenti anatomici tra l’encefalo, il cuore, i polmoni e l’apparato digerente.

Il testo propone così una visione della mente strettamente connessa al corpo. Le emozioni coinvolgono il cervello, ma anche il cuore, la respirazione, la muscolatura, la pelle e i visceri. L’esperienza individuale nasce dall’interazione continua tra l’attività nervosa, le condizioni corporee e l’ambiente.

Il sistema vascolare è rappresentato dall’immagine dei “fiumi di vita”. Arterie, capillari e vene formano una rete estesa in tutto l’organismo, incaricata di trasportare ossigeno, nutrienti, ormoni, cellule immunitarie e prodotti del metabolismo. Le differenze nella struttura delle pareti vascolari si spiegano in relazione alle diverse funzioni: le arterie resistono alla pressione e distribuiscono il sangue; i capillari permettono gli scambi; le vene riportano il sangue verso il cuore.

Un’attenzione specifica è dedicata al sistema linfatico, spesso meno conosciuto rispetto al sistema sanguigno. I vasi linfatici raccolgono il liquido interstiziale e lo riconducono alla circolazione, mentre i linfonodi partecipano al controllo immunitario. Il riferimento al linfedema consente di comprendere le conseguenze cliniche di un drenaggio linfatico insufficiente.

Il capitolo sugli organi interni riunisce polmoni, fegato, reni, stomaco e intestino sotto il principio generale dell’omeostasi. Ogni organo possiede una struttura e una funzione specifiche, ma opera attraverso scambi continui con gli altri organi. Il corpo mantiene il proprio equilibrio grazie a questa attività coordinata, in gran parte silenziosa e indipendente dalla volontà.

La sezione dedicata all’intestino introduce il sistema nervoso enterico, l’asse intestino-cervello e il microbiota. I microrganismi intestinali partecipano alla digestione, alla produzione di metaboliti, alla regolazione immunitaria e alla comunicazione con il sistema nervoso. Il libro affronta questi temi attuali con una sintesi efficace, sufficiente a far comprendere la complessità delle interazioni tra apparato digerente, immunità e cervello.

Il cuore è il punto di arrivo del percorso. La descrizione anatomica comprende le quattro camere, le valvole, il miocardio, le arterie coronarie e il sistema di conduzione. Il nodo senoatriale genera spontaneamente l’impulso che avvia la contrazione, mentre il sistema nervoso autonomo ne modula la frequenza in base alle esigenze dell’organismo.

Il cuore viene presentato anche come un organo inserito in una rete di comunicazioni nervose, ormonali e meccaniche. La sua autonomia elettrica e la capacità di adattare continuamente la gittata cardiaca alle necessità dei tessuti spiegano la posizione centrale che occupa nell’equilibrio dell’organismo.

Accanto al dato scientifico, il capitolo considera il valore simbolico che il cuore ha assunto nella storia e nella cultura. La distinzione tra realtà anatomica e rappresentazione simbolica resta chiara, ma consente di comprendere perché questo organo sia diventato un riferimento costante nel linguaggio delle emozioni.

Il capitolo dedicato al Cadaver Lab completa il progetto educativo del libro. La dissezione permette di osservare la consistenza dei tessuti, la profondità dei piani, il decorso effettivo di nervi e vasi, la disposizione degli organi e le varianti anatomiche individuali. Le strutture apprese attraverso atlanti e immagini acquistano volume, posizione e rapporti concreti.

L’esperienza settoria modifica anche il modo di interpretare le immagini diagnostiche e di eseguire un gesto clinico. Il medico comprende meglio ciò che osserva in una tomografia computerizzata o in una risonanza magnetica; il fisioterapista riconosce con maggiore precisione i rapporti tra nervi, muscoli e articolazioni; il professionista del movimento acquisisce una visione più concreta dell’organizzazione muscoloscheletrica.

Il corpo donato alla scienza è considerato con rispetto e gratitudine. La dissezione è presentata come un atto formativo fondato sulla responsabilità nei confronti del donatore e dei futuri pazienti. Questo elemento conferisce al capitolo una particolare importanza, poiché collega la conoscenza anatomica all’etica della formazione.

