C’è un paradosso che racconta bene il nostro presente: viviamo nell’epoca più connessa della storia e, al contempo, in una delle più geograficamente ignoranti. La geografia, oggi, sembra fermarsi al confine della consuetudine, di ciò che ci è immediatamente familiare. Appena allarghiamo lo sguardo di pochi chilometri, la mappa si sfoca.
Ignoriamo la geografia dei luoghi vicini, della nostra stessa regione: vallate senza nome, paesi che non sapremmo collocare, fiumi che attraversiamo senza sapere dove nascono o dove finiscono. E non va molto meglio con l’Italia intera. Conosciamo le città che fanno notizia, i nomi che tornano nei telegiornali, le mete turistiche trasformate in marchi. Ma l’Italia vera — quella fatta di territori interni, di margini, di comunità silenziose — resta spesso fuori dalla nostra coscienza. È un Paese che attraversiamo senza vederlo, come un paesaggio osservato distrattamente, senza mai fermarsi davvero.
E poi c’è il mondo. Qui l’illusione diventa ancora più grande. Crediamo di poter “conoscere” la geografia globale grazie a mappe digitali, immagini satellitari e dati in tempo reale. Ma il mondo non si lascia ridurre a superfici colorate o a confini tracciati da una linea sottile. Non si può davvero conoscere la geografia del mondo se per conoscenza intendiamo un possesso completo, una padronanza. Il mondo è troppo vasto, troppo complesso, troppo vivo. Si può solo avvicinare, ascoltare, tentare di comprenderlo.
Il problema nasce quando la geografia viene scambiata per un elenco di dati: estensioni territoriali, confini, popolazioni, coltivazioni, economie. Tutto utile, certo, ma insufficiente. Così insegnata, la geografia diventa noiosa perché perde la sua anima. E la sua anima sono i popoli. Le storie, le lingue, le migrazioni, i paesaggi umani prima ancora che fisici. La geografia autentica non spiega solo dove si trovano le cose, ma anche perché sono lì, come si sono formate, chi vive quei luoghi e in che modo lo spazio condiziona le scelte, i conflitti, le speranze.
Conoscere la geografia dovrebbe significare creare legami. Capire che un territorio non è mai neutro, che ogni luogo è una stratificazione di decisioni politiche, di equilibri ambientali, di ferite storiche. Significa riconoscere che l’altro — il lontano, lo sconosciuto — non è un punto astratto su una carta, ma qualcuno che abita uno spazio preciso, con vincoli e possibilità altrettanto reali delle nostre.
E invece ci siamo ritratti. Dal mondo alla nazione, dalla nazione alla regione, dalla regione alla città, fino a un orizzonte sempre più ristretto. Più ci sentiamo spaesati, più riduciamo lo sguardo. Ma così facendo perdiamo la capacità di comprendere ciò che accade al di fuori del nostro perimetro immediato.
Eppure è proprio la geografia politica, quella che intreccia spazio, potere e popoli, a renderci davvero contemporanei del mondo. Quando conosciamo la geografia, le sorti dei popoli diventano comprensibili in modo empatico: le guerre non sono più lontane, le migrazioni non sono più numeri, le crisi non sono più astratte. I loro drammi, le loro gioie, le loro scelte appaiono più vicine, più leggibili, più umane.
Senza geografia non c’è empatia. Senza geografia il mondo resta un rumore di fondo. Recuperarla non significa sapere tutto, ma imparare a guardare oltre il nostro spazio ristretto, accettando che comprendere i luoghi significhi, in fondo, comprendere meglio anche noi stessi.

