La pace che insegniamo, la guerra che facciamo

Il paradosso culturale che sta accelerando la crisi climatica

Da secoli la cultura europea e italiana ci ripete un messaggio chiaro e nobile: i conflitti si risolvono con il dialogo, la diplomazia e metodi pacifici. È un insegnamento che abbiamo ricevuto in mille forme diverse.

Lo troviamo nel Vangelo («Beati i pacificatori»), nella filosofia di Socrate, Cicerone e Kant, nella Costituzione italiana che all’articolo 11 ripudia la guerra, e nell’idea stessa di Unione Europea, nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale proprio per rendere i conflitti tra nazioni “impensabili”. Ci hanno educato a considerare la guerra non come un’opzione, ma come la più grave sconfitta della civiltà.

Eppure, proprio mentre questa cultura della pace veniva tramandata a scuola, nelle chiese e nei libri, il mondo reale seguiva un’altra strada. Governi, industrie e sistemi economici hanno continuato a investire centinaia di miliardi in armamenti, a vendere armi, a prepararsi ( e talvolta a partecipare) a conflitti armati.

Oggi questo paradosso assume una dimensione drammaticamente concreta: ogni guerra, anche quella definita “tattica” o “limitata”, con droni, missili di precisione e operazioni mirate, oltre a portare morti, feriti e distruzione, rappresenta un colpo durissimo per il clima del pianeta.

Le forze armate mondiali, già in tempo di pace, sono responsabili di circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra. Quando scoppia un conflitto il conto diventa salatissimo: centinaia di milioni di tonnellate di CO₂ rilasciate in pochi anni a causa di aerei, carri armati, incendi di foreste, distruzione e successiva ricostruzione di infrastrutture. Soldi che invece di finanziare la transizione ecologica vengono bruciati letteralmente nel cielo.

È un circolo vizioso feroce. La nostra cultura ci dice «risolvete con il dialogo», mentre il sistema militare-industriale continua a sussurrare «preparatevi alla guerra». E ogni volta che il dialogo fallisce, il prezzo lo paga anche l’atmosfera.

La buona notizia è che proprio quella stessa cultura che ci ha formato può diventare lo strumento per uscirne. Abbiamo creato le Nazioni Unite, gli accordi internazionali sul clima, i movimenti pacifisti, la cultura della sensibilità, l’opinione pubblica sul clima.
Abbiamo gli strumenti culturali, giuridici e democratici per pretendere coerenza: che la pace non resti solo una bella lezione sui libri di scuola, ma diventi una priorità strategica reale.

Perché oggi più che mai è chiaro: difendere la pace non è solo una questione morale.
È l’unica via praticabile per proteggere il futuro climatico del nostro pianeta.

I cambiamenti climatici

I cambiamenti climatici sono dovuti a due grandi categorie di cause: quelle naturali e quelle antropiche (provocate dall’uomo).

Cause naturali (sempre esistite)

Hanno provocato cambiamenti climatici per milioni di anni, ma sono lente e non spiegano quello che sta succedendo ora:

  • Variazioni dell’orbita terrestre (cicli di Milankovitch): la Terra “dondola” e cambia leggermente la sua orbita intorno al Sole ogni 20.000–100.000 anni → ha causato le ere glaciali e interglaciali.
  • Attività del Sole: piccole fluttuazioni della sua energia (ciclo di 11 anni).
  • Eruzioni vulcaniche: emettono polveri e gas che possono raffreddare temporaneamente il pianeta (es. Pinatubo 1991).
  • Movimenti delle placche tettoniche e cambiamenti nelle correnti oceaniche.

Questi fattori da soli oggi spiegherebbero un pianeta sostanzialmente stabile o con cambiamenti lentissimi.

Cause antropiche (la causa principale OGGI)

Dal 1850 circa (inizio della rivoluzione industriale) il clima sta cambiando a una velocità 10 volte superiore a qualsiasi variazione naturale degli ultimi 2.000 anni. Il 99 % degli scienziati del clima (IPCC 2021-2023) concorda: la responsabilità principale è umana.

Le cause più importanti sono:

Causa principaleGas serra / meccanismoContributo al riscaldamento attuale
Combustibili fossili (carbone, petrolio, gas)CO₂ (anidride carbonica)~75 %
Deforestazione e uso del suoloRiduzione degli “assorbitori” di CO₂ + emissioni~12–15 %
Agricoltura e allevamentoMetano (CH₄) dal bestiame e risaie~16 %
Industria e rifiutiMetano, protossido di azoto (N₂O), gas fluorurati~7–10 %

→ Il CO₂ è aumentato da 280 ppm (pre-industriale) a 422 ppm nel 2024: il livello più alto degli ultimi 800.000 anni (dati dalle carote di ghiaccio e dalle stazioni di monitoraggio come Mauna Loa).