Il Post scriptum poetico introduce infine un linguaggio diverso. Le poesie dedicate alla bocca, ai capelli, al cervello, alle corde vocali, alle coronarie, agli occhi, alle mani, al fegato, al rene e ad altre strutture anatomiche trasferiscono il corpo sul piano della memoria e degli affetti. I termini scientifici diventano immagini capaci di esprimere presenza, desiderio, distanza e ricordo.

Questa sezione è coerente con l’impostazione complessiva dell’opera. Dopo avere descritto il corpo attraverso l’osservazione anatomica, il libro mostra come le sue parti entrino anche nel linguaggio con cui rappresentiamo noi stessi e le nostre relazioni. Anatomia e poesia rimangono distinte, ma condividono lo stesso oggetto: il corpo umano e l’esperienza che, attraverso di esso, prende forma.

Dalla pelle al cuore è un manuale tascabile di anatomia integrata, costruito intorno a una selezione di concetti fondamentali esposti con un linguaggio chiaro. La progressione dalla superficie alla profondità dà ordine alla trattazione e consente di collegare tessuti, organi e sistemi senza perdere la visione complessiva dell’organismo.

Il valore principale del libro risiede nella capacità di stabilire connessioni. Conoscere l’anatomia significa comprendere come la forma di una struttura ne condizioni la funzione e come ogni elemento operi in rapporto con gli elementi circostanti. La pelle, la fascia, i muscoli, lo scheletro, i nervi, i vasi e gli organi sono quindi presentati come componenti di un sistema unitario e dinamico.

Il testo rende accessibili processi complessi attraverso esempi concreti, immagini immediate e riferimenti all’esperienza professionale. Le riflessioni poste al termine dei capitoli ampliano la lettura senza interrompere il percorso scientifico e aiutano a collegare la struttura anatomica all’esperienza individuale.

Dalla pelle al cuore offre una sintesi chiara e coerente dell’organizzazione del corpo umano. È una lettura utile per chi studia anatomia, per i professionisti della salute e per chi desidera comprendere, con rigore e senza inutili tecnicismi, le relazioni che rendono l’organismo una struttura funzionalmente unitaria.

TitoloCadaver lab. Dalla pelle al cuore. Un viaggio attraverso l’anatomia umana, verso la scoperta di ciò che la pelle nasconde e il cuore custodisce
AutoriGiacomo Catalani, Ferdinando Paternostro
EditoreATS Giacomo Catalani Editore, 2026
ISBN9791280189332
Lunghezza124 pagine

Il fegato: grande laboratorio della vita

Il fegato. Analisi integrata tra anatomia, mito, arte e cultura

Immacolata Belviso, Carlo Benedini, Alessandro Palazzolo, Ferdinando Paternostro, Giorgio Zinno

Youcanprint 2026
ISBN: 9791224079477 (cartaceo) ISBN: 9791224082545 (ebook)


Quando pensiamo agli organi che rendono possibile la nostra esistenza, la mente corre immediatamente al cuore e al cervello. Eppure esiste una struttura straordinaria che ogni giorno svolge centinaia di funzioni indispensabili alla vita, coordinando processi complessi con una precisione sorprendente: il fegato.

Con un peso che nell’adulto spesso supera il chilogrammo e mezzo, il fegato è il più grande viscere del corpo umano. Ogni minuto riceve enormi quantità di sangue provenienti sia dall’intestino sia dalla circolazione arteriosa, trasformando nutrienti, immagazzinando energia, producendo proteine fondamentali, sintetizzando la bile e contribuendo alla neutralizzazione di sostanze potenzialmente dannose. Nessun altro organo possiede una versatilità funzionale simile.

Ma il fascino del fegato non si esaurisce nella sua straordinaria fisiologia.

Fin dall’antichità esso ha occupato un posto privilegiato nell’immaginario umano. Molto prima che la scienza moderna ne comprendesse le funzioni, le grandi civiltà del Mediterraneo lo consideravano il centro della vita e delle emozioni. Gli Etruschi e i Babilonesi studiavano il fegato degli animali per interpretare il futuro; i medici greci lo ritenevano uno degli organi fondamentali dell’equilibrio corporeo; filosofi e poeti lo associavano al coraggio, alla forza e alla vitalità.

