Oxilia, G., Paternostro, F., Troiano, G., Covelli, M., Lozupone, E., Michetti, F., Martini, P., Uccelli, L., Belviso, I., Mori, T., & Moggi Cecchi, J
Palatal Morphology in Artificially Modified Crania: Evidence for Limited Craniofacial Integration.
Appl. Sci. 2026, 16, 8695. https://doi.org/10.3390/app16178695
Il cranio di un neonato è una struttura in crescita, formata da ossa, suture e spazi capaci di adattarsi alle sollecitazioni dell’ambiente.
Proprio questa plasticità, nell’antico Perù, veniva talvolta trasformata in un segno di identità. Durante i primi mesi di vita, quando le ossa craniche erano ancora modellabili, alcune popolazioni esercitavano una pressione controllata sul capo dei bambini mediante fasce, tavole o altri dispositivi. Il risultato era una modificazione permanente della volta cranica.
Esistevano forme diverse. Nella cosiddetta modificazione tabulare, la fronte e la regione occipitale venivano appiattite. In quella anulare, invece, la pressione esercitata in modo circolare modificava la forma complessiva del cranio. Non si trattava semplicemente di un cambiamento estetico: quelle forme potevano indicare appartenenza, status sociale o identità culturale.
Ma una domanda rimaneva aperta: se la volta cranica viene modificata durante lo sviluppo, che cosa accade alle altre parti del cranio? Il palato, per esempio, subisce la stessa trasformazione o conserva una propria autonomia?
A questa domanda abbiamo cercato di rispondere in una ricerca pubblicata sulla rivista Applied Sciences, condotta da Gregorio Oxilia, insieme ad altri studiosi delle Università di Firenze, Ferrara, LUM “Giuseppe Degennaro”, UniCamillus e di altre istituzioni italiane.
Abbiamo esaminato 19 crani di adulti provenienti da contesti preispanici del Perù, conservati nella collezione osteologica del Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Università di Firenze. Nove presentavano segni evidenti di modificazione cranica artificiale; dieci non mostravano modificazioni analoghe.
Ogni cranio è stato acquisito con uno scanner tridimensionale ad alta risoluzione. Successivamente, i ricercatori hanno analizzato centinaia di punti anatomici: 286 per l’intero cranio e 41 per il palato. Questi punti consentono di descrivere la forma con grande precisione e di confrontare strutture diverse, anche quando le loro dimensioni complessive non coincidono.
È una tecnica che potremmo immaginare come una sorta di “mappa matematica” del cranio. Non si misura soltanto quanto una struttura sia grande, ma anche come siano distribuite le sue curvature, le sue proporzioni e le sue relazioni spaziali.
Il risultato più netto riguarda la volta cranica. I crani modificati erano morfologicamente diversi da quelli non modificati. La differenza era statisticamente molto significativa e i crani sottoposti a modificazione presentavano anche una maggiore variabilità interna.
In altre parole, la pressione esercitata durante l’infanzia lasciava una traccia riconoscibile proprio nella regione su cui agiva direttamente. La volta cranica si dimostrava plastica e sensibile all’ambiente meccanico durante lo sviluppo. Quando, però, l’attenzione si è spostata sul palato, il quadro è cambiato.
La forma media del palato non differiva in modo significativo tra i due gruppi. Anche la variabilità interna dei palati era sostanzialmente simile. Nel grafico statistico, i crani modificati e quelli non modificati si sovrapponevano ampiamente, senza formare due gruppi separati. È come se il cranio raccontasse una storia evidente sulla propria superficie superiore, mentre il palato conservasse una maggiore indipendenza.
Questo risultato è particolarmente interessante perché il palato non è una struttura isolata. Costituisce il tetto della cavità orale e contribuisce a separare la bocca dalle cavità nasali. Partecipa alla respirazione, alla deglutizione, alla fonazione e alla masticazione. La sua forma dipende dall’accrescimento del mascellare, dallo sviluppo dei denti, dalla postura della lingua, dalle forze muscolari e dai rapporti funzionali tra bocca, naso e faringe.
Proprio questi molteplici vincoli potrebbero contribuire a rendere il palato relativamente stabile. Una struttura coinvolta in funzioni essenziali potrebbe non poter cambiare liberamente quanto una regione più direttamente modellabile dalla pressione esterna.
Ma la cautela è necessaria. Il fatto che non siano state osservate differenze statisticamente significative non dimostra che il palato sia completamente insensibile alle modifiche craniche. Il campione è piccolo e gli effetti più lievi potrebbero non essere stati rilevati.
Lo studio ha analizzato anche l’asimmetria destra-sinistra del palato. In entrambi i gruppi sono state riscontrate differenze sistematiche tra i due lati. Il fenomeno, quindi, non era casuale e rientrava nella normale complessità della forma craniofacciale.
Nei crani modificati l’asimmetria media era leggermente maggiore rispetto ai crani non modificati, ma la differenza non raggiungeva la significatività statistica. Anche in questo caso, dunque, la modificazione cranica poteva avere lasciato qualche traccia nelle condizioni meccaniche dello sviluppo, senza produrre una trasformazione uniforme del palato.
La parte più delicata riguarda il rapporto complessivo tra neurocranio e palato. Un’analisi statistica chiamata PLS aveva individuato una correlazione apparentemente abbastanza elevata, pari a 0,694. Tuttavia, quando questa associazione è stata sottoposta a un test di permutazione, non è risultata statisticamente significativa.
È un passaggio importante. Nella ricerca scientifica, una correlazione osservata non implica automaticamente una relazione dimostrata. Un andamento può apparire evidente in un campione ristretto, ma non essere sufficientemente solido da escludere il ruolo del caso. Per questo gli autori concludono che i dati non forniscono prove di una covariazione coordinata tra la forma della volta cranica e quella del palato.
Il significato generale dello studio va oltre la storia delle popolazioni andine. Il cranio umano non sembra comportarsi come un blocco unico. È piuttosto un insieme di regioni collegate, ma non identiche, ciascuna con una propria sensibilità alle influenze genetiche, meccaniche e funzionali.
La vicinanza anatomica non implica necessariamente identità di risposta. Una parte del cranio può modificarsi profondamente, mentre una struttura vicina può mantenere una forma relativamente stabile.
Questa osservazione potrebbe avere interesse anche per la ricerca clinica, pur senza consentire di estendere direttamente i risultati alle malformazioni craniofacciali, alle labiopalatoschisi o alle craniosinostosi. Le condizioni patologiche presentano meccanismi diversi e non sono state oggetto di questa ricerca.
Il valore dello studio è soprattutto concettuale. Durante la crescita ogni regione del corpo partecipa a una sorta di negoziazione tra plasticità e necessità funzionale. Alcune strutture possono adattarsi ampiamente. Altre sembrano difendere una certa stabilità perché da esse dipendono funzioni essenziali.
I crani peruviani ci mostrano, dunque, che lo sviluppo non è una semplice deformazione generale dell’organismo, ma una costruzione selettiva, in cui ogni componente risponde ai propri vincoli.

G. Oxilia et al., “Palatal Morphology in Artificially Modified Crania: Evidence for Limited Craniofacial Integration”, Applied Sciences, 2026, 16, 8695. DOI: 10.3390/app16178695.








































































