L’effetto della guerra sul clima

Una guerra tattica (cioè un conflitto con operazioni sul campo: droni, missili di precisione, carri armati, attacchi mirati, senza per forza diventare una guerra mondiale totale) incide sul cambiamento climatico peggiorandolo in modo concreto e misurabile.

Ecco come succede, punto per punto:

1. Emissioni dirette pazzesche di gas serra

  • Aerei da combattimento, elicotteri, droni, carri armati e tutta la logistica bruciano enormi quantità di carburante fossile (diesel e cherosene).
  • Anche con armi “intelligenti” e precise, il consumo è altissimo: un solo caccia in missione emette in poche ore quanto centinaia di auto in un anno.

2. Incendi e distruzione

  • Esplosioni, bombardamenti e combattimenti provocano incendi di foreste, campi e infrastrutture.
  • Questi rilasciano CO₂, metano e nero di carbonio (che accelera lo scioglimento dei ghiacci).

3. Danni + ricostruzione

  • Quando si distruggono strade, ponti, fabbriche, raffinerie o reti elettriche, poi si deve ricostruire tutto → altre emissioni enormi (soprattutto per cemento, acciaio e nuovi impianti energetici).

4. Effetti indiretti

  • I soldi vanno alle armi invece che alle rinnovabili o alla transizione ecologica.
  • Si interrompe la cooperazione internazionale sul clima.
  • A volte si attaccano proprio infrastrutture energetiche (es. gasdotti o centrali), peggiorando il tutto.

I numeri (dati aggiornati 2026)

  • Le forze armate di tutto il mondo (anche in tempo di pace) sono responsabili del 5,5% delle emissioni globali di gas serra.
  • Esempio perfetto di guerra tattica moderna: la guerra in Ucraina (operazioni con droni, artiglieria, attacchi di precisione). Dal febbraio 2022 a oggi ha prodotto 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente (solo nell’ultimo anno +75 milioni). È come aggiungere le emissioni annuali di tutta la Francia!

Questi dati arrivano dall’Initiative on GHG Accounting of War (rapporto ufficiale ucraino + ong, aggiornato a inizio 2026).

In sintesi: anche una guerra “tattica” e limitata è un super-boost per il riscaldamento globale. Aggiunge emissioni extra, distrae risorse e rallenta la lotta al clima. Ogni conflitto, anche “preciso”, è un disastro ambientale.

Bibliografia

Cambiamenti climatici e cause antropiche (IPCC e dati globali)

  • IPCC (2023). Climate Change 2023: Synthesis Report. Contribution of Working Groups I, II and III to the Sixth Assessment Report. Geneva: IPCC. https://www.ipcc.ch/report/sixth-assessment-report-cycle/ (Rapporto di sintesi AR6, ancora il riferimento scientifico principale nel 2026; AR7 in fase di preparazione, sintesi prevista per fine 2029).
  • NOAA Global Monitoring Laboratory (2026). Mauna Loa CO₂ Data. Aggiornato a febbraio 2026. (Concentrazione atmosferica di CO₂ a 429 ppm, livello più alto degli ultimi 800.000 anni).

Emissioni militari e impatto ambientale delle guerre tattiche

Legame tra pace, cultura del dialogo e crisi climatica

  • United Nations (2025). The Security We Need: Rebalancing Military Spending for a Sustainable and Peaceful Future. Report del Segretario Generale António Guterres. https://www.un.org/en/peace-and-security/the-true-cost-of-peace (Analisi del trade-off: spesa militare record 2024 a 2,7 trilioni di dollari vs. necessità di finanziare la transizione ecologica).
  • Transform Defence (2025). Climate Collateral (2025 update): Why the military’s impact on climate change can no longer be ignored (novembre 2025). https://transformdefence.org/publication/climate-collateral-2025/ (Aggiornamento sul paradosso: militarismo vs. giustizia climatica).
  • Costituzione della Repubblica Italiana (1948, art. 11). «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». (Pilastro della cultura della pace italiana).
  • Kant, I. (1795). Per la pace perpetua (edizione moderna: Laterza, 2020 o simili). (Testo fondativo della cultura europea del dialogo come alternativa alla guerra).

Quando l’Anatomia diventa incontro: un viaggio a Rio de Janeiro

Il mio recente soggiorno in Brasile, a Rio de Janeiro, è stato molto più di una trasferta di lavoro: è stato un incontro autentico tra persone, saperi e visioni condivise dell’Anatomia come disciplina viva, concreta, profondamente necessaria.