Persino uno dei miti più celebri della cultura occidentale ruota attorno a questo organo. Prometeo, colpevole di aver donato il fuoco agli uomini, viene condannato da Zeus a un supplizio eterno: ogni giorno un’aquila gli divora il fegato, che durante la notte ricresce. Una narrazione simbolica che sembra anticipare una delle caratteristiche più sorprendenti oggi riconosciute dalla biologia moderna: la capacità rigenerativa del fegato.

Da dove nasce questa straordinaria centralità culturale? Perché un organo nascosto sotto le coste ha affascinato medici, artisti, filosofi e anatomisti per millenni?

A queste domande cerca di rispondere Il fegato: analisi integrata tra anatomia, mito, arte e cultura, un’opera che propone un approccio originale e multidisciplinare, capace di unire il rigore della scienza alla profondità della storia e della cultura.

Il lettore viene accompagnato in un percorso che inizia dall’anatomia macroscopica dell’organo. Posizione, rapporti, lobi, segmenti funzionali, vascolarizzazione e vie biliari sono descritti con chiarezza e precisione, fornendo le basi necessarie per comprendere la complessità dell’architettura epatica. Grande attenzione è dedicata alla moderna segmentazione di Couinaud, oggi fondamentale nella chirurgia e nella radiologia interventistica.

Il viaggio prosegue poi all’interno del parenchima, dove il mondo microscopico rivela un’organizzazione raffinata e affascinante. Lobuli, sinusoidi, epatociti, cellule di Kupffer e acini epatici diventano protagonisti di una narrazione che mostra come la forma anatomica sia intimamente legata alla funzione.

Un capitolo particolarmente coinvolgente è dedicato alla dissezione anatomica. Attraverso l’esperienza diretta del tavolo settorio, il fegato viene osservato nella sua tridimensionalità reale, consentendo di comprendere aspetti che nessuna immagine bidimensionale può restituire appieno. La dissezione diventa così uno strumento di conoscenza privilegiato, capace di trasformare la teoria in un’esperienza concreta.

Accanto alla dimensione anatomica trovano spazio la storia della medicina e l’evoluzione del pensiero scientifico. Dalle concezioni di Ippocrate e Galeno fino alle rivoluzionarie osservazioni di Leonardo da Vinci e di Andrea Vesalio, il fegato emerge come uno dei protagonisti della lunga avventura che ha portato alla nascita dell’anatomia moderna.

Il volume esplora inoltre la presenza del fegato nell’arte, nel linguaggio e nella società. Espressioni ancora oggi utilizzate quotidianamente, come “avere fegato”, testimoniano quanto profondamente questo organo sia radicato nella cultura occidentale. Anatomia e simbolo, biologia e immaginario, scienza e umanesimo si intrecciano in una prospettiva capace di arricchire la comprensione del corpo umano.

Ampio spazio è riservato anche alle moderne metodiche diagnostiche, dall’ecografia all’elastografia, fino alle principali patologie epatiche e alle relative strategie di prevenzione. Il lettore scopre così che la conoscenza anatomica rappresenta ancora oggi il fondamento indispensabile della pratica clinica.

Questo libro si rivolge agli studenti delle professioni sanitarie, ai medici, ai professionisti della salute, agli appassionati di storia della medicina e a tutti coloro che desiderano guardare oltre la superficie delle cose. Ogni capitolo invita a osservare il fegato da una prospettiva diversa, mostrando come un singolo organo possa raccontare al contempo la biologia della vita, la storia della medicina e l’evoluzione del pensiero umano.

Il fegato è una straordinaria sintesi di struttura e funzione, di rigenerazione e adattamento, di scienza e cultura. Conoscerlo significa intraprendere un viaggio affascinante attraverso una delle più grandi meraviglie del corpo umano.


Questo libro è dedicato alla memoria del Dott. Giuseppe Belviso, Medico di rara umanità e profondo amore per la conoscenza

Follow-up e “durata dell’efficacia”: perché il tempo è (parte) dell’efficacia di una cura

In clinica la domanda “Questa terapia funziona?” è incompleta se non aggiungiamo “Per quanto tempo?”. L’efficacia non è solo l’ampiezza dell’effetto (quanto migliora un sintomo, un parametro, un esito), ma anche la sua tenuta nel tempo. Una risposta robusta ma breve può essere meno utile, o addirittura fuorviante, rispetto a una risposta moderata ma stabile. In altre parole, il tempo è una dimensione costitutiva dell’efficacia.

Per follow-up intendiamo l’osservazione sistematica e programmata di un paziente dopo l’inizio di un intervento, con raccolta di dati clinici, strumentali e di esito a scadenze definite.
Il follow-up non è solo “rivedere il paziente”: è un dispositivo di misurazione che consente di stimare la durata dell’effetto (durability), la probabilità di perdita di risposta (loss of response), i tempi a evento (recidiva, riacutizzazione, progressione, ricovero), e la sostenibilità nel mondo reale (aderenza, tollerabilità, interazioni).

Quando diciamo che una cura è “efficace”, stiamo implicitamente parlando di tre coordinate: entità, tempo e qualità dell’effetto. La durata incide su tutte:

  • Determina il valore clinico: una riduzione pressoria di 15 mmHg che si esaurisce in due settimane non protegge come una riduzione di 8–10 mmHg mantenuta per anni.
  • Modula il rapporto beneficio/rischio: benefici brevi con rischi cumulativi non sono accettabili; benefici duraturi con rischi controllati lo sono.
  • Guida la costo-efficacia: trattamenti con effetto persistente hanno un costo-beneficio più favorevole, anche se il prezzo unitario è maggiore.

Per questo la “durata della risposta” è, a tutti gli effetti, una dimensione dell’efficacia e non un accessorio statistico.

In pratica usiamo misure che incorporano il tempo:

  • Curve di sopravvivenza (Kaplan–Meier) e hazard ratio per “tempo alla perdita di risposta”, “tempo alla prima recidiva”, “tempo al fallimento terapeutico”.
  • Tassi di mantenimento della risposta/remissione a 3, 6, 12, 24 mesi; in oncologia e reumatologia si parla di “durable response rate”.
  • AUC dell’effetto (area sotto la curva): quanta “terapia efficace” si accumula nel tempo, utile nel dolore cronico, nella depressione, nel diabete.
  • Outcome ripetuti nel tempo (tasso di riacutizzazioni per anno, giorni liberi da sintomi, giorni al domicilio vs in ospedale).
  • NNT temporale: quante persone devo trattare per prevenire 1 evento entro 1 anno, 3 anni, 5 anni.
  • Sostenibilità reale: aderenza, persistenza in terapia, necessità di intensificazioni o switch, che sono proxy della durata clinica dell’effetto.

Queste metriche distinguono il “picco” dal “plateau”: una curva che precipita presto segnala un’efficacia fragile; una curva che si appiattisce tardi indica una durabilità.

Una terapia antiipertensiva può sembrare eccellente a 4 settimane e mediocre a 12 mesi se compaiono tolleranza o scarsa aderenza. Un antidepressivo può richiedere 6–8 settimane per esprimere l’effetto pieno e va valutato anche per la prevenzione delle ricadute nei 6–12 mesi successivi. Un biologico può indurre remissione in 3 mesi, ma la vera misura è la remissione libera da steroidi a 1–2 anni.
Il calendario del follow-up (distanza tra le visite, durata totale dell’osservazione, gestione delle perdite di follow-up e dei dati censurati) è quindi parte integrante della valutazione dell’efficacia.

La persistenza del beneficio dipende da fattori farmacologici e clinici, ma anche da fattori comportamentali e contestuali: farmacocinetica e farmacodinamica, comparsa di tolleranza o tachifilassi, adattamenti biologici del sistema bersaglio, progressione naturale della malattia, comorbidità, interazioni con altri farmaci, aderenza, stile di vita, accesso ai controlli, accettabilità degli effetti avversi. La durabilità clinica non coincide con l’emivita del farmaco: può essere più breve (tolleranza) o più lunga (rimodellamenti biologici “virtuosi”, immunità duratura dopo vaccini, riabilitazione che modifica il pattern motorio).