Per un giorno sono stato ospite della Dott.ssa Monique Michele (che sentitamente ringrazio) presso l’American Institute, nella bellissima sede del CTA di Barra da Tijuca. Fin dal primo momento ho trovato un ambiente accogliente, sorridente, animato da una curiosità sincera e da un rispetto profondo per lo studio dell’Anatomia. Un luogo in cui ci si sente immediatamente a casa, pur trovandosi a migliaia di chilometri di distanza.

La mattinata è stata dedicata a una full immersion teorica di oltre quattro ore, intensa e partecipata. Abbiamo attraversato insieme l’anatomia microscopica della pelle, l’anatomia sistematica del volto, la sua complessa anatomia topografica, fino ad arrivare a temi a me particolarmente cari come l’anatomia del tempo e dell’invecchiamento. Ampio spazio è stato riservato alle dangerous zones vascolari e nervose, sottolineando con forza quanto la sicurezza clinica passi inevitabilmente attraverso una conoscenza profonda, critica e aggiornata dell’Anatomia.

In particolare, ho voluto rimarcare l’importanza delle variabilità anatomiche: il decorso dei nervi, l’andamento dei vasi, le differenze individuali che trasformano ogni volto in un territorio unico. Non esistono mappe identiche, e l’Anatomia, se davvero compresa, insegna prima di tutto il rispetto per questa variabilità.

Nel pomeriggio, la teoria ha lasciato spazio al gesto. La dissezione del volto, condotta per aree topografiche e strato per strato, è diventata un momento di semplice verità anatomica: individuare, mostrare, toccare con mano la complessità. In quel silenzio carico di attenzione, l’Anatomia ha ripreso la sua forma originaria, quella che unisce occhio, mano e pensiero in un unico atto di conoscenza.

Al termine della giornata, i saluti sono stati affettuosi, sinceri, accompagnati dalla promessa — che sento già come un impegno — di rivederci presto. Perché quando la condivisione è autentica, non può che aprire a nuovi percorsi comuni.

Un grazie sentito a tutti i docenti e al personale del Centro. In particolare, ai colleghi Fabricio Mendanha, Luciana Pires, Adriana Gouveia e Milena Freitas, per la professionalità, il dialogo e l’amicizia scientifica.
Un ringraziamento speciale va al fotografo Alex Duarte (sue sono le immagini che pubblico) e  a Flavio, che, con grande cortesia e disponibilità, per tre giorni mi ha accompagnato e “scorrazzato” tra le strade di Rio de Janeiro, permettendomi di respirare la città oltre l’aula e il laboratorio.

Torno da questo viaggio con nuove idee, nuovi legami e una rinnovata convinzione: l’Anatomia cresce davvero solo quando viene condivisa, dal vivo, tra persone che credono nel suo valore formativo, clinico e umano.

Quando a Anatomia se torna encontro: uma viagem ao Rio de Janeiro

Minha recente estadia no Brasil, no Rio de Janeiro, foi muito mais do que uma viagem de trabalho: foi um encontro autêntico entre pessoas, saberes e visões compartilhadas da Anatomia como disciplina viva, concreta e profundamente necessária.

Por um dia, tive a honra de ser convidado pela Dra. Monique Michele (a quem agradeço sinceramente) no American Institute, na belíssima sede do CTA, na Barra da Tijuca. Desde o primeiro momento encontrei um ambiente acolhedor, sorridente, animado por uma curiosidade genuína e por um profundo respeito pelo estudo da Anatomia. Um lugar onde nos sentimos imediatamente em casa, mesmo estando a milhares de quilômetros de distância.

A manhã foi dedicada a uma full immersion teórica de mais de quatro horas, intensa e muito participativa. Percorremos juntos a anatomia microscópica da pele, a anatomia sistemática do rosto, sua complexa anatomia topográfica, até chegar a temas particularmente caros a mim, como a anatomia do tempo e do envelhecimento. Amplo espaço foi reservado às dangerous zones vasculares e nervosas, ressaltando com força como a segurança clínica passa, inevitavelmente, por um conhecimento profundo, crítico e atualizado da Anatomia.

De modo especial, quis enfatizar a importância das variações anatômicas: o trajeto dos nervos, o percurso dos vasos, as diferenças individuais que transformam cada rosto em um território único. Não existem mapas idênticos, e a Anatomia, quando verdadeiramente compreendida, ensina, antes de tudo, o respeito por essa variabilidade.