Nell’ipertensione, il beneficio reale è la riduzione sostenuta del rischio di ictus e infarto per lungo tempo, non solo la caduta della pressione a 1 mese. Nella depressione, il successo non è solo la remissione a 8 settimane, ma anche la prevenzione delle ricadute nel primo anno. Nell’asma e nel BPCO contano i giorni liberi da sintomi e la riduzione stabile delle riacutizzazioni stagionali. In reumatologia e MICI, il “drug survival” e la remissione mantenuta indicano se un biologico è davvero efficace. In oncologia, un tasso di risposta alto ma breve ha meno valore rispetto a un plateau di sopravvivenza libera da progressione.

Quando scegliamo o giudichiamo una cura, dovremmo chiederci: qual è l’entità dell’effetto? Per quanto dura? Qual è la probabilità di perderlo nel tempo? Cosa posso fare per prolungarlo (ottimizzare la dose, le combinazioni, l’aderenza, l’educazione, la riabilitazione)? Il piano terapeutico deve includere un piano di follow-up, con marcatori di risposta precoci e tardivi, soglie di allerta, finestre per l’intensificazione o per la de-escalation e strumenti per sostenere l’aderenza. Comunicare al paziente che misuriamo non solo “se funziona”, ma anche “per quanto funziona”, rende la cura più trasparente e condivisa.

Il follow-up non è un rituale amministrativo: è il modo in cui misuriamo la dimensione temporale dell’efficacia. Senza tempo, l’efficacia è un’istantanea; con il tempo, diventa una storia clinica affidabile. Per questo, uno dei parametri chiave dell’efficacia di una cura è la sua durata: l’obiettivo non è soltanto ottenere una risposta, ma mantenerla.

IL CERVELLO CHE MUOVE E CHE SENTE

Un viaggio nel sistema nervoso tra scienza, coscienza e meraviglia

C’è un momento, nella vita di ogni studente di medicina o di chiunque si avvicini all’Anatomia, in cui il cervello smette di essere un organo e diventa un universo. Il cervello che muove e che sente è la guida perfetta per attraversarlo.
Scritto con rigore accademico ma con una voce  narrativa, questo volume conduce il lettore lungo le vie nervose che uniscono moto e sensibilità, le autostrade invisibili che fanno di ogni gesto e di ogni percezione un atto di pensiero incarnato.

Dalle decussazioni delle vie piramidali alla plasticità sinaptica, dalla propriocezione al dolore, fino ai neuroni specchio e al sistema limbico, il testo non è solo un compendio di neuroanatomia ma una vera mappa del rapporto tra corpo e mente.
La scrittura appassionata evita il tono arido dei manuali e restituisce al linguaggio anatomico una dimensione poetica e profondamente umana. Gli autori invitano a non “guardare” soltanto il cervello, ma a pensarlo come un sistema vivo di relazioni, dove ogni fibra racconta una storia di integrazione e di adattamento.

Originale e coraggiosa la scelta didattica di rinunciare alle immagini: il lettore è spinto a costruire nella mente le proprie rappresentazioni, intrecciando parola e immaginazione, descrizione e atlante. In un’epoca di ipervisualizzazione, questo approccio restituisce al testo scritto la sua funzione più nobile: educare al pensiero profondo, non alla semplice osservazione.

È un libro che parla a chi, mosso da curiosità e meraviglia, desidera capire come il cervello traduca in movimento la volontà, e in emozione la percezione.
Ogni pagina trasmette la sensazione che studiare anatomia sia, prima di tutto, un atto d’amore per la complessità del corpo umano.

IL CERVELLO CHE MUOVE E CHE SENTE
Immacolata Belviso, Jacopo Junio Valerio Branca, Alberto Cacciola, Giulia Guarnieri, Ferdinando Paternostro
YOUCANPRINT 2025 E-book (pdf)
ISBN: 9791224034728 Pagine: 132

Il Pene: un viaggio sorprendente tra corpo e immaginario

Il pene è uno degli organi più studiati e al tempo stesso più fraintesi del corpo. Apparentemente semplice nella forma, racchiude in realtà una complessità strutturale e funzionale che ha consentito alla specie umana di perpetuarsi e, al contempo, di costruire un immaginario simbolico senza pari. La sua funzione primaria – permettere la riproduzione attraverso il coito – è inscindibile dalla possibilità di trasmettere la vita, rendendolo protagonista assoluto di un processo biologico universale.
Ma il pene non è solo strumento della procreazione: è anche organo dell’escrezione urinaria, sede di meccanismi neurovascolari finemente orchestrati e bersaglio di patologie che spaziano dalle malformazioni congenite alle disfunzioni acquisite, fino alle neoplasie.
A queste dimensioni fisiologiche e cliniche si affianca un’altra, non meno potente: il valore culturale. Nessun altro elemento anatomico ha ispirato, turbato e affascinato così a lungo la mente umana. Dal culto fallico delle civiltà antiche alle rappresentazioni idealizzate dell’arte classica, fino alle tensioni iconografiche della modernità, il pene ha attraversato millenni come simbolo di virilità, forza e fertilità.

Un organo, dunque, complesso crocevia di biologia, simbolismo e cultura: questo è il punto di partenza dell’ e-book Il Pene. Anatomia, mito, scienza, arte e cultura (Youcanprint, 2025), firmato da Immacolata Belviso, Raffaele Pastore, Ferdinando Paternostro, Maria Paternostro e Andrea Romano.

Il libro affronta il pene nella sua interezza: struttura anatomica e fisiologia, patologie e chirurgia, ma anche storia delle idee, rappresentazioni artistiche e linguaggi popolari. Un approccio multidisciplinare che unisce la precisione della scienza alla libertà dell’immaginario collettivo.

Dalla spermatogenesi alla dinamica dell’erezione, dalla disfunzione erettile ai tumori, passando per la circoncisione, i trapianti e le questioni di bioetica, il testo guida il lettore attraverso un percorso che non si limita alla medicina. Ampio spazio è infatti dedicato al simbolismo antico, all’arte rinascimentale, alla cultura popolare e persino ai cento modi di dire “pene” nella tradizione italiana.

Gli autori hanno scelto una didattica particolare: quasi totale assenza di immagini, per stimolare lo studio parallelo con atlanti anatomici e sviluppare così un atteggiamento critico e attivo. Una sfida contro l’ipervisualizzazione contemporanea, che restituisce valore al testo scritto e invita a un dialogo più profondo con la conoscenza.

Il Pene si rivolge non solo a studenti e professionisti della salute, ma anche a chiunque voglia comprendere come un organo biologico sia diventato, nei secoli, potente icona sociale, artistica e culturale.

Un’opera capace di intrecciare medicina e umanesimo, scienza e mito, clinica e filosofia, restituendo al lettore una visione completa di uno dei temi più affascinanti e controversi dell’esperienza umana.

Gli Autori

Immacolata Belviso
Professoressa Associata di Anatomia Umana, Università Telematica Pegaso
Raffaele Pastore
Ricercatore, Università del Molise, Campobasso
Ferdinando Paternostro
Professore Associato di Anatomia Umana, Università degli Studi di Firenze
Maria Paternostro
Giornalista, Direttore Informacittà Firenze
Andrea Romano
Specializzando in Urologia, Università degli Studi di Firenze

IL PENE. ANATOMIA, MITO, SCIENZA, ARTE E CULTURA
ISBN | 9791224030140 Prima edizione digitale: 2025
https://store.youcanprint.it/il-pene-anatomia-mito-scienza-arte-e-cultura/b/ba9fb6b2-b5b3-5297-a126-4d0f561ed334

Il Peritoneo

L’architettura invisibile che sorregge l’addome

C’è una parte del corpo che risulta, a chi studia, sempre difficile e complicata: il peritoneo. Questa sottile membrana sierosa riveste la cavità addominale e pelvica, avvolge gli organi viscerali, li sostiene e li protegge, regola fluidi e movimenti, partecipa alla difesa immunitaria e influenza la diffusione di infezioni e metastasi. Sottile, onnipresente nell’addome, il peritoneo rappresenta una delle architetture più complesse e raffinate dell’organismo umano.