À tarde, a teoria deu lugar ao gesto. A dissecação do rosto, conduzida por áreas topográficas e camada por camada, tornou-se um momento de simples verdade anatômica: identificar, mostrar, tocar com as próprias mãos a complexidade. Naquele silêncio carregado de atenção, a Anatomia retomou sua forma original, aquela que une olhar, mão e pensamento em um único ato de conhecimento.

Ao final do dia, as despedidas foram afetuosas e sinceras, acompanhadas da promessa — que já sinto como um compromisso — de nos reencontrarmos em breve. Porque quando a partilha é autêntica, só pode abrir novos caminhos em comum.

Um agradecimento sincero a todos os docentes e à equipe do Centro. Em especial, aos colegas Fabricio Mendanha, Luciana Pires, Adriana Gouveia e Milena Freitas, pelo profissionalismo, pelo diálogo e pela amizade científica.

Um agradecimento especial ao fotógrafo Alex Duarte (autor das imagens que publico) e a Flávio, que, com grande cortesia e disponibilidade, por três dias, me acompanhou e me levou pelas ruas do Rio de Janeiro, permitindo-me respirar a cidade para além da sala de aula e do laboratório.

Volto dessa viagem com novas ideias, novos vínculos e uma convicção renovada: a Anatomia cresce de verdade somente quando é compartilhada, ao vivo, entre pessoas que acreditam em seu valor formativo, clínico e humano.

Ignoranti di geografia, analfabeti di mondo

C’è un paradosso che racconta bene il nostro presente: viviamo nell’epoca più connessa della storia e, al contempo, in una delle più geograficamente ignoranti. La geografia, oggi, sembra fermarsi al confine della consuetudine, di ciò che ci è immediatamente familiare. Appena allarghiamo lo sguardo di pochi chilometri, la mappa si sfoca.

Ignoriamo la geografia dei luoghi vicini, della nostra stessa regione: vallate senza nome, paesi che non sapremmo collocare, fiumi che attraversiamo senza sapere dove nascono o dove finiscono. E non va molto meglio con l’Italia intera. Conosciamo le città che fanno notizia, i nomi che tornano nei telegiornali, le mete turistiche trasformate in marchi. Ma l’Italia vera — quella fatta di territori interni, di margini, di comunità silenziose — resta spesso fuori dalla nostra coscienza. È un Paese che attraversiamo senza vederlo, come un paesaggio osservato distrattamente, senza mai fermarsi davvero.

E poi c’è il mondo. Qui l’illusione diventa ancora più grande. Crediamo di poter “conoscere” la geografia globale grazie a mappe digitali, immagini satellitari e dati in tempo reale. Ma il mondo non si lascia ridurre a superfici colorate o a confini tracciati da una linea sottile. Non si può davvero conoscere la geografia del mondo se per conoscenza intendiamo un possesso completo, una padronanza. Il mondo è troppo vasto, troppo complesso, troppo vivo. Si può solo avvicinare, ascoltare, tentare di comprenderlo.

Il problema nasce quando la geografia viene scambiata per un elenco di dati: estensioni territoriali, confini, popolazioni, coltivazioni, economie. Tutto utile, certo, ma insufficiente. Così insegnata, la geografia diventa noiosa perché perde la sua anima. E la sua anima sono i popoli. Le storie, le lingue, le migrazioni, i paesaggi umani prima ancora che fisici. La geografia autentica non spiega solo dove si trovano le cose, ma anche perché sono lì, come si sono formate, chi vive quei luoghi e in che modo lo spazio condiziona le scelte, i conflitti, le speranze.

Conoscere la geografia dovrebbe significare creare legami. Capire che un territorio non è mai neutro, che ogni luogo è una stratificazione di decisioni politiche, di equilibri ambientali, di ferite storiche. Significa riconoscere che l’altro — il lontano, lo sconosciuto — non è un punto astratto su una carta, ma qualcuno che abita uno spazio preciso, con vincoli e possibilità altrettanto reali delle nostre.

E invece ci siamo ritratti. Dal mondo alla nazione, dalla nazione alla regione, dalla regione alla città, fino a un orizzonte sempre più ristretto. Più ci sentiamo spaesati, più riduciamo lo sguardo. Ma così facendo perdiamo la capacità di comprendere ciò che accade al di fuori del nostro perimetro immediato.

Eppure è proprio la geografia politica, quella che intreccia spazio, potere e popoli, a renderci davvero contemporanei del mondo. Quando conosciamo la geografia, le sorti dei popoli diventano comprensibili in modo empatico: le guerre non sono più lontane, le migrazioni non sono più numeri, le crisi non sono più astratte. I loro drammi, le loro gioie, le loro scelte appaiono più vicine, più leggibili, più umane.