A tale struttura è dedicato il volume Il Peritoneo: Architettura invisibile dell’addome”, scritto insieme a Immacolata Belviso, Carlo Benedini e Alessandro Palazzolo. Si tratta di un’opera che dona dignità e centralità a un organo non marginale, che anche la ricerca più recente ha portato al centro della fisiologia e della clinica.

Una scelta editoriale controcorrente

Le-book colpisce per una decisione radicale: non contiene illustrazioni. In un’epoca in cui lo studio dell’Anatomia è dominato da immagini tridimensionali, modelli digitali e rendering sofisticati, questa assenza non è una mancanza, ma una scelta deliberata. Abbiamo voluto proporre un metodo didattico differente, che invita il lettore a non fermarsi alla visione immediata ma a ricostruire mentalmente la complessità anatomica, servendosi dell’Atlante come strumento complementare. In questo modo lo studio diventa attivo, critico, creativo, e permette di sviluppare capacità di orientamento spaziale tridimensionale che sono indispensabili nella pratica medica e chirurgica.
Sono presenti, in realtà, alcune spendide immagini scattate da Carlo Benedini (Anatomia Fotografica) ai tavoli settori di ICLO Teaching and Research Center, struttura che per questo sentitamente ringrazio.

Una membrana dinamica

Il peritoneo, spesso descritto come un semplice rivestimento, è in realtà un sistema dinamico. È costituito da due foglietti – parietale e viscerale – che delimitano la cavità peritoneale, al cui interno scorre una minima quantità di fluido lubrificante, indispensabile per permettere il movimento dei visceri durante la digestione e la respirazione. Da queste pieghe derivano strutture complesse come i mesenteri, che sospendono l’intestino e ne veicolano vasi e nervi; gli omenti, che agiscono come veri “tutori immunologici” isolando focolai infettivi; i legamenti, che fissano e stabilizzano organi vitali come fegato, stomaco e milza.

La sua funzione non si esaurisce nel sostegno meccanico. Il peritoneo regola la distribuzione dei fluidi corporei, contribuisce alla risposta immunitaria locale, circoscrive infezioni e processi infiammatori attraverso la formazione di aderenze, e rappresenta una superficie di scambio e assorbimento di enorme rilevanza clinica.

Un protagonista della clinica moderna

La conoscenza del peritoneo è fondamentale non solo per l’anatomista, ma anche per il chirurgo, l’oncologo e il radiologo. Le sue pieghe e i suoi recessi determinano vie di diffusione delle infezioni e delle metastasi, e condizionano gli esiti degli interventi chirurgici. La pratica clinica quotidiana mostra quanto sia determinante comprenderne i comportamenti: basti pensare alla dialisi peritoneale, che utilizza la membrana come filtro naturale per depurare il sangue in pazienti con insufficienza renale; oppure alle aderenze post-operatorie, responsabili di dolore cronico e occlusioni intestinali; o ancora alle metastasi peritoneali, una delle complicanze più gravi dei tumori addominali.

Negli ultimi anni il peritoneo è divenuto bersaglio di strategie terapeutiche innovative, come la chemioterapia intraperitoneale, che consente di somministrare farmaci direttamente nella cavità addominale, aumentando l’efficacia locale e riducendo la tossicità sistemica. Questo approccio ha aperto prospettive nuove nel trattamento delle neoplasie gastriche e ovariche, e mostra quanto il peritoneo sia un territorio attivo della medicina di oggi e di domani.

Tra scienza e cultura del corpo

Il Peritoneo: Architettura invisibile dell’addome non è soltanto un manuale tecnico. È anche una riflessione sulla cultura del corpo e sul valore dello studio anatomico come esercizio di immaginazione e di pensiero critico. L’opera invita a superare l’idea di un sapere immediatamente disponibile e consumabile, per recuperare invece il tempo lento dell’apprendimento, in cui il testo scritto e l’immagine si integrano attraverso lo sforzo attivo dello studente.

Il libro parla a Studenti e a Specialisti, ma può interessare anche un pubblico più ampio, curioso di scoprire come funziona quell’architettura nascosta che, silenziosamente, rende possibile la vita di ogni giorno, non è un semplice rivestimento ma un attore protagonista dell’Anatomia, della Fisiologia e della Clinica.

IL PERITONEO
Architettura invisibile dell’addome
ISBN: 9791224026556
YOUCAN PRINT Ebook (pdf) 2025

Immacolata Belviso
Professoressa Associata di Anatomia, Umana Università Telematica Pegaso 

Carlo Benedini 
Osteopata e Fisioterapista

Alessandro Palazzolo
Osteopata e Fisioterapista

Ferdinando Paternostro
Professore Associato di Anatomia Umana, Università degli Studi di Firenze

Il doppio volto di Leonardo: il segreto della Gioconda

Tra il celebre ritratto della Monna Lisa, custodito al Louvre, e il presunto autoritratto di Leonardo da Vinci, conservato nella Biblioteca Reale di Torino, esiste un’affascinante e misteriosa corrispondenza che sta alimentando nuovi studi sull’opera del genio fiorentino.

L’autoritratto in questione, realizzato a sanguigna su carta intorno al 1515, raffigura un uomo anziano con una folta barba e un’espressione intensa e riflessiva. Nonostante sia spesso considerato una rappresentazione di Leonardo negli ultimi anni della sua vita, alcuni studiosi hanno messo in dubbio l’autenticità di questo autoritratto. Tuttavia, la recente scoperta della sovrapposizione perfetta con il volto della Monna Lisa ha riacceso l’interesse su questa ipotesi.

Effettuando una semplice operazione grafica – ribaltando orizzontalmente il disegno e sovrapponendolo al ritratto della Monna Lisa – si osserva una coincidenza sorprendente: i contorni dei due volti, incluse le proporzioni del naso, degli occhi e delle labbra, combaciano quasi in modo speculare. Questo dettaglio rafforza l’idea che Leonardo abbia volutamente progettato le due opere come elementi complementari di un unico messaggio visivo.

La Monna Lisa, realizzata tra il 1503 e il 1519, è nota per il suo enigmatico sorriso e per il suo sguardo che sembra seguire l’osservatore da qualsiasi angolazione. La donna ritratta ha ispirato infinite interpretazioni, alcune delle quali suggeriscono che dietro il suo volto si celi proprio un autoritratto velato di Leonardo stesso. La sovrapposizione con il disegno senile sembra confermare questa teoria e aggiunge un ulteriore strato di complessità simbolica.

Il risultato di questa fusione va oltre la semplice coincidenza artistica. Il volto della Monna Lisa, unendosi a quello dell’uomo anziano, sembra subire una metamorfosi temporale: la giovane donna diventa un uomo maturo, suggerendo un passaggio inevitabile dal femminile al maschile, dalla giovinezza alla vecchiaia. Questa trasformazione non è solo fisica, ma anche simbolica, poiché evoca il concetto di fluidità delle identità e la coesistenza delle energie opposte.

Leonardo potrebbe aver nascosto, attraverso queste due opere, un messaggio che trascende il tempo e le categorie sociali: il genere, l’identità e il tempo sono costruzioni illusorie, percezioni superficiali che nascondono una verità più profonda. Maschile e femminile, giovane e anziano, vita e morte sono semplicemente polarità estreme della stessa realtà.

Questo pensiero si collega direttamente ai principi dell’ermetismo, corrente filosofica che Leonardo conosceva bene. Secondo questi insegnamenti, ogni dualismo apparente è un’illusione: gli opposti non esistono in forma separata, ma sono solo variazioni dello stesso principio universale. Maschile e femminile coesistono in ogni individuo, così come luce e ombra, e insieme garantiscono l’equilibrio dell’intero universo.

Attraverso il suo duplice capolavoro, Leonardo sembra volerci invitare a guardare oltre le divisioni e le etichette, per riconoscere che tutte le polarità fanno parte di un’unità essenziale. Quella che percepiamo come separazione è solo un’illusione della mente e la vera saggezza sta nel riscoprire l’armonia nascosta dietro le apparenze.

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