Senza geografia non c’è empatia. Senza geografia il mondo resta un rumore di fondo. Recuperarla non significa sapere tutto, ma imparare a guardare oltre il nostro spazio ristretto, accettando che comprendere i luoghi significhi, in fondo, comprendere meglio anche noi stessi.

Strage a Crans-Montana

47 morti, sei italiani dispersi e 13 feriti. Una notte di festa trasformata in tragedia

Nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio un incendio ha devastato il locale Le Constellation nella località sciistica svizzera di Crans-Montana, durante una festa di Capodanno alla quale partecipavano numerosi giovanissimi. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di 47 morti, 13 feriti e sei italiani dispersi.

Le immagini diffuse nelle ore successive mostrano un edificio devastato, soccorritori al lavoro tra fumo, macerie e silenzi improvvisi. Una scena che racconta non solo un disastro, ma una ferita profonda che attraversa famiglie, comunità, interi Paesi.

La morte per incendio e per crollo è la stessa che colpisce chi resta sotto i bombardamenti.
Cambia il contesto, non cambia la sostanza del dolore.
Il fuoco soffoca, il cemento schiaccia, il tempo si ferma nello stesso modo.

Quella di Crans-Montana l’abbiamo vista perché è stata documentata, ripresa dai cellulari, raccontata in diretta. È entrata nelle nostre case perché ci somiglia, perché poteva accadere ovunque, perché quei volti potevano essere i nostri figli, i nostri amici, i nostri ragazzi.

Ma ci sono morti che non vediamo.
Morti senza immagini, senza titoli, senza breaking news.
Persone che muoiono sotto le bombe, nei conflitti dimenticati, nei luoghi dove la violenza è diventata normalità e il silenzio copre tutto.

Il pensiero va a queste vittime, a quelle di Crans-Montana e a tutte le altre.
A chi è morto senza colpa, a chi non ha avuto il tempo di capire, a chi non verrà ricordato abbastanza a lungo.

Ricordarle è un dovere umano, prima ancora che civile.
Perché dimenticare significa permettere che accada ancora.
E perché il dolore, quando non viene guardato, continua a crescere nell’ombra.

Arteria Temporale Superficiale: Varianti Anatomiche e Rilevanza Clinica

L’arteria temporale superficiale (STA) si biforca tipicamente nei rami frontale e parietale nella regione temporale. Questo studio descrive una rara variazione anatomica identificata durante una dissezione cadaverica, in cui la STA presentava una biforcazione cervicale precoce.
È stata eseguita una dissezione su un soggetto femminile caucasico di 58 anni, iniettato con polimeri sintetici. La STA è stata accuratamente dissezionata e i reperti anatomici sono stati documentati tramite fotografie e misurazioni.

È stata osservata un’insolita biforcazione cervicale della STA. I rami frontale e parietale originavano a livello del ventre posteriore del muscolo digastrico, risalendo separatamente. Il ramo anteriore, identificato come ramo frontale, decorreva al di sotto del nervo facciale e dell’arteria stilomastoidea, raggiungendo la linea temporale senza ulteriori ramificazioni, dopo aver emesso l’arteria trasversa della faccia come unico ramo collaterale. Il ramo parietale posteriore si estendeva posteriormente fino al meato acustico esterno, compensando l’assenza dell’arteria auricolare posteriore. Questa variazione anatomica potrebbe influenzare gli approcci chirurgici alla regione testa-collo, in particolare negli interventi parotidei e ricostruttivi.
  
Le variazioni dell’anatomia della STA possono influenzare in modo significativo la pratica clinica, inclusa la chirurgia ricostruttiva, le procedure vascolari e gli interventi estetici. Sebbene le tecniche di imaging siano utili, potrebbero non rilevare tali rare varianti. La dissezione cadaverica resta uno strumento fondamentale per una valutazione anatomica dettagliata.
Questo studio sottolinea l’importanza del riconoscimento delle variazioni vascolari della STA per una pianificazione chirurgica sicura e per il miglioramento degli esiti clinici. Sono raccomandati ulteriori studi che correlino i dati di imaging con le dissezioni cadaveriche.

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Fagni, N.; Valli, L.; Nittari, G.; Procelli, G.; Branca, J.J.V.; Cuomo, R.; Mandalà, M.; Bertelli, E.; Cotofana, S.; Paternostro, F.
Superficial Temporal Artery: Anatomical Variation and Its Clinical Significance
J. Vasc. Dis. 20254, 14. https://doi.org/10.3390/jvd4020014
https://www.mdpi.com/2813-2475/4/2/14